Benzina, dietro il tetto Eni le telefonate tra Meloni e Descalzi: così è nato il price cap

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Carlo Longo

Dietro il tetto ai prezzi di benzina e gasolio deciso da Eni ci sono mesi di contatti tra Giorgia Meloni e Claudio Descalzi. Una telefonata chiave il 26 agosto e la moral suasion del governo. Ecco come è maturata la decisione

Benzina, dietro il tetto Eni le telefonate tra Meloni e Descalzi: così è nato il price cap

Prima il comunicato di Eni. Subito dopo il ringraziamento di Palazzo Chigi.

A leggerli in sequenza, sembrava che il governo fosse stato semplicemente informato della decisione e avesse accolto con soddisfazione la scelta della principale compagnia energetica italiana di mettere un tetto al prezzo dei carburanti.

Dietro quell'annuncio, però, c'è una storia cominciata molto prima.

Giorgia Meloni e l'amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi si sono sentiti più volte negli ultimi mesi proprio per discutere del caro carburanti e delle possibili soluzioni. I contatti si sarebbero fatti particolarmente frequenti da agosto, quando l'aumento dei prezzi di benzina e soprattutto gasolio ha cominciato a mettere il governo sotto crescente pressione.

Il Corriere della Sera ricostruisce anche una telefonata precisa.

È il 26 agosto.

A ridosso di un Consiglio dei ministri chiamato ancora una volta a intervenire sulle accise, Meloni e Descalzi discutono di come evitare che la risposta al caro carburanti continui a essere affidata soltanto a misure temporanee finanziate dallo Stato.

Un mese dopo arriva la risposta di Eni.

Benzina non oltre 1,99 euro al litro. Gasolio non oltre 2,19 euro.

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La misura entrerà in vigore lunedì 28 settembre in tutta la rete Enilive.

Il tetto sarà inizialmente applicato per trenta giorni, ma Eni lascia aperta la possibilità di estenderlo fino alla fine dell'anno, in base all'andamento del mercato e alla situazione degli approvvigionamenti.

La società calcola che, per la benzina, il limite di 1,99 euro rappresenti circa 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi attuali.

Per capire il peso della decisione basta guardare ai prezzi di questi giorni. Alla vigilia dell'annuncio, secondo i dati riportati dall'Ansa, sulla rete stradale il gasolio viaggiava intorno ai 2,338 euro al litro e la riduzione dello sconto fiscale decisa dal governo rischiava di portarlo vicino ai 2,40 euro.

Il tetto Eni interviene esattamente in questo punto.

E non è casuale neppure la soglia scelta per la benzina: 1,99 euro, appena sotto quella barriera dei due euro al litro che ha anche un evidente peso psicologico per gli automobilisti.

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La parte più interessante della vicenda è proprio questa.

Il price cap non sarebbe nato nelle ore precedenti al comunicato.

Secondo la ricostruzione pubblicata oggi, dietro la decisione c'è un lavoro durato settimane, se non mesi, accompagnato da quella che negli ambienti Eni viene descritta come una “moral suasion” del governo.

La distinzione, però, è importante.

Non risulta che Palazzo Chigi abbia formalmente imposto a Eni il tetto sui prezzi.

Anzi, tanto dal governo quanto dalla società viene sottolineato che la decisione è stata assunta da Eni in piena autonomia e senza pressioni indebite.

La compagnia ricorda inoltre di aver iniziato già a marzo una politica di contenimento, scegliendo di non trasferire integralmente sui prezzi consigliati alla propria rete gli aumenti delle quotazioni internazionali e assorbendone una parte.

Ma è altrettanto chiaro che Palazzo Chigi sperava in un intervento del genere.

E che Meloni e Descalzi ne avevano discusso.

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Il passaggio del 26 agosto aiuta a capire perché.

Il governo si trovava nuovamente alle prese con la necessità di contenere il prezzo dei carburanti attraverso le accise.

Misure efficaci nell'immediato, ma costose per i conti pubblici e inevitabilmente temporanee.

Secondo la ricostruzione del Corriere, proprio durante quella telefonata Meloni e Descalzi ragionano sulla necessità di uscire dalla logica delle misure tampone.

Il tema non era soltanto quanto far pagare benzina e diesel il giorno successivo.

Era chi dovesse sostenere il costo dell'emergenza.

Lo Stato attraverso un minore gettito fiscale? Le compagnie petrolifere comprimendo parte dei propri margini? Oppure entrambi?

È dentro questa discussione che matura la soluzione annunciata da Eni.

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C'è poi un elemento personale che nella ricostruzione di queste ore pesa parecchio.

Meloni e Descalzi hanno costruito negli ultimi anni un rapporto diretto.

Il manager è alla guida di Eni dal 2014 ed è stato confermato a maggio per il quinto mandato consecutivo. L'attuale governo lo aveva già confermato nel 2023.

Ma soprattutto Descalzi è diventato uno degli interlocutori industriali più importanti della strategia africana del governo.

Premier e amministratore delegato hanno partecipato insieme a numerose missioni nel continente, dove energia, approvvigionamenti e Piano Mattei si intrecciano direttamente.

È durante questi viaggi che il rapporto si sarebbe ulteriormente consolidato.

Quando in estate il prezzo dei carburanti è diventato un problema politico sempre più urgente, quindi, il confronto tra Palazzo Chigi e il vertice Eni aveva già un canale diretto.

