I finanziamenti ci sono, gli investimenti aumentano e gli obiettivi climatici europei impongono una trasformazione sempre più rapida dell'economia. Ma sulla strada della transizione verde sta emergendo un ostacolo molto più concreto: non ci sono abbastanza lavoratori con le competenze necessarie per realizzarla.
E l'Italia è tra i Paesi nei quali il problema appare particolarmente evidente.
Dagli elettricisti agli idraulici, dai tecnici dell'ingegneria elettrica agli installatori, fino agli addetti alla manutenzione dei macchinari, una parte consistente delle professionalità indispensabili per costruire la nuova economia a basse emissioni è diventata difficile da reperire.
La fotografia emerge dagli ultimi studi europei sul mercato del lavoro legato alle tecnologie pulite e trova conferma nei dati italiani sulle competenze verdi. La transizione energetica, insomma, rischia di correre più velocemente della capacità del mercato del lavoro di formare le persone necessarie per sostenerla.
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Il dato più significativo riguarda proprio il nostro Paese.
Tra le 15 professioni considerate strategiche per lo sviluppo delle tecnologie pulite, l'Italia registra difficoltà o carenze di personale in ben 11 categorie.
Non si parla soltanto di ingegneri altamente specializzati o di nuove professioni nate con le energie rinnovabili. Anzi, una parte importante della domanda riguarda mestieri tecnici già esistenti e sempre più indispensabili.
Mancano elettricisti specializzati nell'edilizia, idraulici, posatori di tubazioni, meccanici e installatori elettrici, tecnici dell'ingegneria elettrica e riparatori di macchinari. Ma la difficoltà riguarda anche manovali edili, ingegneri elettrici, tecnici delle scienze fisiche, assemblatori di apparecchiature elettroniche, supervisori della produzione e tecnici capaci di intervenire sui sistemi elettronici.
È uno dei paradossi della transizione ecologica: per installare pompe di calore, rendere efficienti gli edifici, ampliare le reti elettriche, produrre componenti e sviluppare le energie rinnovabili servono anche professioni che per anni sono state considerate mestieri tradizionali.
Oggi sono diventate strategiche.
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Quando si parla di lavoro verde si pensa spesso a ingegneri ambientali, esperti di sostenibilità o progettisti di impianti fotovoltaici.
La realtà è molto più ampia.
La decarbonizzazione degli edifici, per esempio, richiede tecnici capaci di installare e manutenere pompe di calore, impianti elettrici, sistemi di climatizzazione e nuove infrastrutture energetiche. L'elettrificazione dei consumi aumenta contemporaneamente la necessità di personale specializzato nelle reti e negli impianti.
La stessa diffusione delle energie rinnovabili genera domanda non soltanto nella progettazione, ma anche nell'installazione e soprattutto nella manutenzione.
Il Cedefop, in uno studio pubblicato dalla Commissione europea durante l'estate, evidenzia proprio la crescita della richiesta di figure capaci di progettare, installare e mantenere i sistemi per le energie rinnovabili, insieme a nuove professionalità che uniscono conoscenze tecniche e digitali.
La transizione verde sta quindi cambiando il valore economico di molte professioni prima ancora di crearne di completamente nuove.
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I dati italiani mostrano quanto il problema sia già concreto per le imprese.
Secondo il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, nel 2024 le competenze legate al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale erano richieste per oltre 4,4 milioni di ingressi programmati, pari all'80,6% del totale.
Quando sono richieste competenze verdi, però, le imprese incontrano una difficoltà di reperimento nel 49,4% dei casi. La percentuale sale al 51,5% quando quelle competenze sono considerate di elevata importanza.
Significa che il problema non riguarda una piccola nicchia dell'economia.
La sostenibilità è ormai diventata una competenza trasversale che interessa edilizia, industria, meccanica, energia e numerose altre attività. E proprio mentre cresce la domanda, diventa più difficile trovare personale adeguatamente preparato.
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La difficoltà italiana si inserisce in un problema europeo molto più ampio.
Secondo il recente studio del Cedefop, il 92% delle imprese dell'Unione europea sta già adottando iniziative per ridurre le proprie emissioni, mentre il 79% segnala la carenza di competenze come un ostacolo agli investimenti.
È un dato che cambia la prospettiva sulla transizione ecologica.
La questione non riguarda più soltanto quanto denaro investire nelle tecnologie pulite o quali obiettivi climatici fissare. Diventa fondamentale stabilire chi materialmente installerà, gestirà e manterrà le infrastrutture necessarie.
La carenza di personale può trasformarsi così in un vero collo di bottiglia industriale.
Il Parlamento europeo ha ricordato inoltre che il solo settore energetico dell'Unione avrà bisogno di almeno 145mila lavoratori qualificati entro il 2030.
