Per un anno Bruxelles dovrebbe fare una cosa che raramente riesce a fare: non aggiungere nuove regole e guardare quelle che già ci sono.
È la richiesta che Italia e Austria portano nel cuore delle istituzioni europee insieme ad altri undici Paesi. Una sorta di pausa normativa, dodici mesi nei quali l'Unione dovrebbe concentrarsi soprattutto sull'attuazione delle leggi già approvate, eliminare sovrapposizioni, ridurre gli adempimenti inutili e capire se una parte delle norme accumulate negli anni sia ancora davvero necessaria.
La proposta arriverà il 22 settembre sul tavolo del Consiglio Affari generali attraverso un non-paper, un documento politico informale che non ha valore legislativo ma serve agli Stati per mettere una questione nell'agenda europea.
A sottoscriverlo sono Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Estonia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Slovenia e Slovacchia.
Tredici governi molto diversi tra loro, dunque. E forse è proprio questo il dato interessante.
La richiesta di alleggerire il peso della regolamentazione europea non arriva più soltanto da una parte politica o da un gruppo ristretto di Paesi. Mette insieme governi del Nord, dell'Est e del Sud dell'Unione, economie industriali come Germania e Italia e Paesi tradizionalmente molto attenti alla disciplina del mercato unico come la Danimarca.
Il problema che pongono è semplice: prima di scrivere altre regole, l'Europa dovrebbe chiedersi come stanno funzionando quelle che ha già scritto.
Link to L'«anno europeo dell'attuazione e del consolidamento»L'«anno europeo dell'attuazione e del consolidamento»
Il nome scelto è decisamente meno brutale di “stop normativo”.
Nel documento si parla di un “Anno europeo dedicato all'attuazione e al consolidamento”.
Dietro la formula burocratica, però, la richiesta è piuttosto netta.
Per dodici mesi l'attività europea dovrebbe concentrarsi «principalmente sull'attuazione della legislazione vigente, sulla semplificazione, sull'interoperabilità, sulla valutazione dell'onere cumulativo, sulla convergenza nell'applicazione delle norme» e sulla riduzione degli obblighi di comunicazione duplicati. Le nuove modifiche legislative dovrebbero essere limitate a quelle considerate indispensabili.
Non significa chiudere per un anno Parlamento e Commissione.
E nemmeno congelare necessariamente ogni dossier già in corso.
L'idea è piuttosto quella di cambiare priorità: meno produzione normativa e più lavoro su quello che l'Europa ha già prodotto.
I governi parlano esplicitamente della necessità di fare il punto prima che nuove politiche vadano a sovrapporsi alle precedenti.
Link to «Una pulizia profonda» delle leggi europee«Una pulizia profonda» delle leggi europee
C'è un'espressione ancora più interessante nel documento: “legislative deep-cleaning”, una pulizia profonda della legislazione.
L'obiettivo sarebbe passare settore per settore attraverso il patrimonio normativo europeo e porsi tre domande molto concrete: questa regola serve ancora? Deve essere aggiornata? Oppure costa a cittadini, amministrazioni e imprese più di quanto restituisca in termini di benefici?
È una revisione che i tredici Paesi non vogliono venga interpretata come una semplice operazione di deregolamentazione.
Nel testo viene infatti specificato che il riesame dovrebbe mantenere gli standard europei in materia sociale, lavorativa, ambientale e di tutela dei consumatori. L'obiettivo dichiarato è rendere le norme più chiare e applicabili e creare condizioni più competitive per imprese e industria.
Ed è qui che il tema della burocrazia incontra quello che da almeno due anni è diventato quasi un'ossessione a Bruxelles: la competitività europea.
Link to Il problema non è più soltanto quante regole produce BruxellesIl problema non è più soltanto quante regole produce Bruxelles
C'è però un secondo livello della discussione, e riguarda gli stessi governi che oggi chiedono all'Europa di semplificare.
