Beppe Grillo torna da Fedez: «Sono stato estromesso». Ma esclude un nuovo partito

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Corinna Pindaro

Beppe Grillo torna a parlare a Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra: attacca il M5S di Giuseppe Conte, esclude un nuovo partito, racconta Draghi e Di Maio e parla del figlio Ciro

Beppe Grillo torna da Fedez: «Sono stato estromesso». Ma esclude un nuovo partito

Non una piazza. Non il blog dal quale per anni ha dettato l'agenda della politica italiana. Nemmeno un'intervista tradizionale.

Per tornare a parlare, Beppe Grillo ha scelto il divano di Fedez e Davide Marra.

Ottanta minuti a Pulp Podcast nei quali il fondatore del Movimento 5 Stelle fa quello che gli riesce meglio: parte da una domanda, cambia strada, scherza, provoca, torna indietro, si contraddice, racconta pezzi di vita e improvvisamente infila una frase che dice molto più di un lungo ragionamento.

Una soprattutto:

«Mi sento postumo di me stesso da vivo».

Forse è proprio da qui che bisogna partire per capire il Grillo che ricompare dopo mesi di silenzio.

Non annuncia il ritorno in politica. Non fonda il “Movimento Zero Stelle” sul quale si era fantasticato negli ultimi giorni. Non sembra nemmeno avere voglia di ricominciare.

Ma continua a guardare il Movimento 5 Stelle come si guarda qualcosa che si è costruito con le proprie mani e che, a un certo punto, non si riconosce più.

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Su questo Grillo non usa giri di parole.

«Sono stato estromesso, è un dato di fatto».

Subito dopo aggiunge di non avere rimpianti. Ma ascoltandolo parlare del Movimento di oggi è difficile non percepire la distanza, anche personale, che si è aperta tra lui e la creatura fondata insieme a Gianroberto Casaleggio.

«Ora il Movimento è un'altra cosa».

Non se la prende con gli iscritti. Anzi, dice che ci sono persone nuove e «anche in gamba».

Quello che non ritrova più è lo spirito.

E quando arriva a Giuseppe Conte torna inevitabilmente il Grillo delle definizioni fulminanti: il presidente del M5S diventa «il reverendo Jones, l'uomo che sussurrava ai cavilli».

Quanto al nuovo corso progressista, lo liquida con una battuta: «Di progressista ha solo la paralisi progressiva».

È il suo giudizio sull'evoluzione del Movimento, non una fotografia neutrale del partito. Ma racconta bene quanto sia ormai profonda la rottura con Conte.

Link to Il Movimento doveva sparire. Ma in un altro modoIl Movimento doveva sparire. Ma in un altro modo

Grillo torna anche su un'idea che ripete da anni.

Il Movimento non sarebbe dovuto diventare eterno.

Doveva servire a introdurre determinate battaglie nella politica e, una volta assorbite, essere superato.

Solo che usa una distinzione molto grillina per spiegare cosa, secondo lui, è andato storto:

«Il Movimento doveva essere compostabile, non biodegradabile».

Dentro la battuta c'è il rimpianto politico che attraversa l'intervista.

Grillo ricorda le comunità energetiche, l'idrogeno, le stampanti 3D, le battaglie ambientali. Temi dei quali parlava quando sembravano ancora eccentricità da spettacolo e che oggi fanno parte del dibattito pubblico.

È anche per questo che dice di sentirsi «postumo» di se stesso.

Non perché voglia necessariamente ricominciare, ma perché vede arrivare oggi una parte delle cose delle quali parlava vent'anni fa.

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Era la domanda che aveva accompagnato l'intervista ancora prima della pubblicazione.

Negli ultimi giorni era circolata l'ipotesi che Grillo potesse utilizzare l'ospitata da Fedez per annunciare un nuovo soggetto politico, magari proprio quel “Movimento Zero Stelle” evocato attraverso i suoi messaggi e le sue provocazioni.

