di Ines Di Lelio
Assistiamo da tempo a un declino della cultura nella nostra società dove sta dilagando il nulla in senso
generale. Uso smodato del cellulare, telegrafici scambi di parole intervallati da simboli grafici, ma poca
socializzazione “vis à vis”. Non ci sono valori in questo scenario dove la gente ha rinunciato a sperare in un
futuro dando facile spazio a chi vuole conquistare il potere. La gente ha bisogno di rispolverare la fantasia e i giovani di trovare dentro sé stessi quello che spesso cercano fuori.
Oggi c’è Meta, Microsoft, OpenAI e tanti altri operatori di tecnologia avanzata che mostrano una realtà
virtuale che piace tanto perché in essa tutto è possibile ma non reale. La tecnologia avanzata va sempre più avanti e le sue direzioni sono molteplici e antitetiche, superando limiti di velocità mai raggiunta, facendo a gara con potenzialità ed esigenze strettamente umane. Viene da chiedersi se questo mondo è diventato troppo scontato da non essere più interessante o noi siamo diventati troppo complicati da non riuscire a ritrovare la semplicità. E’ chiaro che siamo di fronte ad un bivio. L’Intelligenza Artificiale si sta impossessando del nostro vocabolario e non solo. Non ci vuole molto a capire che la stimolazione digitale, nell’utilizzo dei suoi strumenti, abbassi la concentrazione e la capacità umana di comprendere, data la sua velocità di intervento, che sostituisce una sana riflessione dovuta alla scrittura e alla lettura cui siamo stati da sempre abituati.
C’è un libro che con molta attenzione e cautela mette in evidenza i pro e i contro della IA ,”Giornalisti
Robot” del Prof. Domenico Talia, un testo che esprime con molta chiarezza, e non è poco per l’argomento
complesso che tratta, i vantaggi e le difese di fronte a questo fenomeno epocale. Dobbiamo imparare a conoscere questi nuovi sistemi per poterli governare perché c’è il rischio che si possano sostituire all’umano invece di dargli assistenza e supporto.
Potrebbero togliere l’autonomia decisionale, alienare funzioni umane importanti, deformare le interazioni
anche sul piano emotivo, non soltanto fisico ed intellettuale. In Italia sembra che, in questo campo, stiamo più indietro delle altre realtà internazionali. Nel settore giornalistico siamo forse i più impreparati ma anche diffidenti perché nell’informazione il cittadino ha il diritto di essere correttamente informato e le tecnologie digitali non sempre garantiscono questo.
Non a caso da noi è stato istituito un Nuovo Codice Deontologico per giornalisti.
L’IA non migliora la verifica delle fonti e quindi può scadere nella disinformazione, preoccupa per contenuti
di bassa qualità e spesso aumenta le fake news e poi, cosa fondamentale, deve essere protetta la
professione giornalistica nel suo spirito critico e nella sua capacità intuitiva ed investigativa, tutte abilità che non possono essere sostituite dalle macchine.
L’Intelligenza Artificiale sintetizza il pensiero degli algoritmi. Infatti gli architetti della IA, che inseriscono i
dati nei sistemi informativi, appartenendo a poche grandi aziende nel settore delle tecnologie avanzate,
favoriscono l’affermazione di un sistema oligopolistico e sono altamente responsabili perché potrebbero
orientare l’opinione pubblica verso indirizzi socio-politici e culturali perseguiti dalle stesse aziende.
Infatti, come spiega l’autore del libro, “I modelli di IA sono plasmati dalla visione di chi li costruisce e impone modi di pensare replicando stereotipi presenti nei dati a cui si attinge”. Tuttavia come egli stesso sintetizza “anche se l’IA talvolta è distorsiva bisogna affrontare questa sfida dell’innovazione essendo consapevoli del suo carattere ambivalente” e puntualizza “la responsabilità di essa nel mettere nella progettazione dati attendibili. La stessa responsabilità viene chiesta ai legislatori e regolatori sovranazionali di tutelare le persone da falsi contenuti.” Come la rivoluzione industriale richiedeva una alfabetizzazione industriale anche la rivoluzione digitale richiede una alfabetizzazione digitale per comprendere come gli algoritmi entrano sempre di più nella nostra realtà.
Ci sono anche rari casi di “Robot Journalism”, in cui umanoidi non solo raccolgono notizie ma scrivono un
intero articolo. Questi nuovi esperimenti editoriali hanno però ovviamente il difetto di creare troppa
disinformazione, caratteristica principale negativa della “Intelligenza Artificiale generativa” che, come
abbiamo avuto modo di dire, spesso travalica i suoi limiti sconfinando nelle espressioni tipicamente umane
come le emozioni. Come farebbe un robot a gestire un fatto di cronaca andando sul posto dell’accadimento ad intervistare per esempio dei terremotati o fare domande pertinenti?
Un altro fattore importante e una tendenza in crescita nell’ambito del giornalismo e delle redazioni digitali
è che il robot journalism sta uscendo da settori specifici, come, tra l’altro, l’economico, lo sportivo ed il
giudiziario, per diventare generalista, cioè che tratta qualsiasi argomento come appunto anche la cronaca.
Dietro a questo c’è purtroppo spesso l’intenzione di molti proprietari di giornali, di TV e Agenzie
giornalistiche di anteporre ragioni economiche a quelle etiche. Il problema è sempre quello di trovare un equilibrio tra l’utilizzo delle tecnologie automatizzate e il mantenimento di standard etici e di qualità nell’informazione giornalistica. Si dovranno fare i conti anche con i problemi dell’inevitabile riduzione dell’occupazione per diverse figure nelle redazioni e con le consequenziali nuove professioni e competenze che questo sviluppo richiederà ai giornalisti.
Un’altra considerazione che va fatta, oltre il timore che “il progetto” possa prevaricare il giornalismo e
compromettere la sua trasparenza, è quella di ridare importanza a questa professione come vera e
necessaria informazione nella nostra vita sociale, economica e politica, in una società dove la gente troppo
spesso, per avere notizie di ogni genere, va a cercare uno chatbot, che si chiami Gemini o altro.
E qui il discorso si fa culturale, sul vuoto valoriale di cui abbiamo parlato all’inizio, sulla troppa velocità con
cui viviamo e sui tanti contenuti, sia algoritmici che quelli delle preoccupazioni della nostra vita quotidiana
nella nostra testa, che costituiscono il rischio più grave, quello di farci sfuggire la vera vita.
Quale sarà il giornalismo del futuro? Mi piace ora ricordare una frase del Prof. Talia: “nessuna invenzione si può disinventare e nessuna innovazione si può cancellare”. Detto questo il giornalismo “artigianale” dovrà diventare un alleato dell’intelligenza “artificiale” e starà agli operatori di questa invenzione epocale e agli addetti ai lavori delle redazioni avere la capacità di fare la sintesi tra due realtà che ormai devono convivere.
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