Il Generale dietro la collina: come e perché la destra dovrà fare i conti con Vannacci

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Guido Talarico
Guido Talarico

Lo scenario verso le politiche: una sinistra incapace di esprimere una leadership degna di nota, il crollo della Lega e l’ascesa di Futuro Nazionale aprono un risiko politico senza precedenti. Ma tra veti e tabù i margini sono strettissimi per tutti, anche perché chi vince nel 27 opziona il Colle più alto. Ecco come potrebbe finire

Il Generale dietro la collina: come e perché la destra dovrà fare i conti con Vannacci


di Guido Talarico

Data per evidente, almeno ad oggi, l’incapacità della sinistra di esprimere una leadership credibile e con possibilità di vittoria, guardiamo cosa succede dell’altra parte dove leadership ed effervescenza sono maggiori. Partiamo dai numeri a disposizione. Il conto alla rovescia per le elezioni politiche del 2027 si sta trasformando in un sofisticato esercizio di aritmetica. Se fino a pochi mesi fa la riconferma della maggioranza uscente appariva come un’inerzia storica, gli ultimi dati demoscopici restituiscono una fotografia diversa: un Paese spaccato a metà, congelato in un apparente e drammatico pareggio. Il cosiddetto "Campo Largo" delle opposizioni uniti viaggia ormai stabilmente intorno al 44%, tallonando e in alcuni casi superando il blocco di governo tradizionale, fermo tra il 42% e il 44%.


In questo equilibrio precario, il motore della coalizione ha perso colpi. A pesare è soprattutto la parabola discendente della Lega, svuotata di consensi e consunta da anni di logoramento interno. Ma in fisica politica gli spazi vuoti non esistono. Ed è qui che si inserisce la parabola di Roberto Vannacci e del suo movimento, Futuro Nazionale. Accreditato di una media che oscilla tra il 7,4% e l'8% dei consensi, il Generale non è più una pittoresca anomalia: è, nei fatti, l'unico vero ago della bilancia strutturale. La matematica elettorale non ammette repliche: senza i voti di Vannacci, il centrodestra è destinato alla sconfitta. Con Vannacci formalmente cooptato in coalizione, la destra allargata supererebbe la soglia del 47%, blindando la continuità dell'esecutivo. Il che significa che in uno scenario del genere primo o poi Meloni e Vannacci dovranno sedersi ad un tavolo, a meno che non vogliano regalare il ruolo decisivo di ago della bilancia ai partiti centristi di entrambi gli schieramenti.


Insomma, anche Vannacci non potrà che guardare a destra. A quel punto il problema si sposta immediatamente dal piano numerico a quello dell'architettura di governo. Come si coopta un leader che ha costruito la sua fortuna sulla rottura degli schemi tradizionali? La risposta è ovvia: offrendogli almeno un ministero di peso. Ed è proprio su questo tavolo che già si sta consumando un risiko riservatissimo tra le feluche della maggioranza, dove ogni casella strategica sembra scontrarsi con veti incrociati, tradizioni istituzionali e rivalità personali insanabili.


Il primo, insormontabile scoglio riguarda il Ministero della Difesa. Per Vannacci, ex comandante della Folgore, via XX Settembre sarebbe la collocazione più naturale, il coronamento di una vita in divisa. Eppure, fonti governative ben informate escludono categoricamente questa ipotesi. Il motivo ha un nome e un cognome: Guido Crosetto. L'attuale ministro non è soltanto il principale antagonista politico e culturale del Generale – celebri le sue dure prese di posizione disciplinari ai tempi della pubblicazione del bestseller "Il mondo al contrario" – ma è soprattutto il padre fondatore di Fratelli d’Italia. Imporre a Crosetto lo smacco di cedere la propria poltrona all'eterno rivale aprirebbe una faglia sismica nel partito di maggioranza relativa, un prezzo che Giorgia Meloni non può e non vuole permettersi di pagare.

Esclusa la Difesa, lo sguardo si sposta naturalmente sul Ministero dell'Interno. Il Viminale garantirebbe a Vannacci la vetrina perfetta per le sue battaglie identitarie su sicurezza e immigrazione. Qui, però, la diplomazia sotterranea si scontra con un tabù storico della Repubblica Italiana: il Viminale non ha mai voluto, né mai avuto, ex militari di carriera alla sua guida. La gestione dell'ordine pubblico e il coordinamento delle forze di polizia richiedono una cultura politica e prefettizia civile, antitetica alla mentalità gerarchica delle forze armate. Il rischio di una militarizzazione anche solo d'immagine dello Stato della sicurezza interna viene giudicato inaccettabile dalle cancellerie e dal Quirinale.

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Il percorso si fa ancora più stretto se si guarda agli Esteri. La Farnesina è la roccaforte di Antonio Tajani e di Forza Italia, l'ala moderata ed europeista della coalizione, profondamente atlantista e calorosamente distante dalle posizioni euroscettiche e marcatamente nazionaliste del Generale. Sfrattare i moderati per inserire Vannacci significherebbe di fatto far saltare l'alleanza con il PPE e isolare l'Italia a Bruxelles.


Cosa rimane, dunque, sul tavolo delle trattative possibili? La via d'uscita tecnica e politica per Giorgia Meloni sembrerebbe potersi concentrare su tre caselle specifiche. La prima è di rango puramente politico: la carica di Vice Presidente del Consiglio. Un ruolo di forte rappresentanza istituzionale che darebbe a Vannacci lo status di leader paritario nella cabina di regia del governo, senza la gestione diretta di portafogli divisivi. Sul piano operativo, invece, le opzioni reali si reducono a due ministeri economici ma di fortissimo impatto mediatico e infrastrutturale.
Il primo è il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Una poltrona pesante, dove, guarda caso, oggi siede Matteo Salvini, che permetterebbe a Vannacci di ereditare i dossier dei grandi cantieri nazionali, gestendo flussi miliardari di investimenti e offrendo una visibilità quotidiana sul territorio, erodendo ulteriormente ciò che resta dell'eredità salviniana. La seconda opzione è il Ministero del Made in Italy (Mimit). Una denominazione che sembra scritta appositamente per la retorica sovranista di Futuro Nazionale: difendere il prodotto italiano, la filiera nazionale e l'autarchia culturale ed economica della produzione patria rispetto alle pressioni della globalizzazione.


Questo laborioso incastro di poltrone e veti non risponde però soltanto alla contingenza del 2027. Sullo sfondo della legislatura si staglia un traguardo ancora più ambizioso e profondo: l'elezione del Presidente della Repubblica del 2029. In caso di vittoria e di tenuta della nuova maggioranza allargata a Vannacci, il centrodestra si presenterebbe all'appuntamento del dopo-Mattarella con i numeri necessari per esprimere, per la prima volta nella storia repubblicana, un Capo dello Stato di chiara estrazione conservatrice. In questo scenario, la candidata naturale e favorita assoluta non potrebbe che essere l'attuale premier Giorgia Meloni, pronta a coronare il suo già straordinario percorso politico con la salita al Colle più alto di Roma. Per farlo, ha bisogno che la sua macchina politica nel 2027 funzioni alla perfezione e le riassicuri maggioranza e governo. E un pezzo decisivo della chiave di quella macchina, volente o nolente, ad oggi sembra essere nelle mani del Generale.

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