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La compagnia spiega la propria decisione soprattutto con ciò che sta accadendo sui mercati.

Le crisi geopolitiche hanno ridotto l'offerta di prodotti raffinati, mentre l'Europa ha perso negli ultimi quindici anni una parte importante della propria capacità di raffinazione: secondo Eni, nel continente hanno chiuso quasi trenta raffinerie.

Il risultato è arrivato direttamente alle pompe.

Benzina e diesel sono diventati nuovamente una voce molto pesante per famiglie e imprese, con conseguenze ancora più rilevanti per autotrasporto e attività produttive.

Eni presenta quindi il price cap come un “contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela”.

Palazzo Chigi usa parole altrettanto nette e parla di un «lodevole atto di attenzione all'Italia» che va nella direzione auspicata di calmierare il caro carburanti.

Dopo le telefonate dei mesi precedenti, è difficile non leggere le due mosse insieme.

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Il vero obiettivo, però, va oltre Eni.

La rete della compagnia conta circa 4mila stazioni di servizio, grosso modo il 20% della rete italiana. È abbastanza per incidere sul mercato, ma non abbastanza per risolvere da sola il problema nazionale dei carburanti.

Palazzo Chigi punta quindi sull'effetto trascinamento.

L'aspettativa del governo è che la scelta di Eni costringa o convinca anche gli altri operatori a muoversi nella stessa direzione.

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso lo dice apertamente: «Mi aspetto che altri ne seguano l'esempio».

Urso e il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin hanno già convocato per l'8 ottobrele società che gestiscono le raffinerie italiane. Sul tavolo ci sarà la possibilità di aumentare la produzione nazionale dei principali prodotti raffinati e contribuire così a ridurre la pressione sui prezzi.

La partita, dunque, non finisce con Eni.

Comincia da Eni.

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C'è poi un altro dossier che rende la scelta di Descalzi politicamente utile al governo.

Quello degli extraprofitti.

La Lega continua a spingere perché banche e grandi società energetiche contribuiscano maggiormente alla risposta alla crisi. Forza Italia, al contrario, resta contraria a nuove tassazioni straordinarie.

Antonio Tajani ha infatti salutato il price cap Eni come la dimostrazione che esiste una strada diversa: «responsabilità, collaborazione e mercato», senza ricorrere a nuove imposte sugli extraprofitti.

Il gruppo energetico, peraltro, era già stato coinvolto negli interventi del governo attraverso l'anticipo di parte delle imposte sui dividendi.

Ora arriva un secondo contributo, questa volta direttamente alla pompa.

Per Palazzo Chigi significa poter provare a contenere contemporaneamente due problemi: il prezzo dei carburanti e lo scontro politico su chi debba pagare il conto della crisi.

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È proprio il rapporto tra governo ed Eni, però, ad alimentare le critiche delle opposizioni.

Il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia pone una domanda: se Eni poteva intervenire, perché non lo ha fatto prima e perché il governo non glielo ha chiesto?

Secondo Boccia, Eni non può essere trattata come un semplice benefattore perché è una società sulla quale lo Stato esercita il controllo.

Angelo Bonelli di Avs legge invece la decisione come la conferma che un prezzo calmierato fosse possibile, mentre il segretario della Cgil Maurizio Landini considera insufficiente un intervento limitato nel tempo e chiede misure strutturali su accise ed extraprofitti.

Sono letture politiche diverse della stessa operazione.

Ed è proprio per questo che la ricostruzione delle telefonate tra Meloni e Descalzi diventa rilevante.

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Eni è una società quotata e deve prendere le proprie decisioni nell'interesse della società e nel rispetto delle regole del mercato.

Allo stesso tempo è un gruppo strategico nel quale lo Stato italiano mantiene una presenza determinante.

Il governo può quindi avere con i suoi vertici un'interlocuzione politica e istituzionale. Cosa diversa sarebbe sostenere che Palazzo Chigi abbia impartito un ordine alla società.

Al momento, non è ciò che emerge.

La ricostruzione parla di contatti frequenti, di moral suasion e di una telefonata nella quale Meloni e Descalzi avrebbero discusso della necessità di superare gli interventi temporanei sulle accise. Eni, però, rivendica la piena autonomia della decisione finale.

È una distinzione sostanziale, soprattutto per una società quotata.

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Adesso la politica lascia spazio ai distributori.

Da lunedì 28 settembre, nelle stazioni Enilive, il gasolio non potrà superare 2,19 euro al litro e la benzina 1,99 euro.

Il limite resterà in vigore almeno trenta giorni. Poi Eni deciderà se prorogarlo fino alla fine dell'anno sulla base delle condizioni di mercato e degli approvvigionamenti.

Ma la vera verifica arriverà prima.

Bisognerà vedere cosa faranno gli altri operatori.

Se nessuno seguirà Eni, il price cap resterà un intervento importante ma circoscritto a circa un quinto della rete.

Se invece altri marchi abbasseranno o limiteranno i propri prezzi per non perdere clienti, la moral suasion iniziata nei colloqui tra Palazzo Chigi e Descalzi avrà prodotto un effetto molto più ampio.

Ed è probabilmente questo il risultato che Meloni cerca.

Non un tetto imposto per legge a tutto il mercato, almeno per ora, ma una grande partecipata che faccia la prima mossa e costringa gli altri a decidere se seguirla.

Il comunicato è arrivato soltanto ieri.

La storia del price cap Eni, invece, era cominciata molto prima.

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