La manovra economica del governo Meloni incontra la resistenza del mondo bancario e finanziario. Al centro dello scontro ci sono oltre cinque miliardi di euro che l'esecutivo intende raccogliere nel 2027 attraverso un incremento della tassazione su banche e compagnie assicurative, accompagnato da un nuovo intervento sulle transazioni finanziarie.
Una scelta che il governo presenta come necessaria per finanziare gli interventi a sostegno delle famiglie, del ceto medio e delle imprese, ma che gli operatori del settore considerano un ulteriore aggravio fiscale, destinato a sommarsi agli impegni già assunti con la precedente legge di Bilancio.
Il malcontento, emerso nelle settimane precedenti all'approvazione del provvedimento, si è accentuato dopo il Consiglio dei ministri del 28 ottobre. Questa volta, infatti, l'esecutivo ha deciso di procedere senza raggiungere un'intesa preventiva con le associazioni di categoria.
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Il principale intervento riguarda l'aumento dell'Ires, l'imposta sui redditi delle società, di tre punti percentuali.
Per gli istituti bancari, già soggetti a un'addizionale rispetto alle altre imprese, l'aliquota salirà dal 27,5% al 30,5%. Per le compagnie assicurative, invece, passerà dal 24% al 27%.
A questo incremento si aggiungono modifiche alla disciplina dell'Irap, con una riduzione delle deduzioni fiscali relative ad alcune componenti di costo, tra cui le spese amministrative e gli ammortamenti dei beni strumentali.
La combinazione dei due interventi dovrebbe garantire allo Stato una parte significativa delle risorse necessarie a finanziare la legge di Bilancio.
L'esecutivo ha previsto una franchigia di 90mila euro per attenuare l'impatto sui soggetti di minori dimensioni, con particolare attenzione alle banche di credito cooperativo e alle popolari. Resta però da verificare, attraverso il testo definitivo, quali istituti potranno effettivamente beneficiare dell'agevolazione.
La misura non si configura come una tassa straordinaria sugli extraprofitti, ma come un aumento della tassazione ordinaria. Una distinzione importante perché, a differenza di un prelievo una tantum, gli effetti potrebbero protrarsi anche negli esercizi successivi.
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A provocare le maggiori tensioni non è soltanto l'entità del nuovo contributo, ma soprattutto il metodo seguito dal governo.
Nel 2025 banche e assicurazioni avevano raggiunto con l'esecutivo un accordo triennale che prevedeva un apporto complessivo di circa 10,5 miliardi di euro alle finanze pubbliche.
Il presidente dell'Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, aveva più volte richiamato quell'intesa, sostenendo la necessità di rispettare gli impegni già sottoscritti.
Dal settore bancario è quindi arrivata una netta contrarietà alla prospettiva di un nuovo prelievo, annunciato senza una trattativa preventiva e successivamente inserito nel Documento programmatico di bilancio trasmesso a Bruxelles.
Gli istituti ritengono di aver già contribuito in misura significativa al consolidamento dei conti pubblici e temono che l'inasprimento fiscale possa incidere sulla redditività e sulla capacità di sostenere l'economia attraverso il credito.
Secondo le ricostruzioni emerse negli ultimi giorni, negli ambienti bancari non sarebbe stata esclusa neppure la possibilità di valutare iniziative legali. Non risultano tuttavia, al momento, ricorsi formalmente annunciati contro le nuove disposizioni.
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affrontato direttamente la questione durante la conferenza stampa di presentazione della manovra.
La premier ha riconosciuto che, diversamente da quanto accaduto in passato, non è stato possibile raggiungere un accordo preventivo con gli operatori del settore.
Ha quindi difeso la scelta del governo, sottolineando che le risorse aggiuntive sono state richieste a comparti che hanno registrato risultati economici importanti, in una fase nella quale molte famiglie continuano a confrontarsi con difficoltà legate al costo della vita.
