Mario Roggero resta in carcere. Il Tribunale di Sorveglianza di Torino ha respinto la richiesta con cui i suoi avvocati chiedevano di differire l’esecuzione della pena in attesa della decisione sulla domanda di grazia presentata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Niente sospensione della pena, dunque, e niente detenzione domiciliare, che la difesa aveva indicato come soluzione subordinata.
Il gioielliere cuneese di 72 anni continuerà a scontare nel carcere di Bollate la condanna definitiva a 14 anni e nove mesi per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l'assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, nell'aprile del 2021.
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Al centro della decisione non c'era una nuova valutazione sulla responsabilità penale di Roggero, ormai definitivamente accertata dopo la pronuncia della Cassazione.
La questione riguardava esclusivamente l'esecuzione della pena.
I legali avevano chiesto in via principale il differimento, facendo leva sulla domanda di grazia pendente. In subordine avevano chiesto che Roggero potesse attendere la decisione del Quirinale in detenzione domiciliare.
Nell'udienza del 9 settembre la Procura generale aveva espresso parere contrario alle richieste della difesa, mentre il Tribunale si era riservato la decisione. Il verdetto è arrivato oggi: istanza respinta.
Il rigetto non equivale però a un pronunciamento sulla grazia. La domanda rivolta al capo dello Stato segue un procedimento distinto e resta separata dalla decisione dei giudici di sorveglianza sull'esecuzione della pena.
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Il caso risale al 28 aprile 2021, quando tre uomini assaltarono la gioielleria di Roggero a Grinzane Cavour.
Dopo che i rapinatori erano usciti dal negozio, Roggero li inseguì all'esterno e sparò diversi colpi con una pistola legalmente detenuta. Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli morirono, mentre Alessandro Modica rimase ferito.
Il punto decisivo dell'intero procedimento giudiziario è stato proprio ciò che accadde dopo l'uscita dei rapinatori dal negozio.
I giudici non hanno riconosciuto la condotta come legittima difesa e il procedimento si è concluso nel luglio scorso, quando la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e nove mesi di reclusione.
Roggero si è quindi costituito nel carcere di Bollate.
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Il caso ha assunto rapidamente anche una forte dimensione politica.
A luglio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva definito la pena inflitta al gioielliere sproporzionata e aveva rivelato di aver chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio di procedere con gli approfondimenti necessari sulla possibilità della grazia.
La posizione della premier non mette naturalmente in discussione la sentenza definitiva, né può sostituirsi alle prerogative attribuite dalla Costituzione al presidente della Repubblica.
Ha però contribuito a riportare il caso al centro del confronto politico sulla legittima difesa, sulla proporzionalità della pena e sul trattamento di chi reagisce a una rapina.
La famiglia di Roggero ha presentato la domanda di grazia proprio dopo la condanna definitiva.
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È adesso questo il passaggio più importante.
La grazia, prevista dall'articolo 87 della Costituzione, è una prerogativa del presidente della Repubblica. Non cancella la sentenza né stabilisce che il condannato fosse innocente: interviene sulla pena dopo che il procedimento giudiziario si è concluso.
Ed è proprio per questo che la difesa di Roggero aveva chiesto di sospendere temporaneamente l'esecuzione della condanna.
L'obiettivo era consentire al 72enne di attendere fuori dal carcere la decisione sulla domanda presentata al Quirinale.
Il Tribunale di Sorveglianza di Torino non ha accolto questa impostazione.
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La difesa aveva preparato anche una seconda strada.
Qualora i giudici non avessero ritenuto possibile sospendere completamente l'esecuzione della pena, era stata chiesta in subordine la detenzione domiciliare.
Anche questa richiesta è stata respinta.
Roggero resta dunque a Bollate, dove è detenuto da luglio.
Durante l'udienza del 9 settembre aveva partecipato in videocollegamento senza intervenire. Il suo avvocato Stefano Marcolini aveva riferito che il morale del gioielliere rimaneva alto e che in carcere aveva cominciato a occuparsi di attività di contabilità.
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Il nuovo no dei giudici ha immediatamente riacceso anche il fronte politico.
Matteo Salvini ha espresso dispiacere per la decisione, sostenendo di non vedere nel caso di Roggero né un pericolo di fuga né un rischio di reiterazione del reato.
Il leader della Lega ha inoltre annunciato che a Pontida sarà organizzato un gazebo per raccogliere fondi destinati a sostenere le spese legali di Roggero e della sua famiglia.
Il caso continua quindi a dividere profondamente la politica.
Da una parte chi considera la condanna particolarmente severa alla luce del contesto nel quale maturarono i fatti; dall'altra chi sottolinea che le sentenze hanno distinto la reazione iniziale alla rapina dalla successiva condotta del gioielliere, quando i rapinatori erano già usciti dal negozio.
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Non è la prima volta che la richiesta di lasciare il carcere viene respinta.
Già a luglio l'Ufficio di Sorveglianza di Torino aveva detto no a un intervento cautelare sulla carcerazione, rilevando che non erano state indicate circostanze di necessità e urgenza tali da giustificarlo.
La difesa aveva però proseguito sulla strada del differimento della pena collegato alla domanda di grazia, portando la questione davanti al Tribunale di Sorveglianza.
La decisione arrivata oggi chiude anche questa possibilità, almeno sul fronte torinese.
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Il punto centrale è quindi distinguere i diversi piani.
Roggero è stato condannato in via definitiva e la decisione di oggi non riapre il processo. Allo stesso modo, il no al differimento della pena non significa che Mattarella abbia respinto la domanda di grazia.
Significa che, mentre quella procedura segue il proprio corso, Roggero deve continuare a scontare la condanna in carcere.
È proprio su questa distanza tra sentenza definitiva, esecuzione della pena e potere di grazia che si giocherà adesso la parte successiva di una vicenda giudiziaria diventata ormai anche un caso politico nazionale.
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