Con una sentenza emessa oggi, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato in via definitiva l’Italia per la perquisizione, avvenuta nel marzo 2017, della sede del Grande Oriente, la più antica e numerosa associazione massonica del paese, su ordine della Commissione parlamentare Antimafia, allora presieduta da Rosy Bindi, e per il sequestro di 39 faldoni di schede relative agli iscritti alle logge del Goi nelle regioni Sicilia e Calabria. Una decisione che il Gran Maestro Antonio Seminario, massimo vertice del Goi, ha definito “un contributo offerto alla democrazia e alla giustizia del nostro Paese”. La Grande Camera ha respinto il ricorso presentato dal governo italiano contro la prima sentenza dei giudici di Strasburgo, che avevano già accertato la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quello che tutela il diritto alla privacy.
Al centro della decisione non c’è la legittimità dell’attività antimafia dello Stato, ma il modo in cui essa è stata esercitata. La Corte ha infatti riconosciuto che le Commissioni parlamentari d’inchiesta dispongono di un’ampia autonomia nella definizione dei propri obiettivi e nell’organizzazione dei lavori. Tuttavia, quando le loro iniziative incidono sui diritti fondamentali di cittadini o associazioni, questa autonomia deve trovare un limite nelle garanzie dello Stato di diritto.
Secondo Strasburgo, nel caso del Grande Oriente d’Italia sono mancati controlli e strumenti di tutela adeguati. La Corte ha evidenziato come il sistema italiano non prevedesse alcun rimedio effettivo contro un provvedimento capace di incidere profondamente sulla riservatezza di migliaia di persone. Il Goi, ricorda una nota dell’organizzazione, aveva inutilmente chiesto un intervento al Presidente della Camera dei deputati, al Tribunale di Roma e al Garante per la protezione dei dati personali.
Per i giudici europei, questa assenza di garanzie rischia di trasformare l’autonomia parlamentare in un potere senza adeguati contrappesi. Nella sentenza si afferma infatti che «l’autonomia parlamentare non può di per sé giustificare l’assenza di qualsiasi forma di garanzia procedurale contro il rischio di abusi e arbitrii». La Corte ha inoltre richiamato l’attenzione su un altro elemento ritenuto problematico: gli elenchi degli iscritti al Goi nelle regioni Sicilia e Calabria, sequestrati nel 2017, risultano ancora oggi conservati negli archivi della Commissione parlamentare antimafia, senza un termine definito per la loro cancellazione o restituzione.
La pronuncia di Strasburgo va dunque oltre il caso specifico della massoneria italiana. La Corte non ha contestato il ruolo delle Commissioni parlamentari d’inchiesta né il dovere delle istituzioni di contrastare la criminalità organizzata. Ha però ribadito un principio cardine delle democrazie europee: anche quando lo Stato persegue finalità di interesse generale, il potere pubblico deve essere esercitato entro confini precisi e con adeguate garanzie contro possibili abusi.
La vicenda del Grande Oriente d’Italia diventa così un caso emblematico sul delicato equilibrio tra esigenze investigative, tutela della sicurezza collettiva e diritti fondamentali dei cittadini. Per la Corte europea, la libertà di associazione e la protezione della vita privata non possono essere sospese quando l’organizzazione coinvolta opera legalmente, perché il rispetto dei diritti individuali rappresenta uno dei pilastri stessi dello Stato democratico.
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