«Non è una manovra contro qualcuno», ha assicurato Meloni, spiegando che l'obiettivo è chiedere un contributo maggiore a chi dispone di una situazione economica più favorevole.
Sulla possibilità di un contenzioso con gli istituti di credito, la presidente del Consiglio ha dichiarato: «Non so se devo aspettarmi un ricorso, spero francamente di no».
Meloni ha inoltre ricordato che anche lo Stato parteciperà allo sforzo di contenimento della spesa, attraverso tagli ai ministeri per circa un miliardo di euro.
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Lo scontro è diventato esplicito venerdì 30 ottobre, durante la 102ª Giornata mondiale del Risparmio, organizzata dall'Acri a Roma.
Davanti al ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, il presidente dell'Abi Antonio Patuelli ha espresso forti perplessità sugli interventi annunciati dall'esecutivo, definendo preoccupante il quadro che emerge dalle dichiarazioni dei rappresentanti del governo.
Secondo Patuelli, l'aumento dell'Ires e le modifiche all'Irap comporteranno un ulteriore aggravio fiscale per gli istituti, con conseguenze sui bilanci e sui rendimenti degli azionisti.
Il presidente dell'Abi ha chiesto al governo di riflettere prima della presentazione definitiva del testo in Parlamento, richiamando anche il ricordo delle crisi bancarie e dei costi sostenuti dal settore negli anni passati.
La posizione degli istituti è stata condivisa anche dall'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che ha evidenziato la concentrazione degli interventi fiscali sul comparto finanziario rispetto ad altri settori economici.
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La risposta del ministro dell'Economia non si è fatta attendere. Intervenendo alla stessa manifestazione, Giorgetti ha difeso l'impostazione della manovra, sostenendo che tutte le componenti del Paese debbano partecipare allo sforzo di risanamento della finanza pubblica.
Il ministro ha riconosciuto che gli oneri richiesti agli istituti sono significativi, ma li ha giudicati sostenibili nel tempo e tali da non compromettere la stabilità del sistema.
Ha quindi ricordato il sostegno assicurato dallo Stato al comparto bancario attraverso garanzie pubbliche e strumenti per la gestione dei crediti deteriorati.
«Lo Stato ha aiutato il sistema bancario», ha osservato Giorgetti, rivendicando la necessità che ora gli istituti contribuiscano alla tenuta dei conti pubblici.
Rivolgendosi direttamente a Patuelli, il ministro ha sintetizzato la propria posizione con un'espressione: «Siamo sulla stessa barca».
Il confronto ha mostrato quanto siano distanti le valutazioni delle due parti. Per il governo si tratta di una redistribuzione sostenibile degli oneri fiscali; per gli istituti, invece, di un intervento che rischia di penalizzare un settore già chiamato a sostenere impegni rilevanti.
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Le critiche non arrivano soltanto dalle banche. Anche le fondazioni bancarie contestano le nuove disposizioni, sostenendo che il maggiore prelievo fiscale potrebbe tradursi in una riduzione delle risorse destinate alle attività sociali.
Il presidente dell'Acri Giovanni Azzone ha spiegato che, secondo le stime dell'associazione, l'impatto complessivo degli interventi sulle fondazioni potrebbe raggiungere i 65-70 milioni di euro.
Una cifra relativamente contenuta rispetto alle dimensioni della manovra, ma che per gli enti filantropici rappresenta una perdita significativa di capacità di intervento.
Azzone ha tradotto il possibile impatto in esempi concreti: secondo le valutazioni dell'Acri, le risorse sottratte potrebbero equivalere a quelle necessarie per sostenere percorsi di reinserimento sociale e lavorativo destinati a 20mila giovani che non studiano e non lavorano, oppure progetti di autonomia per circa duemila persone con disabilità.
Il presidente dell'associazione ha inoltre annunciato la sospensione di un piano triennale da 100 milioni di euro.