Perché una parte della burocrazia che imprese e cittadini attribuiscono a Bruxelles, in realtà, nasce quando le norme europee arrivano nei singoli Stati.
È il cosiddetto gold-plating.
Una direttiva europea stabilisce un determinato obbligo. Il governo nazionale la recepisce, ma nel farlo aggiunge ulteriori procedure, documenti, vincoli o adempimenti che l'Unione non aveva richiesto.
Alla fine l'impresa vede soltanto una nuova regola “europea”, anche quando una parte della complessità è stata costruita a Roma, Berlino, Vienna o altrove.
Ed è proprio questo meccanismo che la nuova Alleanza per la riduzione dell'onere burocratico, promossa dall'Austria e sostenuta dall'Italia, vuole provare a contrastare.
Gli Stati aderenti si impegnerebbero a recepire le direttive nel modo più semplice possibile, evitando di aggiungere livelli normativi nazionali non necessari.
Link to Casellati: «La semplificazione è una priorità politica»Casellati: «La semplificazione è una priorità politica»
A rappresentare l'Italia a Bruxelles è la ministra per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa Elisabetta Casellati.
Il suo ragionamento parte da una constatazione: semplificare non può più essere considerato un lavoro tecnico da lasciare agli uffici.
«La semplificazione non può essere trattata a livello meramente burocratico. Serve un approccio politico», ha detto Casellati, ricordando che anche Ursula von der Leyen ha indicato la riduzione della burocrazia tra gli strumenti necessari per rilanciare la competitività europea.
Poi il passaggio più duro:
«Norme incomprensibili e procedure inutili minano l'efficacia delle politiche pubbliche ed erodono la fiducia dei cittadini».
Per Casellati non basta quindi intervenire ogni volta che una normativa diventa ingestibile. Serve una revisione sistematica dell'intero patrimonio legislativo europeo.
L'Italia, ha assicurato, intende stare dentro questo processo.
Link to Bruxelles, in realtà, ha già cominciato a tagliareBruxelles, in realtà, ha già cominciato a tagliare
La richiesta dei tredici governi non arriva però davanti a una Commissione che ignora il problema.
Il secondo mandato di Ursula von der Leyen ha già fatto della semplificazione uno dei propri obiettivi.
Negli ultimi due anni Bruxelles ha presentato una lunga serie di pacchetti Omnibus destinati proprio a modificare, accorpare o alleggerire obblighi già introdotti.
Gli interventi hanno interessato la sostenibilità aziendale, il mercato unico, la digitalizzazione, il GDPR, l'intelligenza artificiale, la cibersicurezza, le batterie, le sostanze chimiche e le norme ambientali.
Nel giugno 2026, per esempio, Consiglio e Parlamento hanno raggiunto un accordo su un pacchetto destinato alle imprese in crescita e alla digitalizzazione che, secondo le stime europee, dovrebbe produrre almeno 363 milioni di euro l'anno di risparmi amministrativi.
La differenza è che Italia, Austria e gli altri firmatari considerano questo lavoro ancora insufficiente.
Non vogliono soltanto semplificare alcune norme.
Vogliono fermarsi abbastanza a lungo da guardare l'insieme.
Link to Perché l'Europa sente improvvisamente il peso delle sue regolePerché l'Europa sente improvvisamente il peso delle sue regole
Dietro la battaglia contro la burocrazia c'è una questione economica molto più grande.
L'Europa sta cercando di recuperare competitività rispetto a Stati Uniti e Cina mentre le sue imprese affrontano energia più cara, investimenti insufficienti, trasformazione tecnologica e una frammentazione del mercato interno che continua a creare costi.
Secondo una stima della Banca centrale europea richiamata dal Financial Times, l'effetto complessivo delle barriere interne nel mercato unico può equivalere, per i beni, a un dazio nell'ordine del 45-60%.
È dentro questa Europa che un'impresa deve contemporaneamente innovare, investire e adattarsi a una quantità crescente di obblighi.
