Chernobyl, quarant’anni dopo: la docuserie che torna dentro il disastro nucleare

di

Ennio Bassi

Lo scrittore Adam Higginbotham lega la memoria della catastrofe del 1986 alle paure riaccese dalla guerra in Ucraina e dai combattimenti intorno ai siti nucleari

Chernobyl, quarant’anni dopo: la docuserie che torna dentro il disastro nucleare

Quarant’anni dopo, Chernobyl continua a parlare al presente. Non soltanto come una delle più gravi catastrofi nucleari della storia, ma come simbolo della fragilità che emerge quando tecnologia, potere politico, segretezza e responsabilità entrano in collisione.

A riportare lo spettatore dentro le ore e i mesi che cambiarono la storia dell’energia nucleare è “Chernobyl: Inside the Meltdown”, docuserie National Geographic in quattro episodi, diretta da Tom Cook ed Erica Jenkin e disponibile su Disney+.

Il racconto combina nuove testimonianze dei sopravvissuti, materiale d’archivio e ricostruzioni degli eventi, tornando alla notte del 26 aprile 1986, quando il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, nell’allora Repubblica socialista sovietica ucraina, esplose durante un test di sicurezza.

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La serie sceglie di partire dalle persone che vissero direttamente quelle ore. I sopravvissuti ricostruiscono l’arrivo dei primi vigili del fuoco, intervenuti per contrastare le fiamme senza una piena consapevolezza della quantità di radiazioni alla quale erano esposti.

Mentre l’incendio continuava e il materiale radioattivo veniva disperso nell’atmosfera, le autorità sovietiche inizialmente limitarono le informazioni sulla gravità dell’incidente.

La contaminazione, tuttavia, non poteva essere confinata politicamente. La nube radioattiva cominciò a spostarsi oltre i confini sovietici, trasformando un incidente avvenuto in Ucraina in un’emergenza internazionale.

La docuserie segue anche i piloti degli elicotteri chiamati a sorvolare il reattore distrutto nel tentativo di contenere l’incendio, esponendosi a condizioni di estremo pericolo.

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Solo successivamente cominciò l’evacuazione della popolazione. Decine di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare le proprie case mentre prendevano forma le gigantesche operazioni di contenimento e decontaminazione.

Attorno alla centrale venne istituita una zona di esclusione di 30 chilometri. Sul reattore distrutto fu quindi costruita un’enorme struttura di cemento, il cosiddetto “sarcofago”, pensata per limitare ulteriormente la dispersione di materiale radioattivo.

Ma uno degli aspetti più duri della storia riguarda gli uomini inviati direttamente nelle aree maggiormente contaminate.

Adam Higginbotham, giornalista e scrittore britannico tra gli esperti intervistati nella docuserie e autore di Mezzanotte a Chernobyl, ricorda che oltre tremila uomini furono mandati sui tetti degli edifici della centrale per rimuovere manualmente detriti altamente radioattivi.

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Higginbotham ha dedicato più di un decennio alla ricostruzione della catastrofe, lavorando su centinaia di ore di interviste, testimonianze, lettere, memorie e documenti d’archivio.

Tra le persone incontrate figura il generale Nikolaj Tarakanov, responsabile di alcune delle operazioni più pericolose successive all’incidente.

Secondo quanto raccontato dallo scrittore, Tarakanov sosteneva di avere cercato di ridurre al minimo l’esposizione degli uomini, utilizzando protezioni, anche improvvisate, e limitando a pochi minuti o addirittura a pochi secondi il tempo trascorso nelle aree più contaminate.

Per Higginbotham, tuttavia, il problema andava oltre le decisioni dei singoli responsabili. La gestione della tragedia mise in evidenza le debolezze strutturali del sistema sovietico, dalla disinformazione all’incompetenza, fino alla disponibilità a esporre migliaia di cittadini a rischi enormi pur di controllare le conseguenze dell’incidente.

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“Chernobyl: Inside the Meltdown” non si ferma alle settimane immediatamente successive all’esplosione. La ricostruzione arriva fino a circa quattordici mesi dopo il disastro, quando alcuni responsabili della centrale furono processati.

Parallelamente, le indagini contribuirono progressivamente a far emergere un quadro molto più complesso sulle cause dell’incidente e sulle responsabilità legate al funzionamento del reattore e alla gestione dell’emergenza.

Torna così anche la figura di Valerij Legasov, lo scienziato sovietico che ebbe un ruolo centrale nella risposta alla catastrofe.

Legasov partecipò alla commissione incaricata di indagare sull’incidente e contribuì a limitarne alcune conseguenze. Il suo progressivo scontro con le reticenze del sistema sovietico lo trasformò in uno dei personaggi simbolo della vicenda. Morì suicida nel 1988.

Secondo Higginbotham, ciò che vide a Chernobyl distrusse la sua fiducia nel sistema e contribuì anche al deterioramento della sua salute.

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A rendere la docuserie particolarmente attuale è inevitabilmente la guerra in Ucraina.

La centrale di Chernobyl e gli altri siti nucleari ucraini sono tornati al centro dell’attenzione internazionale dall’inizio dell’invasione russa. La presenza di operazioni militari nelle vicinanze di infrastrutture nucleari ha riportato alla memoria una paura che l’Europa conosce fin troppo bene.

Higginbotham interpreta questa dimensione anche in termini psicologici.

A quarant’anni dalla catastrofe, osserva, le azioni militari russe nelle aree dove sorgono impianti nucleari finiscono per riattivare nell’opinione pubblica il terrore associato al 1986. Secondo lo scrittore, Mosca sarebbe pienamente consapevole della forza simbolica e psicologica esercitata dal rischio nucleare sulla popolazione ucraina e sul resto del mondo.

Si tratta di una valutazione attribuita a Higginbotham, che collega così la memoria storica della catastrofe all’attuale scenario bellico.

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La forza di Chernobyl sta anche nella sua capacità di essere contemporaneamente un luogo, un evento storico e un simbolo.

Dietro le cifre della contaminazione ci furono vigili del fuoco, tecnici, scienziati, piloti, soldati, operai e famiglie costrette ad abbandonare improvvisamente le proprie case. E dietro l’incidente tecnologico ci fu un sistema politico che cercò inizialmente di controllare anche la circolazione della verità.

È su questa dimensione umana che “Chernobyl: Inside the Meltdown” costruisce il proprio racconto. Quarant’anni dopo l’esplosione del reattore 4, Chernobyl non appartiene soltanto alla storia dell’Unione Sovietica o dell’energia atomica.

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