Hormuz, gli sceicchi offrono un “contributo” all’Iran per riaprire lo Stretto: danni fino a 90 miliardi di dollari

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Redazione

La mediazione dell’Oman: un pagamento volontario per garantire il transito delle navi senza parlare di dazio. Teheran deve ancora rispondere, mentre il Golfo cerca una via d’uscita dalla crisi energetica

Hormuz, gli sceicchi offrono un “contributo” all’Iran per riaprire lo Stretto: danni fino a 90 miliardi di dollari

I Paesi del Golfo sono pronti a pagare pur di riaprire lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico da cui transita una quota decisiva dell’energia mondiale. La proposta, mediata dall’Oman e sottoposta all’Iran, prevede un “contributo volontario” per il transito delle navi, una formula studiata per evitare di introdurre il concetto di dazio e non creare un precedente che potrebbe irritare Washington e il presidente Donald Trump.

Teheran non ha ancora dato una risposta ufficiale al piano, che prende ispirazione dal modello dello Stretto di Malacca, dove Indonesia, Malesia e Singapore chiedono contributi per servizi di navigazione, tutela ambientale e soccorso. Formalmente, la libertà di navigazione resterebbe garantita, ma l’accordo assicurerebbe all’Iran nuove entrate finanziarie in una fase segnata dai danni della guerra.

La crisi ha avuto un impatto pesantissimo sulle economie del Golfo. La chiusura o la limitazione del traffico nello Stretto ha ridotto l’export di petrolio e gas, colpendo Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein. Secondo alcune stime, i danni alle infrastrutture energetiche e logistiche — tra raffinerie, terminal, oleodotti e centrali — oscillerebbero tra i 70 e i 90 miliardi di dollari.

Anche le economie non petrolifere hanno subito conseguenze rilevanti: il blocco del traffico aereo e i problemi alla sicurezza regionale hanno penalizzato turismo, trasporti e servizi, settori fondamentali soprattutto per Qatar ed Emirati.

Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, la contrazione del Pil potrebbe variare dall’1,4% dell’Arabia Saudita fino al 14,7% del Qatar, con perdite economiche stimate in decine di miliardi di dollari. A pesare anche l’aumento della spesa militare: i Paesi del Golfo hanno incrementato i bilanci della Difesa per sistemi antimissile e protezione delle infrastrutture.

Il “contributo” a Teheran rappresenterebbe quindi, per gli sceicchi, un costo necessario per tornare a esportare energia e ridurre l’impatto della crisi. Ora la decisione passa all’Iran, chiamato a scegliere se trasformare Hormuz da strumento di pressione geopolitica a fonte di nuove risorse economiche.

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