Ciro Grillo, sentenza a rischio nullità per una firma mancante: la difesa chiede di rifare il primo grado

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Corinna Pindaro

Ciro Grillo, la difesa chiede di annullare la condanna di primo grado per una firma mancante. Il 12 novembre la Corte d'Appello deciderà sulla nullità

Ciro Grillo, sentenza a rischio nullità per una firma mancante: la difesa chiede di rifare il primo grado

Una firma mancante su una sentenza di oltre settanta pagine rischia di riaprire il caso giudiziario che coinvolge Ciro Grillo, figlio del fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo, e i suoi tre amici genovesi Edoardo Capitta, Vittorio Lauria e Francesco Corsiglia.

I quattro giovani sono stati condannati nel settembre 2025 dal Tribunale di Tempio Pausania per i fatti avvenuti nell'estate del 2019 in Costa Smeralda. Ora, a pochi giorni dall'inizio del processo di secondo grado, i difensori hanno depositato una memoria nella quale chiedono che la sentenza venga dichiarata nulla per un difetto nella sottoscrizione.

La questione sarà esaminata dalla Corte d'Appello di Sassari nell'udienza prevista per giovedì 12 novembre alle ore 9. La decisione potrebbe incidere significativamente sui tempi del procedimento, già durato diversi anni.

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Al centro della contestazione c'è la composizione del collegio giudicante che ha pronunciato la condanna.

Il Tribunale di Tempio Pausania era presieduto da Marco Contu, affiancato dai giudici Marcella Pinna e Alessandro Cossu. Tutti e tre avrebbero partecipato alla redazione delle motivazioni della sentenza, un documento di oltre 72 pagine.

Sul provvedimento, tuttavia, comparirebbero soltanto due sottoscrizioni: quella del presidente Contu e quella della giudice Pinna.

Mancherebbe invece la firma di Alessandro Cossu, trasferito al Tribunale di Asti poche settimane prima dell'ultima udienza del processo.

Secondo gli avvocati degli imputati, non si tratterebbe di una semplice dimenticanza, ma di un'irregolarità capace di compromettere la validità dell'intera decisione.

La memoria difensiva sottolinea che la sentenza risulta sottoscritta dal presidente e da uno solo dei due magistrati indicati come estensori, senza che venga fornita una spiegazione dell'assenza della terza firma.

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La questione riguarda le garanzie formali previste dal codice di procedura penale.

La sottoscrizione della sentenza serve ad attestare la provenienza del provvedimento e la responsabilità dei magistrati che lo hanno redatto. Non rappresenta quindi un adempimento puramente burocratico, ma un elemento che contribuisce alla regolarità dell'atto giudiziario.

La normativa contempla situazioni nelle quali un giudice non possa firmare, ma prevede specifiche condizioni e formalità per documentare l'impedimento.

Secondo la difesa di Grillo e degli altri imputati, nel provvedimento del Tribunale di Tempio Pausania non sarebbe presente alcuna indicazione che giustifichi l'assenza della sottoscrizione.

I legali sostengono che tale mancanza non possa essere considerata una semplice irregolarità sanabile senza conseguenze, ma debba determinare la nullità della sentenza.

A sostegno della richiesta viene richiamata anche una pronuncia della Corte di Cassazione del 2013, relativa alle conseguenze della mancata sottoscrizione di un provvedimento giudiziario.

La questione resta comunque sottoposta alla valutazione dei giudici d'appello, che dovranno stabilire se il precedente sia applicabile alla situazione specifica.

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L'eventuale riconoscimento della nullità non comporterebbe automaticamente l'assoluzione degli imputati.

La conseguenza potrebbe essere invece la restituzione degli atti al Tribunale di Tempio Pausania affinché venga rinnovato il provvedimento ritenuto irregolare.

In questo scenario, la sentenza dovrebbe essere nuovamente redatta e sottoscritta secondo le modalità previste dalla legge, per poi essere depositata.

Una simile procedura potrebbe provocare uno slittamento di diversi mesi nell'avvio effettivo del giudizio di secondo grado.

Prima di arrivare a un eventuale annullamento, tuttavia, potrebbe essere necessario verificare la possibilità di acquisire la firma del giudice Cossu, oggi in servizio ad Asti.

Se il magistrato non dovesse sottoscrivere il provvedimento e la Corte ritenesse fondato il vizio denunciato dalla difesa, potrebbe aprirsi la strada alla dichiarazione di nullità.

