Rubio torna all’attacco della Nato: «Se non possiamo usare le nostre basi, a cosa serve l’Alleanza?»

di

Corinna Pindaro

Marco Rubio torna a mettere in discussione il rapporto tra Stati Uniti e Nato: nel mirino i Paesi europei che hanno negato l’utilizzo delle basi durante il conflitto con l’Iran. «A cosa serve l’Alleanza?»

Rubio torna all’attacco della Nato: «Se non possiamo usare le nostre basi, a cosa serve l’Alleanza?»

Non dice che gli Stati Uniti lasceranno la Nato. Ma torna a porre una domanda che, pronunciata dal segretario di Stato americano, pesa quasi quanto una minaccia: se Washington non può contare sugli alleati quando ne ha bisogno, a cosa serve ancora l’Alleanza?
Marco Rubio riapre così uno dei dossier più delicati nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. E questa volta non parte dalle spese militari, né dalla richiesta — diventata ormai una costante dell’amministrazione Trump — che gli europei paghino di più per la propria difesa.
Parte dalle basi americane in Europa.
«Abbiamo avuto un paio di Paesi che ci hanno detto: “Non potete usare la vostra base qui”», ha dichiarato Rubio intervenendo a Fox & Friends. Poi la domanda: «Se non possiamo usare la nostra base quando abbiamo un'emergenza, qual è il senso di avere quella base e, francamente, qual è il senso dell'Alleanza?»
È un ragionamento che Rubio aveva già formulato nei mesi scorsi. Ora lo ripropone mentre Washington sta contemporaneamente riesaminando la propria presenza militare sul continente europeo.
E per la Nato il problema non è soltanto retorico.
Il conto aperto con gli europei dopo la guerra con l'Iran
Per capire la durezza delle parole di Rubio bisogna tornare al conflitto con l'Iran.
Durante le operazioni americane alcuni alleati europei negarono o limitarono a Washington l'utilizzo di basi e spazi aerei per le operazioni militari.
È da allora che l'amministrazione Trump ha aperto il conto.
Rubio, che per anni si è definito un convinto sostenitore della Nato, sostiene che uno dei vantaggi strategici dell'Alleanza per gli Stati Uniti sia proprio la rete di installazioni militari europee attraverso la quale Washington può proiettare rapidamente la propria forza ben oltre i confini del continente.
Se però quelle installazioni diventano indisponibili quando gli Stati Uniti sono impegnati in una guerra, il ragionamento cambia.
«Sono stato a lungo un sostenitore della Nato», aveva spiegato già a maggio. Uno degli argomenti utilizzati per difenderla, aggiungeva, era proprio la possibilità di disporre di «opzioni logistiche» che gli Stati Uniti altrimenti non avrebbero avuto.
Ma «quando alcune di quelle basi ti vengono negate durante un conflitto nel quale sei coinvolto, allora cominci a chiederti se quel valore esista ancora».
Non è dunque la Nato in quanto tale a essere dichiarata inutile da Rubio. È il rapporto tra ciò che gli Stati Uniti danno all'Alleanza e ciò che ritengono di ricevere in cambio a essere rimesso sul tavolo.
«Non può essere una strada a senso unico»
È questo il concetto che l'amministrazione Trump ripete da mesi: la Nato non può essere una strada a senso unico.
Nella lettura di Rubio, gli Stati Uniti garantiscono da decenni una parte decisiva della sicurezza europea, mantengono decine di migliaia di militari sul continente e mettono a disposizione capacità militari che molti alleati non possiedono autonomamente.
Washington si aspetta però che quella relazione funzioni anche nella direzione opposta.
Durante una precedente intervista con Sean Hannity, Rubio era stato ancora più esplicito.
Se l'Alleanza significa che gli Stati Uniti mantengono le proprie truppe in Europa per difendere gli europei ma, quando Washington chiede di utilizzare le basi per tutelare i propri interessi, riceve un no, allora — aveva detto — bisogna chiedersi «perché siamo nella Nato?».
Il punto è politicamente esplosivo perché modifica in parte il modo tradizionale di raccontare il rapporto transatlantico.
Per Rubio le basi americane in Europa non sono soltanto uno strumento per difendere il territorio degli alleati.
Sono anche un pezzo della capacità globale degli Stati Uniti di muovere uomini, aerei e mezzi verso altre aree di crisi.
E Washington pretende di poterle utilizzare.
Non tutti gli alleati sono finiti nel mirino
Rubio ha però fatto una distinzione importante.
La critica americana non riguarda indistintamente tutti i membri della Nato.
Nei mesi scorsi aveva indicato esplicitamente alcuni Paesi che, durante il conflitto con l'Iran, avevano collaborato con Washington, citando tra gli altri Portogallo, Polonia, Romania e Bulgaria. Aveva invece riservato parole durissime alla Spagna per il suo comportamento.
Anche l'Italia era stata indicata successivamente, nel corso di uno scambio con i giornalisti, tra gli alleati che avevano consentito l'accesso alle proprie basi agli aerei americani. In quell'occasione Rubio aveva ribadito che il problema riguardava proprio quei Paesi che avevano creato difficoltà agli Stati Uniti nell'utilizzo delle installazioni.
La frattura, quindi, non divide semplicemente Washington dall'Europa.
Attraversa la stessa Nato.
Ci sono alleati che l'amministrazione Trump considera affidabili e altri ai quali chiede di dimostrare quale valore concreto offrano agli Stati Uniti.
E intanto Washington sta rivedendo le truppe in Europa
Le parole di Rubio arrivano mentre è in corso un'altra discussione molto più concreta.
Il Pentagono sta riesaminando la presenza militare americana in Europa.
