L'eclissi e le nuove verità della scienza che noi umani ancora non abbiamo provato neppure ad immaginare

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Guido Talarico
Guido Talarico

L’eclissi ha riportato milioni di persone con il naso all’insù, davanti alla vertigine del cosmo. Ma mentre il grande pubblico continua a percepire l’universo soprattutto attraverso la meraviglia, la fisica contemporanea è arrivata a formulare ipotesi sempre più profonde sulla natura dello spazio, del tempo e della materia. Dall’entanglement alla teoria delle stringhe, fino all’idea che lo spaziotempo possa emergere dall’informazione quantistica, la scienza sta modificando categorie che sembravano immutabili. Teorie ancora in parte speculative, ma sufficientemente potenti da imporre nuove domande anche alle religioni. E il dibattito della Chiesa sull’intelligenza artificiale dimostra che ignorare la conoscenza scientifica non è più un’opzione

L'eclissi e le nuove verità della scienza che noi umani ancora non abbiamo provato neppure ad immaginare

di Guido Talarico

L’eclissi di Sole del 12 agosto ha compiuto ancora una volta un piccolo miracolo laico: ha costretto milioni di esseri umani a sollevare contemporaneamente gli occhi dal telefono per rivolgerli al cielo. Per qualche minuto lo spettacolo dell’universo ha avuto così la meglio sulle vacanze e sul nostro solito universo digitale. E davanti all’ombra della Luna che scorreva sul Sole siamo tornati a provare qualcosa di molto antico: stupore, ammirazione, inquietudine, curiosità.

La differenza rispetto ai nostri antenati è però enorme. Ciò che per loro apparteneva al mistero, al mito o al soprannaturale, oggi può essere in larga misura descritto attraverso equazioni, osservazioni e teorie fisiche. Non significa che conosciamo tutto. Al contrario: più avanziamo, più scopriamo l’estensione della nostra ignoranza. Ma la frontiera raggiunta dalla cosmologia e dalla fisica teorica è assai più avanzata di quanto normalmente percepisca il grande pubblico.

Prendiamo l’entanglement quantistico. Due particelle (me lo spiega Claude!) possono condividere uno stato quantistico in modo tale che le loro proprietà risultino correlate anche quando sono separate da enormi distanze. Einstein, che ne aveva colto il carattere paradossale, parlò polemicamente di una «spettrale azione a distanza». Gli esperimenti, culminati nel Nobel per la Fisica del 2022 ad Alain Aspect, John Clauser e Anton Zeilinger, hanno confermato la realtà delle correlazioni quantistiche e la violazione delle disuguaglianze di Bell.

Non significa, come talvolta si legge, che possiamo trasmettere messaggi istantaneamente da una galassia all’altra. L’entanglement non permette comunicazioni più veloci della luce. Ma ci obbliga comunque ad abbandonare l’immagine intuitiva di una realtà composta semplicemente da oggetti separati, ciascuno dotato in ogni momento di proprietà indipendenti dagli altri.

Ed è soltanto l’inizio. Una delle frontiere più affascinanti della fisica contemporanea riguarda infatti una domanda apparentemente assurda: e se persino lo spazio e il tempo non fossero elementi fondamentali dell’universo?

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La teoria delle stringhe, nata dal tentativo di conciliare la meccanica quantistica con la relatività generale, propone che le entità fondamentali non siano particelle puntiformi ma minuscoli oggetti estesi, le stringhe, le cui differenti vibrazioni corrisponderebbero alle particelle osservate. È un edificio matematico straordinariamente sofisticato, ma, è necessario ricordarlo, non è ancora una teoria confermata sperimentalmente della natura. Sarebbe quindi scorretto presentarla come la spiegazione definitiva dell’universo.

Eppure... Eppure alcune idee sviluppate nel suo ambito stanno cambiando radicalmente il modo in cui i fisici pensano allo spaziotempo. Me lo spiega ancora l'Ai di Claude. Provo a sintetizzare. La corrispondenza AdS/CFT formulata da Juan Maldacena ha fornito uno degli esempi più potenti del cosiddetto principio olografico: in determinati modelli, una teoria gravitazionale definita in uno spazio può essere equivalente a una teoria quantistica senza gravità definita sul suo confine. La formula di Ryu-Takayanagi ha poi stabilito, all’interno di questo quadro teorico, una sorprendente relazione fra entanglement quantistico e geometria.

