La guerra contro l’Iran ha messo sotto pressione le scorte di munizioni degli Stati Uniti. A riconoscerlo è un rapporto dell’Ispettore generale del Pentagono, che segnala carenze negli arsenali strategici e problemi nella capacità dell’industria americana di rimpiazzare rapidamente il materiale utilizzato durante le operazioni militari.
Secondo il documento citato da ANSA, tra il 28 febbraio e il 30 giugno 2026 l’Operazione Epic Fury contro l’Iran avrebbe comportato una spesa complessiva di circa 33,4 miliardi di dollari. Di questi, circa 22,3 miliardi sarebbero stati destinati alle sole munizioni.
«Le spese per munizioni durante l’Operazione Epic Fury hanno causato carenze nelle scorte strategiche e rivelato colli di bottiglia all’interno delle industrie di rifornimento», afferma il rapporto. Il Pentagono segnala tuttavia anche le iniziative avviate per aumentare e accelerare la produzione.
Le conclusioni del documento assumono particolare rilievo perché nei mesi precedenti l’amministrazione statunitense aveva ridimensionato le notizie sulle difficoltà degli arsenali. Quando a giugno erano emerse indiscrezioni su un possibile razionamento di alcuni missili, soprattutto degli intercettori, il governo aveva respinto questa ricostruzione.
Lo stesso presidente Donald Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti disponevano di «enormi quantità di munizioni». All’inizio di settembre aveva ribadito il concetto, parlando di disponibilità «praticamente illimitate». Il rapporto dell’Ispettore generale offre ora un quadro più problematico, almeno per quanto riguarda alcune categorie di armamenti e la velocità con cui possono essere rimpiazzate.
Secondo ricostruzioni della stampa citate dalla fonte, proprio la pressione sulle scorte avrebbe contribuito alla decisione di Washington di non condurre ulteriori attacchi su larga scala contro Teheran durante l’estate. Il rapporto non attribuisce però direttamente a questa circostanza le scelte operative della Casa Bianca.
Il documento descrive anche l’entità dei danni provocati dagli attacchi di rappresaglia iraniani. Nonostante il massiccio impiego di sistemi intercettori, sarebbero stati danneggiati o distrutti centinaia di edifici e strutture nelle basi americane presenti in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania.
Pesante anche il bilancio relativo ai mezzi militari. Secondo il rapporto, sarebbero stati distrutti quattro F-15, mentre un F-35 sarebbe stato danneggiato. Sette aerei cisterna KC-135 risulterebbero danneggiati o distrutti e fino a 30 droni MQ-9 Reaper sarebbero andati perduti.
Il Pentagono stima inoltre che siano oltre 50mila i militari statunitensi coinvolti nelle operazioni iniziate il 28 febbraio con gli attacchi israelo-americani contro l’Iran. Le successive azioni di rappresaglia di Teheran e dei suoi alleati avrebbero interessato anche strutture diplomatiche americane in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il rapporto mette così in evidenza non soltanto l’elevato costo economico delle operazioni, ma anche una delle principali sfide strategiche per Washington: mantenere sufficienti riserve di missili e intercettori mentre l’industria della difesa cerca di aumentare la produzione per ricostituire le scorte consumate dal conflitto.
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