La revisione è iniziata a giugno e dovrebbe concludersi entro la fine dell'anno. Tra le ipotesi valutate, secondo quanto riferito da Reuters, c'è stata anche quella di ritirare circa 25 mila militari statunitensi dal continente. Gli Stati Uniti ne hanno attualmente circa 80 mila in Europa.
È questo che rende le dichiarazioni del segretario di Stato qualcosa di più di uno sfogo televisivo.
Washington sta realmente cercando di ridefinire il modo in cui distribuisce le proprie forze nel mondo e chiede da tempo agli europei di assumersi una quota maggiore della propria difesa.
La discussione riguarda quindi contemporaneamente uomini, soldi e basi.
Ed è una discussione che tocca il cuore stesso dell'equilibrio transatlantico costruito dopo la Seconda guerra mondiale.
Ma gli Stati Uniti non stanno abbandonando l'Europa
C'è però un dato che impedisce di leggere le parole di Rubio come l'anticamera di un imminente ritiro americano dalla Nato.
Proprio oggi è arrivato un segnale nella direzione opposta.
La Lituania ha annunciato l'arrivo di una nuova rotazione di truppe americane. Vilnius aveva temuto nei mesi scorsi che il riequilibrio delle forze statunitensi potesse tradursi in una riduzione della presenza sul fianco orientale dell'Alleanza.
Il presidente lituano Gitanas Nausėda ha invece confermato il nuovo dispiegamento, mentre anche l'Estonia ha ricevuto rassicurazioni sul mantenimento della presenza statunitense.
È una contraddizione soltanto apparente.
L'amministrazione Trump non sta necessariamente scegliendo tra “restare” e “andarsene” dall'Europa. Sta cercando di ridefinire dove stare, quanto spendere e soprattutto che cosa pretendere dagli alleati in cambio della presenza americana.
La Nato, intanto, ha già aumentato il conto della difesa
Anche sul fronte della spesa militare l'Alleanza è già cambiata.
Al vertice dell'Aia del 2025 gli alleati hanno assunto l'impegno di arrivare entro il 2035 a investire complessivamente il 5% del Pil in difesa e sicurezza: almeno il 3,5% destinato alla difesa in senso stretto e fino all'1,5% per infrastrutture, resilienza e altri investimenti collegati alla sicurezza.
È una trasformazione enorme rispetto al vecchio obiettivo del 2%.
Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha riconosciuto apertamente il ruolo esercitato dalla pressione americana. Secondo i dati dell'Alleanza, nel solo 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato di quasi il 20% in termini reali la spesa per la difesa rispetto all'anno precedente.
Eppure per Washington il problema non è risolto.
Perché non riguarda più soltanto quanto spendono gli europei.
Riguarda cosa sono disposti a fare quando gli interessi americani e quelli dei singoli governi europei non coincidono perfettamente.
È qui che la domanda di Rubio diventa più grande delle basi
In fondo il caso delle installazioni militari porta alla luce una questione che la Nato è riuscita a tenere sullo sfondo per decenni.
Essere alleati significa essere obbligati a sostenere qualsiasi operazione militare intrapresa da uno dei membri?
La risposta giuridica è no.
L'articolo 5 del Trattato riguarda la difesa collettiva in caso di attacco armato contro un alleato e non trasforma automaticamente ogni guerra condotta dagli Stati Uniti in una guerra della Nato.
Ed è proprio qui che nasce la tensione.
Dal punto di vista dei governi che hanno negato l'utilizzo delle proprie basi, esiste il diritto di decidere se e come il proprio territorio possa essere impiegato in un conflitto che non rientra necessariamente nella difesa collettiva dell'Alleanza.
Dal punto di vista di Rubio, però, se Washington investe uomini e risorse per garantire la sicurezza europea, non può scoprire nel momento del bisogno che le infrastrutture sulle quali contava non sono disponibili.
Sono due modi diversi di intendere la reciprocità dell'Alleanza.
Ed è probabilmente questa, molto più della singola base negata, la discussione che gli Stati Uniti vogliono aprire.
«Qual è il senso dell'Alleanza?»
La frase di Rubio quindi non annuncia la fine della Nato.
Ma non va neppure derubricata all'ennesima provocazione dell'amministrazione Trump.
Perché arriva mentre Washington sta davvero riesaminando la propria presenza militare in Europa, mentre gli alleati stanno spendendo cifre enormi per rafforzare le proprie forze armate e mentre gli Stati Uniti devono distribuire risorse militari tra Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico.
Per settant'anni la domanda fondamentale della Nato è stata soprattutto una: gli Stati Uniti difenderanno l'Europa se sarà necessario?
Oggi Washington ne sta aggiungendo un'altra.
Che cosa è disposta a fare l'Europa quando sono gli Stati Uniti a chiedere qualcosa ai propri alleati?
Rubio l'ha formulata in maniera molto meno diplomatica.
Se una base americana può diventare inutilizzabile proprio quando Washington ritiene di averne bisogno, allora bisogna chiedersi perché quella base sia lì.
E, subito dopo, perché esista ancora un'Alleanza costruita intorno a quella presenza.
Non significa che gli Stati Uniti abbiano deciso di lasciare la Nato. Al contrario, a giugno tutti gli alleati hanno nuovamente ribadito l'impegno alla difesa collettiva prevista dall'articolo 5.
Significa però che Washington sta cercando di riscrivere il prezzo politico della propria permanenza.
Ed è una discussione che per l'Europa potrebbe essere molto più importante di qualsiasi dichiarazione sull'aumento delle spese militari

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