E' complicato, mi ci perdo anche io, ma è da qui che nasce una delle ipotesi più vertiginose della fisica moderna: lo spaziotempo potrebbe non essere il palcoscenico sul quale recita l’universo, ma qualcosa che emerge dalle relazioni quantistiche più fondamentali. Nel 2013 Maldacena e Leonard Susskind hanno condensato un’intuizione ancora più provocatoria nella formula «ER = EPR»: una possibile relazione fra i ponti di Einstein-Rosen, cioè i wormhole, e l’entanglement descritto dal paradosso Einstein-Podolsky-Rosen. Anche in questo caso occorre distinguere il fascino dalla certezza: ER=EPR è una congettura, non una verità sperimentalmente dimostrata. Rimane l'enormità del tema, con le sinapsi che si accendono inevitabilmente anche nella testa di chi la fisica non la conosce proprio. Il fatto stesso che domande simili possano essere formulate matematicamente racconta quanto lontano si sia spinta la scienza.

Poi c'é il paradosso del percepito: queste idee sono arrivate al pubblico più attraverso il cinema che attraverso il dibattito culturale. Il magnifico Interstellar ha trasformato relatività, buchi neri, dilatazione temporale e dimensioni ulteriori in materia narrativa, avvalendosi persino della consulenza del fisico Kip Thorne. Blade Runner, su un versante diverso e per andare ancora un pó più in la negli anni, raccontandoci di "cose che noi umani non potremmo neanche potuto immaginare" ha anticipato domande oggi diventate quotidiane: dove finisce la macchina e dove comincia la persona? Che cosa significa essere coscienti? Memoria e identità bastano a definire l’umano?

Domande che oggi incontrano inevitabilmente l’intelligenza artificiale. Anche la Chiesa cattolica lo ha compreso. Il Papa si è pronunciato con Antiqua et nova, pubblicata nel 2025, che formalmente non è un’enciclica papale, ma una nota dei Dicasteri per la Dottrina della Fede e per la Cultura e l’Educazione sul rapporto fra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Il suo significato culturale è rilevante: testimonia la necessità, per un’istituzione religiosa, di misurarsi con tecnologie capaci di ridefinire lavoro, conoscenza, creatività, potere e persino la nostra idea di intelligenza.

Qui si apre una questione ancora più grande. Se l’Ai obbliga la religione a interrogarsi su che cosa distingua l’uomo dalla macchina, la fisica contemporanea la obbliga a confrontarsi con interrogativi ancora più radicali sulla materia, sul tempo e sull’origine stessa della realtà, quindi della vita. La scienza non ha dimostrato l’inesistenza di Dio, così come la fede non costituisce una teoria alternativa alla cosmologia. Sono piani differenti. Proprio per questo il confronto può diventare fecondo soltanto quando nessuno pretende di invadere il metodo dell’altro.

La storia insegna quanto costi fare il contrario. Il caso Galileo rimane il simbolo più famoso di un’autorità religiosa che volle difendere attraverso il potere una rappresentazione del cosmo destinata a soccombere davanti alle osservazioni. Sarebbe semplicistico e quindi sbagliato giudicare il Seicento con le categorie del XXI secolo; sarebbe però ancora più grave non averne appreso la lezione.

Oggi quindi nessuna istituzione religiosa può permettersi di osservare la fisica quantistica, la cosmologia o l’intelligenza artificiale come minacce da contenere. Deve conoscerle. Deve dialogare con chi le studia. E, soprattutto, deve accettare che una spiegazione scientifica non diventi meno vera perché modifica un’interpretazione tradizionale. Forse è questa la lezione più interessante lasciata dall’eclissi. Abbiamo alzato gli occhi pensando di assistere semplicemente a uno spettacolo celeste. In realtà stavamo guardando un universo che, dopo secoli di ricerca, ci appare molto più sorprendente e infinitamente più grande di quanto avessero immaginato le antiche cosmologie.

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Un universo nel quale il tempo può rallentare, la materia è governata da probabilità, particelle lontanissime possono appartenere a un unico stato quantistico e persino lo spaziotempo potrebbe emergere da qualcosa di più profondo. Non sappiamo ancora se la teoria delle stringhe descriva davvero la natura, né possediamo una teoria quantistica completa della gravità. Ma conosciamo abbastanza per sapere che il vecchio confine tra ciò che appariva inconcepibile e ciò che è scientificamente discutibile si è spostato enormemente.

È qui che scienza e religione possono incontrarsi senza confondersi. Non per stabilire chi possieda l’ultima parola sull’universo, ma per riconoscere che nessuno dovrebbe temere una domanda soltanto perché potrebbe cambiare una risposta antica.

Dopo Galileo, quattro secoli dovrebbero essere stati sufficienti per impararlo. E forse, dopo aver guardato l’eclissi con il naso all’insù, vale la pena continuare a guardare il cielo con la stessa meraviglia, ma con occhi nuovi: quelli di una civiltà abbastanza adulta da capire che il mistero non diminuisce quando aumenta la conoscenza. Diventa, semmai, ancora più grande. Ed è proprio un approccio aperto che forse potrà evitare che tutto quello che l'uomo ha costruito si possa perdere "come lacrime nella pioggia". 

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