Al momento, quindi, la sentenza non è stata annullata e il processo non è stato disposto nuovamente: si tratta di una richiesta dei difensori sulla quale i giudici devono ancora pronunciarsi.

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Il procedimento riguarda la denuncia presentata da una giovane studentessa italo-norvegese per una presunta violenza sessuale avvenuta nel luglio 2019, dopo una serata trascorsa in un locale di Porto Cervo.

Secondo l'accusa, i fatti si sarebbero verificati all'interno di una residenza a Cala di Volpe, in Costa Smeralda.

Nel settembre 2025 il Tribunale di Tempio Pausania ha pronunciato la sentenza di primo grado, riconoscendo la responsabilità penale degli imputati.

Ciro Grillo, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria sono stati condannati a otto anni di reclusione per violenza sessuale di gruppo.

Per Francesco Corsiglia è stata invece disposta una pena di sei anni e sei mesi, con il riconoscimento della responsabilità per violenza sessuale, ma non per la fattispecie di gruppo.

Il pubblico ministero Gregorio Capasso aveva chiesto una condanna a nove anni per tutti e quattro gli imputati.

Le condanne non sono definitive e i giovani, che hanno sempre contestato le accuse, hanno esercitato il diritto di impugnare la decisione.

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Un altro elemento importante riguarda le impugnazioni della sentenza.

Né la Procura né le parti civili hanno presentato appello contro le condanne pronunciate nel settembre 2025.

La decisione di ricorrere al secondo grado è stata assunta esclusivamente dalle difese dei quattro imputati, che contestano diversi aspetti della ricostruzione giudiziaria e chiedono l'annullamento della sentenza.

L'assenza di un appello dell'accusa assume rilievo anche rispetto alle possibili conseguenze del giudizio di secondo grado, nel quale opera il principio del divieto di peggioramento della pena quando a impugnare è soltanto l'imputato.

La questione della firma rappresenta soltanto una delle eccezioni sollevate dai difensori, che intendono contestare anche il contenuto della decisione di primo grado.

L'udienza del 12 novembre sarà quindi dedicata, almeno inizialmente, all'esame delle questioni preliminari.

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Davanti alla Corte d'Appello di Sassari sono attesi anche i rappresentanti delle parti civili.

Giulia Bongiorno assiste la giovane che ha denunciato la violenza sessuale. Gli avvocati Vinicio Nardo e Fiammetta Di Stefano rappresentano invece l'amica della denunciante, coinvolta in un ulteriore episodio contestato nel procedimento, relativo ad alcune fotografie intime scattate mentre dormiva.

Il processo di primo grado è durato quasi quattro anni e ha attraversato numerose udienze, testimonianze e approfondimenti sulla ricostruzione degli avvenimenti.

L'eventuale accoglimento dell'eccezione formale rischierebbe ora di allungare ulteriormente i tempi necessari per arrivare a una decisione definitiva.

La questione sollevata dai difensori non riguarda direttamente la valutazione delle prove o la ricostruzione dei fatti, ma la regolarità giuridica del provvedimento con cui è stata pronunciata la condanna.

Si tratta di due piani distinti: da una parte la validità formale della sentenza, dall'altra il merito delle accuse, che sarà oggetto del giudizio d'appello qualora il procedimento possa proseguire.

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La prima udienza davanti alla Corte d'Appello di Sassari si annuncia dunque decisiva per stabilire il percorso processuale dei prossimi mesi.

I magistrati dovranno valutare se l'assenza della firma di Alessandro Cossu sia effettivamente tale da determinare la nullità della sentenza oppure se il problema possa essere risolto senza annullare il provvedimento.

L'esito non è scontato e dipenderà dall'interpretazione delle norme processuali applicabili al caso.

Se l'eccezione fosse respinta, il giudizio potrebbe proseguire con l'esame degli altri motivi di impugnazione. In caso contrario, gli atti potrebbero tornare al tribunale che ha pronunciato la condanna, con un inevitabile allungamento dei tempi.

Una sola firma potrebbe dunque incidere sul futuro di uno dei procedimenti giudiziari più seguiti degli ultimi anni. Non cancellerebbe automaticamente le accuse né determinerebbe un'assoluzione, ma potrebbe imporre la rinnovazione della sentenza e ritardare ulteriormente il giudizio definitivo.

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