istat, nuovo minimo storico per le nascite: in Italia appena 1,14 figli per donna. E il calo continua nel 2026

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Corinna Pindaro

Nuovo minimo storico delle nascite in Italia: nel 2025 solo 355.772 bambini e 1,14 figli per donna. L'Istat conferma il calo anche nel 2026

istat, nuovo minimo storico per le nascite: in Italia appena 1,14 figli per donna. E il calo continua nel 2026

L'Italia continua a fare sempre meno figli. Non è più soltanto una tendenza demografica consolidata, ma un fenomeno che anno dopo anno supera i precedenti record negativi. Nel 2025 le nascite sono scese a 355.772, il 3,8% in meno rispetto al 2024, mentre il numero medio di figli per donna ha raggiunto quota 1,14, il livello più basso mai registrato. E le prime rilevazioni del 2026 indicano che la discesa non si è ancora arrestata.

A fotografare la situazione è il nuovo rapporto dell'Istat sulla natalità e la fecondità della popolazione residente, pubblicato il 21 ottobre. I dati restituiscono l'immagine di un Paese nel quale diventare genitori è un'esperienza sempre più tardiva e numericamente meno frequente. Nel giro di diciotto anni, rispetto al 2008, l'Italia ha perso oltre 220mila nascite annuali, una riduzione del 38,3%.

Il problema, però, non si esaurisce nella diminuzione del numero dei bambini. A ridursi è anche la popolazione in età fertile, conseguenza di un declino demografico iniziato molti decenni fa. Una dinamica che rende sempre più difficile invertire la tendenza e che pone interrogativi sul futuro del lavoro, della previdenza e dei servizi pubblici.

Nel 2025 quasi 14mila nascite in meno: i numeri della crisi demografica

I bambini nati in Italia nel 2025 sono stati appena sei ogni mille abitanti. Nel 2008, anno di massimo delle nascite del nuovo millennio, erano quasi dieci ogni mille, per un totale superiore a 576mila.

La riduzione non ha conosciuto vere inversioni di tendenza e il 2025 segna un ulteriore peggioramento rispetto al 2024, quando il numero medio di figli per donna era già sceso al minimo storico di 1,18.

Oggi quel valore è stato nuovamente superato al ribasso: 1,14 figli per donna, ben lontano dalla soglia di circa 2,1 necessaria, in assenza di migrazioni, a garantire il ricambio tra generazioni.

Anche i dati provvisori dei primi sette mesi del 2026 confermano il fenomeno. Tra gennaio e luglio sono nati 196.864 bambini, circa duemila in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, con una flessione dell'1,1%.

La diminuzione appare meno intensa rispetto all'anno precedente, ma non rappresenta ancora un'inversione di tendenza.

Si diventa madri sempre più tardi: il primo figlio arriva a 32 anni

Accanto al calo delle nascite, il rapporto Istat evidenzia il progressivo rinvio della maternità.

Nel 2025 l'età media delle donne al parto ha raggiunto 32,7 anni, rispetto ai 32,6 del 2024. Ancora più significativo è il dato relativo al primo figlio: per la prima volta l'età media arriva a 32 anni, quasi quattro in più rispetto al 1995.

La scelta di avere figli si sposta dunque verso una fase più avanzata della vita, spesso dopo il completamento degli studi, l'ingresso nel mercato del lavoro e la ricerca di una stabilità economica e abitativa.

Questo rinvio può incidere sul numero complessivo di figli, perché riduce il tempo disponibile per realizzare eventuali progetti familiari più ampi.

Il fenomeno, tuttavia, non può essere interpretato esclusivamente come un cambiamento delle preferenze individuali. Le difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia, l'incertezza occupazionale e il costo della vita rappresentano condizioni che possono influenzare concretamente le decisioni sulla genitorialità.

Anche le famiglie straniere fanno meno figli

Il calo della fecondità riguarda sia le donne italiane sia quelle straniere.

Per le cittadine italiane il numero medio di figli è passato da 1,11 nel 2024 a 1,07 nel 2025. Tra le donne straniere, invece, il valore è sceso da 1,81 a 1,74.

La differenza tra i due gruppi rimane significativa, ma la direzione è comune.

Anche le nascite da genitori entrambi stranieri diminuiscono: nel 2025 sono state 49.002, il 3,1% in meno rispetto all'anno precedente e il 38,7% in meno rispetto al massimo registrato nel 2012.

Si tratta di un dato rilevante perché mostra come la riduzione delle nascite non riguardi soltanto la popolazione italiana, ma coinvolga progressivamente anche le famiglie di origine straniera residenti nel Paese.

Il contributo demografico dell'immigrazione resta importante, ma non è sufficiente, da solo, a interrompere il declino della natalità.

Dal Nord al Sud, la denatalità attraversa tutta l'Italia

Il fenomeno interessa l'intero territorio nazionale, anche se con differenze importanti tra le regioni.