Non succede.

Anzi, Grillo chiude la porta.

«Come faccio io a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere di farlo, non ho le facoltà».

Quello che può ancora fare, dice, è dare «input», proporre idee sull'ambiente, sull'economia, perfino sulla religione.

E poi torna il comico:

«Se io mi dovessi candidare, direi: sono Grillo, fidatevi».

Non esattamente un programma elettorale.

E infatti aggiunge, più o meno, di avere già detto tutto quello che aveva da dire.

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Ma sarebbe altrettanto sbagliato leggere quelle parole come un addio definitivo.

Perché Grillo, appena dice di non voler fondare nulla, lascia immediatamente aperta un'altra porta.

«Dicono che sono stato polverizzato», osserva. Poi aggiunge: «Nella polvere però ci sono ancora i semi di qualcosa».

Non dice cosa.

E forse non lo sa neppure lui.

È proprio questa ambiguità a rendere interessante la sua ricomparsa. Non c'è un progetto politico annunciato, non c'è una struttura, non c'è una nuova lista. Ma c'è ancora la volontà di intervenire, disturbare, mettere in discussione ciò che il Movimento è diventato.

Soprattutto c'è ancora aperta la battaglia sul simbolo.

Secondo Grillo, Conte dovrebbe ormai avere un proprio stemma e portare avanti «la sua cosa».

In altre parole: se il Movimento è diventato qualcos'altro, perché dovrebbe continuare a utilizzare l'identità costruita alle origini?

È il ragionamento di Grillo e resta uno dei terreni dello scontro tra i due.

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Poi, quasi improvvisamente, l'intervista diventa personale.

Grillo fa i conti con quello che gli è costata la stagione politica.

«Ci ho rimesso un sacco di soldi, un po' di salute, una parte della mia famiglia».

Ricorda Casaleggio.

Quando parla di lui il tono cambia. Dice che dopo la sua morte si è sentito «un po' privo».

Poi è arrivato Luigi Di Maio, che definisce «bravissimo», prima di riconoscere che qualcosa si è trasformato quando il dilettante della politica è diventato un politico.

Fedez osserva che forse è stato il Palazzo a cambiare le persone.

Grillo torna allora a due delle regole originarie del Movimento: limite agli stipendi e due mandati.

Nella sua ricostruzione erano proprio quei vincoli a impedire che chi entrava nelle istituzioni finisse per diventare indistinguibile dagli altri politici.

È la versione di Grillo della storia del Movimento. E, come spesso accade quando un fondatore racconta la propria creatura dopo una rottura, contiene inevitabilmente anche il modo in cui vuole essere ricordato dentro quella storia.

Link to Il «banchiere del diavolo» Draghi e i messaggi sulle fragoleIl «banchiere del diavolo» Draghi e i messaggi sulle fragole

Uno dei momenti più divertenti arriva quando Fedez lo porta su Mario Draghi.

Grillo racconta il primo incontro con l'uomo che inizialmente considerava il «banchiere del diavolo».

Si aspettava diffidenza. Anche Draghi, secondo il suo racconto, immaginava probabilmente di essere mandato a quel paese.

Invece scoprono un linguaggio comune nell'ironia.

E cominciano a scambiarsi messaggi surreali.

Grillo scriveva: «Le fragole sono mature».

Draghi avrebbe risposto: «I mirtilli ancora no».

Sembra una scena inventata, ma è anche un piccolo pezzo della trasformazione politica del Movimento.

Nel 2021 Grillo fu infatti uno dei protagonisti del passaggio che portò i Cinque Stelle a sostenere il governo Draghi, nonostante la forte diffidenza presente in una parte della base.

Oggi ne parla quasi come del ricordo di un'altra vita.

Link to Vannacci «come una decalcomania»Vannacci «come una decalcomania»

Quando la conversazione arriva a Roberto Vannacci, Grillo torna invece al registro della satira.

