L’Africa ha già vinto il Mondiale. Lo dicono i numeri: delle dieci squadre africane qualificate a Canada-Messico-USA 2026, nove sono arrivate ai sedicesimi di finale. Nove su dieci. Quattro anni fa, in Qatar, su cinque squadre CAF (Conferenza africana del calcio) ne erano passate due. Il tasso di conversione è schizzato dal 40% al 90% in un solo ciclo mondiale. Non è fortuna, non è un format più largo che regala scampoli di gloria: è un movimento calcistico che ha compiuto, sotto gli occhi di tutti, il salto che gli analisti europei continuano a definire “sorprendente” solo perché non volevano vederlo arrivare. La stessa cosa che accade sul fonte economico e geopolitico.
Il dato umano dietro la statistica è ancora più eloquente. Sui 260 calciatori convocati dalle nazionali africane in questo Mondiale, 115 — il 44% — sono nati in Europa. Il Marocco, semifinalista a sorpresa nel 2022 e tra le grandi protagoniste anche stavolta, schiera 19 giocatori su 26 nati nel Vecchio Continente, una rosa costruita per il 77% da calciatori formati calcisticamente fuori dai confini nazionali. La Repubblica Democratica del Congo ne conta 20 su 26. La sorprendente Capo Verde, alla sua prima storica partecipazione, 14 su 26. Sono cifre che raccontano una circolarità che fino a ieri andava in un’unica direzione — dall’Africa verso i campionati europei — e che oggi torna indietro sotto forma di talento, struttura tattica, capitale umano formato nei vivai del Vecchio Continente e restituito, per scelta identitaria, alle nazionali d’origine. E poi c’è l’altra metà del campo, quella delle squadre europee e sudamericane che dell’apporto africano — diretto o di eredità migratoria — sono ormai costitutivamente intessute. Basta scorrere la lista dei nomi che stanno facendo questo Mondiale per capirlo. C’è Kylian Mbappé, capocannoniere e capitano della Francia, oggi miglior marcatore di sempre dei Bleus, figlio di padre camerunese; al suo fianco Ousmane Dembélé, Aurélien Tchouaméni e William Saliba completano un blocco francese di radici subsahariane e nordafricane che è ormai la norma, non l’eccezione, della nazionale campione del mondo 1998 e 2018.
LA PROFONDITÀ ED IL VALORE DEL BACINO AFRICANO SONO ORMAI STORICI
Nel Brasile di Ancelotti, Vinícius Júnior e Raphinha — entrambi neri, entrambi tra i giocatori più decisivi del torneo — portano avanti la tradizione di una Seleção che ha sempre attinto, da Pelé in poi, al patrimonio afrodiscendente più vasto del pianeta, frutto della diaspora forzata della tratta atlantica. Achraf Hakimi guida da terzino la corsa del Marocco; Mohammed Kudus quella del Ghana; Sadio Mané, Ismaïla Sarr e Nicolas Jackson quella del Senegal. È la stessa Francia che nel 1998 vinse il suo primo Mondiale con Zinédine Zidane, di origini cabile-algerine, e con una generazione — Thuram, Henry, Vieira — arrivata dalle Antille e dal Senegal, scatenando allora le ire della destra di Jean-Marie Le Pen. Ventotto anni dopo, quella Francia “meticcia” che doveva essere un’anomalia è semplicemente la Francia. Lo stesso vale, con sfumature diverse, per Belgio, Portogallo e Inghilterra. Per inciso: a questo Mondiale mancano Nigeria e Camerun, eliminate ai playoff dalla Repubblica Democratica del Congo — la prova, semmai ce ne fosse bisogno, che la profondità del bacino di talenti africani è ormai tale da lasciare a casa anche giocatori del calibro di Victor Osimhen e Ademola Lookman.
Tenuta insieme, questa fotografia racconta una cosa sola: il calcio africano oggi non è più un giacimento da cui l’Europa estrae materie prime a basso costo, come avveniva fino a non molti anni fa e come continua ad avvenire in altri settori. È un sistema che produce, forma, esporta e — sempre più spesso — trattiene il proprio talento, costruendo squadre nazionali capaci di togliere punti a Brasile, Inghilterra, Portogallo e Spagna, come è già successo in questo torneo. Il giornalista sportivo inglese Peter Crouch lo ha detto senza troppi giri di parole: è solo questione di tempo prima che una nazionale africana vinca un Mondiale. Una verità semplice, al limite del banale, che tuttavia molti ancora fingono di non voler vedere, mantenendo lo stesso stolido atteggiamento.