La contestazione sposta così il dibattito oltre i bilanci degli istituti di credito, ponendo una questione più ampia: se l'aumento della tassazione sugli operatori finanziari possa produrre effetti indiretti anche sulle attività di sostegno sociale.
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Un altro fronte di tensione riguarda l'aumento della Tobin Tax, l'imposta applicata a determinate transazioni finanziarie.
Secondo le misure annunciate, l'aliquota sugli acquisti di azioni interessate dal tributo dovrebbe passare dallo 0,2% allo 0,4% sui mercati regolamentati, mentre per le operazioni fuori mercato l'incremento previsto è dallo 0,4% allo 0,6%.
L'intervento punta a garantire ulteriori entrate fiscali, stimate intorno ai 500 milioni di euro.
La decisione ha però provocato le proteste delle società quotate e delle associazioni che rappresentano il mercato dei capitali.
Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, ha criticato duramente il provvedimento, definendolo «sbagliato e di cortissimo respiro». Secondo l'associazione, l'inasprimento della tassazione rischia di ridurre ulteriormente la competitività della Borsa italiana.
Anche AssoNext, che rappresenta le piccole e medie imprese quotate, ha chiesto una revisione delle misure durante l'esame parlamentare, sottolineando l'importanza di preservare l'attrattività del mercato per chi investe nell'economia reale.
Il timore è che un aumento dei costi delle operazioni finanziarie possa scoraggiare gli investimenti, soprattutto in un contesto di concorrenza tra le diverse piazze europee.
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La questione più delicata riguarda le possibili conseguenze delle nuove imposte sui cittadini.
Un aumento della tassazione sulle banche non si traduce automaticamente in un rincaro dei mutui o delle commissioni sui conti correnti. Gli istituti potrebbero assorbire una parte degli oneri attraverso la riduzione dei margini di profitto.
Tuttavia, non si può escludere che nel tempo alcune banche tentino di compensare i maggiori costi fiscali modificando le proprie condizioni commerciali.
Per le compagnie assicurative, invece, il rischio evocato dal settore è quello di una minore capacità di investimento e di un possibile effetto sulle politiche tariffarie.
Più immediato è l'impatto della Tobin Tax sugli investitori che effettuano operazioni soggette all'imposta, mentre restano escluse diverse categorie di strumenti finanziari, tra cui gli ETF.
Le conseguenze effettive dipenderanno comunque dal testo definitivo della legge, dalle scelte degli operatori e dall'andamento dei mercati.
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Il confronto sulle banche ha provocato divisioni anche all'interno della maggioranza.
La Lega di Matteo Salvini ha sostenuto con decisione la necessità di chiedere un contributo consistente al settore finanziario, richiamando gli elevati utili registrati dagli istituti.
Forza Italia, al contrario, aveva espresso riserve sull'introduzione di nuovi prelievi, insistendo sulla necessità di evitare misure punitive e di mantenere aperto il dialogo con il sistema bancario.
La soluzione adottata dal governo, basata sull'aumento delle imposte ordinarie anziché su una tassa specifica sugli extraprofitti, rappresenta un compromesso politico che non ha però evitato le contestazioni.
Il confronto si sposterà ora in Parlamento, dove banche, assicurazioni, fondazioni e associazioni delle imprese cercheranno di ottenere modifiche alle disposizioni più controverse.
Per Meloni e Giorgetti, rinunciare alle nuove entrate significherebbe individuare coperture alternative per una parte importante della manovra. Per il settore finanziario, invece, accettare senza modifiche il provvedimento comporterebbe un ulteriore aumento degli oneri fiscali dopo quelli già concordati negli anni precedenti.
Lo scontro, dunque, è tutt'altro che chiuso. E la Giornata mondiale del Risparmio ha mostrato come una delle principali questioni della Manovra 2027 non riguardi soltanto quanto lo Stato riuscirà a incassare, ma anche chi finirà per sostenere concretamente il costo delle nuove misure.
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