Il problema, naturalmente, non è che ogni regola sia inutile.
Molte proteggono consumatori e lavoratori, fissano standard ambientali, disciplinano mercati che altrimenti rimarrebbero senza tutele o costruiscono regole comuni senza le quali il mercato unico funzionerebbe ancora peggio.
La domanda che i governi stanno ponendo è un'altra: quando le regole si accumulano una sull'altra, qualcuno misura ancora il loro peso complessivo?
Link to Una richiesta che arriva anche dalla GermaniaUna richiesta che arriva anche dalla Germania
La presenza della Germania tra i firmatari rende l'iniziativa più difficile da liquidare come l'ennesima rivolta dei governi insofferenti verso Bruxelles.
Berlino sostiene il documento insieme a Roma, Vienna, Varsavia e Copenaghen.
È un fronte trasversale che riflette una preoccupazione ormai entrata stabilmente nel dibattito europeo: la regolamentazione pensata per rendere l'Europa più sicura, sostenibile e uniforme non deve diventare essa stessa un freno alla capacità delle imprese di competere.
È un equilibrio tutt'altro che semplice.
Perché dietro ogni richiesta di semplificazione c'è inevitabilmente la domanda su che cosa si intenda eliminare.
Un modulo duplicato è burocrazia.
Un obbligo di sicurezza sul lavoro non lo è.
Un'informazione richiesta tre volte alla stessa impresa può essere eliminata senza conseguenze.
Una norma ambientale o una tutela del consumatore richiede invece una valutazione molto diversa.
Ed è precisamente su questa linea che si giocherà la discussione europea.
Link to Non è una rivolta contro von der LeyenNon è una rivolta contro von der Leyen
C'è poi un elemento politico che vale la pena sottolineare.
L'iniziativa non nasce formalmente contro Ursula von der Leyen.
Al contrario, Casellati ha ricordato che proprio la presidente della Commissione ha indicato la semplificazione come una priorità e ha assicurato che su questo terreno «può contare su di noi».
Pochi giorni fa von der Leyen aveva chiesto a sua volta un maggiore impegno degli Stati contro il gold-plating e una più rapida eliminazione degli ostacoli che ancora frammentano il mercato unico.
Il confronto, dunque, non è tra una Commissione che vuole produrre regole e governi che vogliono cancellarle tutte.
È piuttosto sulla velocità e sulla profondità della cura.
Bruxelles sta procedendo per pacchetti di semplificazione.
I tredici Paesi chiedono qualcosa di più radicale: un anno nel quale il riordino diventi la regola e la nuova legislazione l'eccezione.
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Forse il senso politico dell'iniziativa sta tutto qui.
Negli anni delle grandi emergenze l'Unione europea ha prodotto una quantità enorme di legislazione: transizione ecologica, digitale, energia, intelligenza artificiale, sicurezza economica, dati, sostenibilità delle imprese.
Molte di quelle norme rispondevano a problemi reali. Alcune stanno entrando in vigore soltanto adesso. Altre sono già state corrette prima ancora che il loro impatto fosse pienamente visibile.
Italia, Austria e gli altri undici governi chiedono che per una volta l'Europa si conceda il tempo di vedere cosa succede dopo che una legge è stata approvata.
Applicarla. Misurarla. Capire quanto costa. Verificare se funziona. Eliminare ciò che si sovrappone. Correggere quello che sulla carta sembrava semplice e nella realtà non lo è stato.
Poi tornare a legiferare.
Non è ancora una decisione europea e il documento che arriva al Consiglio non obbliga la Commissione a fermare la propria attività legislativa. È una proposta politica, e servirà capire quale seguito troverà a Bruxelles.
Ma tredici governi che chiedono contemporaneamente una pausa non sono più soltanto un malumore.
Sono il segnale di una domanda che sta diventando difficile ignorare: prima di chiedere all'Europa una nuova regola per ogni nuovo problema, forse è arrivato il momento di capire quante delle vecchie regole funzionano davvero.
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