Meloni chiede più flessibilità all’Ue, Bruxelles risponde: «Ne abbiamo già concessa»

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Mario Tosetti

Meloni scrive a von der Leyen e chiede maggiore flessibilità sui conti per affrontare inflazione e caro energia. La Commissione Ue frena: margini aggiuntivi sono già stati concessi

Meloni chiede più flessibilità all’Ue, Bruxelles risponde: «Ne abbiamo già concessa»

La richiesta di Giorgia Meloni è partita da Roma, ma da Bruxelles arriva subito una prima risposta: l’Unione europea ha già concesso agli Stati membri maggiori margini di flessibilità. È la posizione espressa dalla Commissione mentre la presidente del Consiglio chiede che l’aumento inatteso dell’inflazione, spinto soprattutto dalla nuova fiammata dei prezzi energetici, venga tenuto in considerazione nel calcolo dei vincoli di bilancio.

Il confronto si apre proprio mentre il governo italiano sta cercando gli spazi per costruire una manovra resa più complicata dall’aumento dei prezzi, dai maggiori rendimenti sui titoli di Stato e dalla necessità di finanziare nuovi interventi per famiglie e imprese.

Meloni ha confermato di avere inviato una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen chiedendo che il tema venga affrontato prima all’Ecofin e successivamente al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.

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La prima replica è arrivata dalla portavoce della Commissione Paula Pinho.

«Abbiamo già dato più flessibilità agli Stati membri», ha spiegato rispondendo alle domande sulla richiesta italiana.

Nelle stesse ore il portavoce Balazs Udjvari aveva precisato che la lettera di Meloni non risultava ancora formalmente arrivata alla Commissione, ricordando però che la clausola nazionale di salvaguardia è stata estesa anche alle spese legate all’energia, oltre che agli investimenti nella difesa.

Non è quindi ancora una risposta formale alla missiva della presidente del Consiglio. Ma la posizione espressa dall’esecutivo europeo indica una certa cautela rispetto alla possibilità di aprire immediatamente nuovi margini nelle regole fiscali.

Roma sostiene invece che lo shock inflazionistico abbia modificato sensibilmente il quadro sul quale erano stati costruiti i programmi di finanza pubblica.

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Il problema sollevato dalla presidente del Consiglio riguarda la distanza tra l’inflazione programmata e quella effettivamente registrata.

Un aumento dei prezzi superiore alle previsioni non significa soltanto maggiori costi per famiglie e imprese. Ha conseguenze dirette anche sulla spesa pubblica, perché alcune delle principali prestazioni erogate dallo Stato vengono rivalutate sulla base dell’inflazione.

Meloni ha citato, tra gli esempi, pensioni e assegno unico.

Secondo il governo, quindi, una parte dell’aumento della spesa non deriva da nuove decisioni politiche, ma dall’adeguamento automatico di alcune voci all’aumento dei prezzi. È questo l’argomento con il quale Roma chiede a Bruxelles di riconoscere uno spazio fiscale aggiuntivo.

La questione riguarda una quota consistente del bilancio. Nella lettera italiana viene evidenziato come circa il 20% della spesa primaria sia direttamente o indirettamente indicizzato all’inflazione. Il governo propone anche di considerare l’extragettito fiscale prodotto dall’aumento dei prezzi per finanziare interventi mirati contro il caro energia.

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La richiesta arriva mentre al ministero dell’Economia non vengono nascoste le difficoltà della prossima legge di Bilancio.

Il viceministro Maurizio Leo ha parlato apertamente di una manovra «difficile», indicando tra le ragioni proprio l’inflazione, la necessità di mantenere sotto controllo i conti pubblici e l’aumento dei costi sostenuti dallo Stato per finanziarsi sui mercati.

Il rialzo dei rendimenti e dello spread restringe infatti ulteriormente gli spazi a disposizione del governo.

Allo stesso tempo l’esecutivo vuole intervenire nuovamente contro il caro energia e proseguire alcune misure fiscali, tra cui un ulteriore intervento sull’Irpef per una parte del ceto medio.

È in questo incrocio tra maggiori spese, inflazione e disciplina europea che la trattativa con Bruxelles diventa decisiva.

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Meloni insiste anche su un altro elemento: l’Italia non è sola.

La Grecia ha chiesto alla Commissione ulteriore flessibilità per consentire agli Stati di sostenere cittadini e imprese durante quella che il premier Kyriakos Mitsotakis definisce una crisi energetica durata più a lungo del previsto.

Atene propone, tra le altre cose, di valutare l’esclusione dall’indicatore della spesa netta di alcune misure temporanee contro il caro energia, tenendo conto anche delle maggiori entrate Iva generate dall’inflazione.

Roma sta inoltre lavorando insieme alla Repubblica Ceca su un altro fronte.

I due Paesi hanno presentato alla Commissione un documento comune nel quale chiedono interventi temporanei per ridurre l’impatto del sistema europeo Ets sui prezzi dell’energia, maggiore flessibilità nell’assegnazione delle quote e un rinvio dell’entrata in vigore dell’Ets 2 per trasporti ed edifici.

La questione è destinata quindi ad arrivare sia all’Ecofin sia al prossimo Consiglio europeo.

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Dietro la richiesta di maggiore flessibilità c’è soprattutto il ritorno dell’emergenza energetica.

L’accelerazione dell’inflazione registrata a settembre è stata alimentata in larga misura dall’aumento dei prezzi dell’energia, con effetti che stanno tornando a trasferirsi sulle bollette, sui carburanti e sui costi sostenuti dalle imprese.

Il governo ha reagito anche attraverso il confronto con le principali società energetiche. Sul fronte dei carburanti diverse compagnie hanno introdotto o annunciato meccanismi di contenimento dei prezzi, mentre sono state presentate iniziative anche sulle bollette di luce e gas.

Ma per Palazzo Chigi gli interventi delle aziende non possono sostituire completamente una risposta pubblica.

Da qui la necessità di trovare risorse per misure più ampie senza compromettere gli obiettivi di finanza pubblica.

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Il confronto con la Commissione è quindi appena cominciato.

Meloni chiede che Bruxelles riconosca la natura eccezionale dello shock inflazionistico e consenta agli Stati di utilizzare maggiori margini per proteggere famiglie e imprese.

La Commissione ricorda invece che alcuni di quei margini sono già stati concessi e richiama la possibilità di utilizzare gli strumenti di flessibilità esistenti.

Le due posizioni non equivalgono ancora a uno scontro. La lettera italiana dovrà essere valutata formalmente e il dossier passerà attraverso l’Ecofin e il Consiglio europeo.

Ma il primo messaggio arrivato da Bruxelles delimita già il terreno della trattativa: Roma chiede nuova flessibilità; la Commissione risponde che una parte di quella flessibilità esiste già.

Sarà ora il confronto politico con von der Leyen e con gli altri governi europei a stabilire se quei margini possano essere ulteriormente ampliati proprio mentre il caro energia torna a pesare sui bilanci pubblici e sull’economia europea.

 

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