MALAGÒ HA DIMOSTRATO DI AVERE IL PIGLIO GIUSTO PER CAMBIARE LE COSE
In un’Italia che ai Mondiali del 2026 non c’è per la terza edizione consecutiva (serve altro per certificare il fallimento di un movimento?) fino a ieri si guardava al problema ancora attraverso filtri concettuali del ‘900. Come spesso accade, i primi a rendersi conto della necessità di un rapido cambiamento sono stati i privati, vale a dire i club. Ed è anche in questo che risiede la vittoriosa chiamata in campo di Giovanni Malagò a presidente della Figc, anche a dispetto della politica. C’è bisogno di riformare un sistema che è giunto al suo picco negativo e di riformarlo guardando alle nuove generazioni, comprendendo che un Paese come il nostro senza un'importazione qualificata di immigrati è destinato al collasso. Nel calcio come nelle attività produttive. Malagò ha dimostrato nei fatti, sia al Coni che nel Comitato Olimpico di cui è membro, di avere le competenze e il piglio giusto. Del resto ha sempre gestito sapendo, da imprenditore, di dovere produrre risultati misurabili. C'è dunque da scommette che anche in Figc farà la stessa cosa.
Perché il nocciolo della questione alla fine non è difficile da comprendere: senza corrette e lungimiranti politiche che facilitino l’accesso di nuovi migranti, l’Italia non andrà mai più ai mondiali e tra non molto non riuscirà neppure a pagare le pensioni. Un cambiamento drammatico e ampiamente documentato ma non facile da attuare, soprattutto per la politica ancora troppo condizionata dalle istanze erroneamente protezionistiche e, diciamolo, alquanto razziste di una certa parte populista dell’elettorato.
E allora torniamo a questo mondiale, i cui numeri del campo sono lo specchio, neppure troppo deformato, di quelli demografici ed economici. L’Africa ha oggi circa 1,4-1,5 miliardi di abitanti; le Nazioni Unite stimano che arriverà a 2,5 miliardi entro il 2050, un quarto della popolazione mondiale, con un’età mediana intorno ai 25 anni. Nello stesso periodo l’Unione Europea vedrà la propria quota sulla popolazione globale scendere dal 6% al 4%, con un’età mediana destinata a salire ben oltre i 45 anni entro il 2060. Entro il 2030, secondo le stime, oltre il 40% dei giovani del pianeta sarà africano. Entro il 2035, ogni anno, entreranno nel mercato del lavoro più giovani africani che in tutto il resto del mondo messo insieme.
CHI LAVORA CON L'AFRICA SA DA TEMPO QUESTA VERITÀ
La nostra Associated Medias, attraverso africanmedias.com, opera in Africa dalla sede di Maputo da molti anni. Lunghe frequentazioni che ci hanno fatto capire da tempo che queste cifre si possono leggere in due modi. Quello con cui l’Europa le ha lette finora è figlio dell’ansia securitaria: i giovani africani come ondata migratoria da contenere. È una lettura miope, nello stesso modo in cui per decenni è stata miope la lettura calcistica: vedere nell’Africa solo manodopera a basso costo, mai una potenza autonoma in formazione. L’alternativa dunque — quella che i campi di gioco di questo Mondiale impongono, dati alla mano — è riconoscere che l’Africa è il continente giovane di un pianeta che invecchia. L’Africa subsahariana ha tassi di imprenditorialità giovanile fra i più alti al mondo, undici delle venti economie a maggior crescita nel 2024 erano africane, e affronta le sue difficoltà strutturali — povertà, accesso a istruzione ed energia — con la stessa energia demografica che un’Europa in piena transizione verso la canizie può solo osservare con un misto di interesse e disagio.
Il calcio, in questo, non è metafora: è anticipazione. I corpi e i talenti che oggi giocano ai sedicesimi di finale per Marocco, Senegal, Costa d’Avorio, Ghana, Egitto, Algeria, Sudafrica, RD Congo e Capo Verde sono la stessa generazione che nei prossimi vent’anni deciderà gli equilibri demografici, produttivi e geopolitici del pianeta. Chi continua a guardarli solo attraverso la lente del pregiudizio — il sospetto invece dell’ammirazione — non sta solo sbagliando i conti morali. Sta sbagliando, semplicemente, i conti. L’Italia, che ai Mondiali non gioca da tre edizioni, avrebbe più di un motivo per guardare tutto questo con un po’ di umiltà in più e un po’ di pregiudizio in meno. Fuori dal campo si sta scrivendo la stessa storia: un continente giovane bussa, l’Europa invecchia. Chi capirà per primo che non è un’invasione ma un’opportunità — calcistica, demografica, economica — partirà con un vantaggio che, stavolta, nessun sorteggio potrà cancellare.
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