Il Centro continua a registrare la fecondità più bassa, con 1,07 figli per donna, seguito dal Nord con 1,15 e dal Mezzogiorno con 1,16.

La Sardegna si conferma il territorio più colpito: nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 0,85, unico valore regionale inferiore all'unità.

All'estremo opposto si trova la provincia autonoma di Bolzano, con 1,54 figli per donna, seguita da Trento con 1,24. Sicilia e Campania registrano entrambe 1,22.

Il dato del Mezzogiorno merita particolare attenzione. Le regioni meridionali, storicamente caratterizzate da famiglie più numerose, stanno progressivamente perdendo questo tratto distintivo.

La riduzione della popolazione giovanile, insieme alle migrazioni verso altre regioni e all'estero, contribuisce a restringere ulteriormente la platea dei potenziali genitori.

Quasi un bambino su due nasce fuori dal matrimonio

Cambiano anche le caratteristiche delle famiglie italiane.

Nel 2025 i bambini nati da genitori non sposati sono stati 156.874, pari al 44,1% del totale. L'incidenza è aumentata rispetto al 2024 e conferma una trasformazione ormai consolidata delle forme familiari.

Il matrimonio, dunque, non rappresenta più un passaggio necessariamente precedente alla nascita di un figlio.

È un cambiamento che procede parallelamente alla riduzione della natalità, ma che non deve essere confuso con le sue cause. La diminuzione delle nascite riguarda infatti sia le coppie sposate sia quelle non coniugate.

Perché in Italia nascono sempre meno bambini

Dietro i numeri dell'Istat si intrecciano due fenomeni distinti.

Il primo è strettamente demografico: oggi ci sono meno donne e uomini nelle fasce d'età nelle quali si concentra la maggior parte delle nascite. Le generazioni nate negli anni Ottanta e Novanta sono numericamente più piccole di quelle precedenti, perché già allora la fecondità aveva cominciato a diminuire.

Il secondo riguarda la propensione ad avere figli, anch'essa in progressiva riduzione.

A pesare sulle scelte familiari possono essere la precarietà del lavoro, i salari insufficienti, le difficoltà di accesso alla casa, il costo dei servizi per l'infanzia e la distribuzione diseguale dei carichi di cura.

Non esiste un'unica spiegazione valida per tutte le famiglie. Per alcune persone la genitorialità non rientra nei propri progetti di vita; per altre, invece, il desiderio di avere figli si scontra con condizioni economiche e organizzative che ne rendono difficile la realizzazione.

È proprio questa distinzione a rendere complessa la risposta delle politiche pubbliche: sostenere la natalità significa anche consentire a chi desidera diventare genitore di poterlo fare senza compromettere la propria autonomia economica e professionale.

Meno nascite, più anziani: le conseguenze per lavoro e pensioni

Il calo della natalità non riguarda soltanto le famiglie, ma l'equilibrio demografico ed economico dell'intero Paese.

Una popolazione con sempre meno giovani e una quota crescente di anziani è destinata ad affrontare nuove difficoltà nella disponibilità di lavoratori, nel finanziamento del sistema previdenziale e nell'organizzazione dei servizi sanitari e assistenziali.

Le conseguenze, tuttavia, non saranno uguali in tutte le aree italiane.

Nei territori già interessati dallo spopolamento, soprattutto nei piccoli comuni e nelle aree interne, la riduzione dei bambini può tradursi nella chiusura di classi scolastiche e nella progressiva contrazione dei servizi.

Nelle grandi città, invece, il problema si intreccia con il costo delle abitazioni e con la difficoltà di conciliare la vita professionale con quella familiare.

La denatalità rappresenta quindi una questione strutturale, che richiede interventi di lungo periodo e non può essere affrontata esclusivamente attraverso incentivi economici occasionali.

Il 2026 conferma la tendenza: il futuro demografico resta incerto

I dati dei primi sette mesi del 2026 non indicano ancora un recupero.

Con 196.864 nascite tra gennaio e luglio e una fecondità provvisoria stimata a 1,13 figli per donna, il Paese continua a registrare valori inferiori a quelli dell'anno precedente.

Sarà necessario attendere il bilancio completo dell'anno per valutare l'entità della diminuzione, ma il quadro delineato dall'Istat conferma una trasformazione profonda della società italiana.

La questione non riguarda soltanto quanti bambini nasceranno nei prossimi anni, ma quali condizioni il Paese sarà in grado di offrire alle nuove generazioni e alle famiglie che desiderano formarsi.

Perché il nuovo minimo storico non è semplicemente un altro record negativo nelle statistiche demografiche. È il risultato di un cambiamento che coinvolge il lavoro, l'economia, le relazioni familiari e il futuro dei territori.

E che, senza interventi capaci di agire sulle cause strutturali, difficilmente potrà essere invertito in tempi brevi.

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