La sua è una critica politica netta, accompagnata ancora una volta da un'immagine.

«È come una decalcomania: più gli sputi sopra, più si appiccica».

Grillo collega la crescita del leader di Futuro Nazionale al ritorno di nazionalismo, patria e bandiera, che definisce «malattie infantili».

È il giudizio di Grillo e va letto come tale.

Ma anche qui c'è un elemento interessante nel modo in cui ragiona: sembra suggerire che l'attacco continuo contro determinati personaggi possa finire per rafforzarli invece che indebolirli.

La decalcomania, appunto.

Più provi a staccarla, più resta attaccata.

Link to La rottura con TravaglioLa rottura con Travaglio

Poi arriva Marco Travaglio.

Per anni il rapporto tra il mondo del Fatto Quotidiano e quello del Movimento è stato strettissimo, pur con differenze e momenti di tensione.

Ora Grillo dice che con il direttore del Fatto non c'è più nulla da dividere.

Non ne mette in discussione le capacità professionali — continua a definirlo «un ottimo giornalista» — ma la distanza politica e personale appare ormai evidente.

E subito dopo allarga il ragionamento all'informazione:

«Il giornalismo è una professione in via di estinzione».

Poi una confessione che fa sorridere proprio perché arriva da uno che per anni ha avuto con gran parte dell'informazione un rapporto quasi bellico: «Mi terrorizza che giornalisti di destra parlino bene di me».

Link to Poi parla di CiroPoi parla di Ciro

C'è però un punto nel quale anche il ritmo di Grillo rallenta.

È quando parla del figlio Ciro, condannato in primo grado a otto anni per violenza sessuale di gruppo. La sentenza non è definitiva e Grillo ribadisce la posizione del figlio, che sostiene la propria innocenza.

Lo descrive come un ragazzo che sta attraversando un periodo di «enorme pesantezza».

Racconta che si è laureato con 110 e lode, che ha costruito una famiglia e che adesso studia per diventare penalista.

Secondo Grillo, Ciro vuole arrivare a difendersi personalmente e «gridare al mondo la sua innocenza».

Qui scompare quasi completamente il personaggio pubblico.

Rimane un padre.

Ed è uno dei pochi momenti degli ottanta minuti nei quali l'ironia lascia completamente il posto a qualcos'altro.

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Alla fine, però, la notizia che molti aspettavano non arriva.

Nessun nuovo partito. Nessun Movimento Zero Stelle. Nessuna candidatura.

E forse è proprio per questo che l'intervista racconta qualcosa di più interessante.

Beppe Grillo non sembra voler tornare a essere quello che è stato. Sa che quella stagione è finita e, quando dice di sentirsi «postumo di me stesso da vivo», sembra esserne perfettamente consapevole.

Ma non accetta neppure che qualcun altro possa riscriverla senza di lui.

Conte guida ormai un Movimento diverso. Grillo lo riconosce apertamente. Dice di essere stato estromesso, sostiene che lo spirito originario non ci sia più e rivendica le intuizioni che considera ancora vive.

È fuori dal Movimento e continua a parlare del Movimento.

Dice di non poter fondare un altro partito e subito dopo ricorda che nella polvere possono ancora esserci dei semi.

Non vuole più guidare, ma vuole ancora disturbare.

Ed è forse questo il Beppe Grillo che resta dopo Beppe Grillo.

Non più il capo politico capace di riempire le piazze e decidere il destino di un governo. Nemmeno semplicemente un comico tornato al proprio mestiere.

Piuttosto il fondatore che osserva da fuori ciò che rimane della propria creatura e continua a rivendicare il diritto di dire: questa cosa porta ancora il nome che le ho dato io, ma non è più la cosa che avevo immaginato.

Da Fedez non è nato un nuovo Movimento.

È riapparso, invece, il fantasma di quello vecchio.

E a evocarlo è stato proprio l'uomo che lo aveva creato.



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