È morto all’Aia Ratko Mladić, ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco e una delle figure più controverse e sanguinose delle guerre che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia. Aveva 84 anni e stava scontando una condanna definitiva all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
La notizia della morte è stata riferita da Lidija Pavićević, sottosegretaria di Stato presso il ministero serbo dei Diritti umani e delle minoranze, dopo aver ricevuto la comunicazione dal figlio dell’ex generale, Darko Mladić, secondo quanto riportato dall’agenzia Tanjug e ripreso dall’ANSA.
Le condizioni di salute dell’ex comandante erano da tempo gravemente compromesse. Dal 2024 si trovava in una struttura ospedaliera penitenziaria all’Aia e da circa un anno e mezzo, secondo le informazioni diffuse, era costretto a letto. Negli ultimi mesi Belgrado aveva sollecitato un rilascio per ragioni umanitarie, sostenendo che Mladić fosse malato terminale e avesse subito uno o più ictus.
Le richieste erano state respinte dal Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali, secondo il quale il detenuto riceveva nell’istituto le cure palliative necessarie.
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Il nome di Ratko Mladić rimane inseparabile dalla guerra in Bosnia-Erzegovina e, soprattutto, dal massacro di Srebrenica del luglio 1995.
Comandante dell’esercito della Republika Srpska durante il conflitto, Mladić guidò le forze serbo-bosniache nella fase più drammatica della guerra. Dopo la conquista dell’enclave di Srebrenica, dichiarata dalle Nazioni Unite “zona protetta”, oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi.
La giustizia internazionale ha qualificato quelle uccisioni come genocidio.
Nel 2017 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia condannò Mladić all’ergastolo, riconoscendolo responsabile, tra l’altro, del genocidio di Srebrenica, delle persecuzioni e deportazioni della popolazione non serba e della campagna di terrore contro i civili durante l’assedio di Sarajevo. La condanna all’ergastolo venne confermata in appello nel 2021.
Prima di arrivare davanti ai giudici, Mladić era riuscito a sottrarsi alla cattura per circa sedici anni. Fu arrestato in Serbia nel maggio 2011 e successivamente trasferito all’Aia.
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La scomparsa dell’ex generale non cancella una delle divisioni più profonde lasciate dalle guerre balcaniche.
Per i sopravvissuti e per i familiari delle vittime, Mladić rimane l’uomo condannato dalla giustizia internazionale per alcuni dei crimini più gravi commessi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Le Madri di Srebrenica, reagendo alla notizia della morte, hanno sottolineato come la sua scomparsa non possa modificare né ridimensionare i crimini accertati dai tribunali internazionali. La morte dell’autore dei crimini, è il senso della loro posizione, non chiude la storia e soprattutto non cambia i fatti stabiliti giudiziariamente.
Di segno opposto sono state alcune reazioni provenienti dalla Serbia e dalla Republika Srpska.
Il quotidiano nazionalista e filogovernativo di Belgrado Politika ha ricordato Mladić come comandante dell’esercito serbo-bosniaco e “simbolo della difesa della Republika Srpska”, una lettura che mostra quanto la memoria della guerra rimanga ancora oggi profondamente divisa.
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Anche Milorad Dodik, ex presidente della Republika Srpska, ha reso omaggio all’ex generale, esprimendo le proprie condoglianze alla famiglia.
Dodik ha dichiarato che la Republika Srpska «non dimenticherà il suo ruolo» e ha espresso rammarico perché Mladić non abbia potuto trascorrere gli ultimi giorni fuori dal carcere a causa delle sue condizioni di salute.
Nelle sue dichiarazioni, Dodik ha presentato l’ex comandante come protagonista della lotta del popolo serbo-bosniaco e ha contestato ancora una volta la lettura delle sue responsabilità.
Parole che si pongono in netto contrasto con le sentenze definitive della giustizia internazionale, che hanno attribuito a Mladić responsabilità penali individuali per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
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La morte di Ratko Mladić arriva oltre trent’anni dopo Srebrenica, ma dimostra quanto il passato continui a pesare sul presente dei Balcani.
La figura dell’ex generale resta al centro di due memorie radicalmente differenti: quella delle vittime e delle sentenze internazionali, che documentano le responsabilità per il genocidio e gli altri crimini, e quella di settori del nazionalismo serbo che continuano a rappresentarlo come un comandante che avrebbe difeso il proprio popolo.
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