Il G20 Finanze di Asheville si chiude senza un accordo unitario, mettendo in evidenza le distanze tra le principali economie mondiali non soltanto sulle priorità economiche, ma anche sui dossier geopolitici che inevitabilmente entrano nel confronto.
La presidenza statunitense, con il segretario al Tesoro Scott Bessent, aveva impostato il vertice sulla necessità di rilanciare la crescita e riportare il G20 verso le sue competenze economiche e finanziarie originarie. Una linea che ha ridotto lo spazio riservato a temi come cambiamento climatico e disuguaglianze sociali e che ha incontrato le perplessità delle delegazioni europee.
Il risultato è stato un confronto segnato soprattutto dalle divergenze con la Cina. Non essendo stato possibile raggiungere il consenso sul documento conclusivo, gli Stati Uniti hanno diffuso una dichiarazione della presidenza incentrata sulla crescita economica e sulla stabilità dei mercati energetici.
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La strategia americana ha puntato sulla deregolamentazione, sull’incentivazione degli investimenti privati e sulla correzione degli squilibri del commercio internazionale.
Sul piano più generale, i lavori hanno individuato alcune delle principali vulnerabilità dell’economia mondiale: l’elevato debito sovrano, l’invecchiamento della popolazione e la crescente esposizione delle economie a shock esterni. Se la necessità di sostenere la crescita è rimasta al centro del confronto, le differenze sono emerse sulle politiche da adottare per raggiungere l’obiettivo.
Nel dibattito è intervenuto anche il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh, sottolineando la portata dei cambiamenti in corso nell’economia globale e le differenti condizioni nelle quali i singoli Paesi sono chiamati ad affrontarli.
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Uno dei punti più controversi ha riguardato direttamente Pechino. Washington ha indicato il surplus commerciale cinese, stimato in circa 1.200 miliardi di dollari, come un potenziale fattore di distorsione degli equilibri economici globali.
La Cina ha respinto questa impostazione e le divergenze hanno contribuito a impedire l’approvazione consensuale del testo conclusivo.
Alle questioni commerciali si è sovrapposto il dossier iraniano. Gli Stati Uniti puntano a intensificare la pressione economica su Teheran, mentre la Cina continua ad avere un ruolo centrale negli acquisti di petrolio iraniano. Secondo i dati riportati nel corso del vertice, Pechino assorbirebbe circa il 90% del greggio iraniano esportato a prezzi scontati.
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Un altro elemento di tensione è stato rappresentato dalla partecipazione del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov. La presenza della delegazione di Mosca, comunicata dagli Stati Uniti ai partner europei a ridosso dell’appuntamento, ha suscitato irritazione tra le delegazioni dell’Unione europea.
Bessent ha difeso la scelta sostenendo l’importanza di mantenere aperto il confronto con la Russia. Da parte europea è invece emersa anche una distanza rispetto alla scelta statunitense di ridimensionare il tema climatico nell’agenda.
Il commissario europeo Valdis Dombrovskis ha ribadito il legame tra crisi climatica e resilienza economica, segnando una differenza rispetto all’impostazione scelta dalla presidenza americana.
Per l’Italia ha partecipato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha descritto il contesto del vertice come particolarmente complesso. A margine dei lavori, Giorgetti ha avuto anche incontri bilaterali con i rappresentanti di Qatar e Corea del Sud.
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Le crisi internazionali hanno avuto un peso anche nella discussione sulla sicurezza energetica. La dichiarazione della presidenza statunitense, sostenuta dai partecipanti con l’eccezione della Cina, ha richiamato l’attenzione sui rischi derivanti dalle interruzioni dei flussi commerciali energetici.
Un riferimento particolare è stato riservato allo Stretto di Hormuz. La libertà e la sicurezza della navigazione attraverso uno dei passaggi strategici per il commercio mondiale sono state indicate come condizioni essenziali per la stabilità dell’economia internazionale.
Il tema mostra quanto sia difficile separare, nell’attuale scenario, l’agenda strettamente finanziaria auspicata da Washington dagli effetti economici delle crisi geopolitiche.
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A rendere ancora più evidente il quadro internazionale è stata la contemporaneità con il vertice della Shanghai Cooperation Organization a Bishkek, in Kyrgyzstan.
Mentre ad Asheville Stati Uniti e Cina non riuscivano a trovare un compromesso, Xi Jinping incontrava Vladimir Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Un appuntamento che ha mostrato il peso crescente di Pechino nelle relazioni con Paesi sottoposti a sanzioni o pressioni diplomatiche statunitensi.
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