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A complicare il quadro c'è anche un problema generazionale.
Nei principali comparti delle tecnologie pulite, i lavoratori più giovani rappresentano ancora una quota molto ridotta della forza lavoro. Secondo i dati richiamati nell'analisi sulle clean tech, la fascia tra i 15 e i 24 anni pesa appena per il 6-7%, mentre circa un lavoratore su cinque ha già più di 55 anni.
Il rischio è evidente.
Nei prossimi anni una parte dei tecnici più esperti raggiungerà l'età pensionabile proprio mentre la domanda di installatori, manutentori e professionisti specializzati continuerà ad aumentare.
Senza un ricambio generazionale adeguato, la carenza attuale potrebbe quindi aggravarsi.
E non è soltanto una questione quantitativa: quando esce dal mercato del lavoro un tecnico con decenni di esperienza, si perde anche un patrimonio di competenze pratiche che non può essere ricostruito semplicemente attraverso un corso di poche settimane.
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C'è poi un'altra debolezza strutturale: le donne continuano a essere fortemente sottorappresentate in alcuni dei settori più importanti della transizione energetica.
Rappresentano circa il 14% della forza lavoro nelle pompe di calore, il 22% nel solare e il 26% nell'eolico e nelle batterie.
Allargare la partecipazione femminile alle professioni tecniche non sarebbe quindi soltanto una questione di parità, ma potrebbe diventare una delle risposte alla crescente difficoltà delle imprese nel trovare personale.
Il problema parte inevitabilmente dalla formazione e dall'orientamento: molte delle professioni oggi più richieste dipendono da percorsi tecnici e scientifici nei quali la presenza femminile continua a essere inferiore.
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Il vero nodo diventa allora il rapporto tra scuola, formazione professionale e mercato del lavoro.
La trasformazione industriale procede rapidamente, mentre i sistemi formativi hanno bisogno di tempo per adeguarsi.
Il ministero del Lavoro ha riconosciuto nel 2026 proprio il rischio che lo skills mismatch, cioè la distanza tra le competenze disponibili e quelle richieste dalle aziende, possa diventare un freno alla transizione verde e digitale. Un progetto sviluppato nell'ambito di REPowerEU punta per questo a rafforzare la programmazione delle politiche formative.
Il Programma nazionale Giovani, donne e lavoro destina inoltre oltre 600 milioni di euro alla priorità dedicata allo sviluppo delle nuove competenze dei lavoratori, comprese quelle necessarie per affrontare le trasformazioni ecologiche e digitali.
Il punto, tuttavia, non è soltanto finanziare più corsi.
Occorre riuscire a collegare la formazione alle professionalità effettivamente richieste dalle imprese e aggiornare rapidamente i percorsi quando cambiano tecnologie e processi produttivi.
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In questa prospettiva acquistano un peso crescente istituti tecnici, formazione professionale e percorsi di specializzazione post-diploma.
Per anni una parte del dibattito sul lavoro si è concentrata sull'aumento del numero dei laureati. La trasformazione energetica mostra invece quanto siano indispensabili anche qualifiche tecniche intermedie.
Servono ingegneri, ma servono contemporaneamente persone capaci di installare un impianto, intervenire su una rete elettrica, riparare un macchinario o effettuare la manutenzione di una pompa di calore.
È precisamente questa combinazione di competenze ad essere difficile da costruire in tempi brevi.
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È qui che la carenza di lavoratori smette di essere soltanto un problema occupazionale e diventa una questione di politica industriale europea.
L'Unione sta mobilitando centinaia di miliardi di euro per accompagnare la trasformazione dell'economia e ridurre le emissioni. Ma ogni nuovo impianto, rete o intervento di efficientamento ha bisogno di persone capaci di progettarlo, costruirlo e mantenerlo.
Se quelle persone non ci sono, una parte degli investimenti rischia di procedere più lentamente del previsto.
La transizione verde si trova così davanti a un paradosso: può creare nuove opportunità di lavoro proprio mentre la scarsità di lavoratori rischia di rallentarla.
Per l'Italia il problema è ancora più evidente. Undici delle quindici professioni chiave delle tecnologie pulite risultano difficili da reperire e quasi la metà delle assunzioni che richiedono competenze verdi incontra già ostacoli nella ricerca dei candidati.
La sfida dei prossimi anni, quindi, non sarà soltanto installare più pannelli solari, pompe di calore o infrastrutture elettriche. Sarà formare abbastanza elettricisti, tecnici, installatori, manutentori e ingegneri per farle funzionare.
Perché senza lavoratori qualificati, anche la transizione più finanziata e tecnologicamente avanzata rischia di rimanere sulla carta.
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