La Cassazione ha confermato lo stop all’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Le Sezioni Unite civili hanno respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria, contro la decisione della Corte d’Appello di Milano.
Il provvedimento, che accoglieva in parte un’azione collettiva promossa da undici cittadini del comitato Genitori Tarantini, impone di sospendere l’attività entro 90 giorni. La produzione potrà riprendere solo quando sarà stato rimosso l’amianto ancora presente negli impianti e saranno adottate misure adeguate per mantenere le emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza.
La Corte d’Appello aveva ritenuto che il diritto alla salute e alla tutela dell’ambiente dovesse prevalere sulle esigenze produttive, richiamando anche l’articolo 41 della Costituzione, che vieta all’iniziativa economica privata di svolgersi arrecando danno alla salute o all’ambiente. Secondo i giudici, il rispetto dei limiti di emissione previsti non basta a escludere rischi per la popolazione: i dati sanitari dell’area vicina allo stabilimento mostrerebbero più decessi e ricoveri rispetto alle zone limitrofe.
Al centro della decisione ci sono la presenza di amianto negli impianti e le emissioni di PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate l’anno. La Corte d’Appello aveva disapplicato in parte l’Autorizzazione integrata ambientale del 2025, giudicandola priva di prescrizioni sufficienti su questi aspetti.
La Cassazione ha così respinto le ragioni sostenute in udienza dal sostituto procuratore generale, che aveva chiesto di accogliere i ricorsi. Secondo il pg, gli obblighi sull’amianto non imponevano necessariamente la rimozione integrale entro il 2023 e non sarebbe stato dimostrato un pericolo grave e specifico per la salute. I legali dei cittadini hanno invece richiamato gli studi epidemiologici sull’area di Taranto e il rischio legato alle emissioni.
Intanto, in attesa della sentenza, l'’attività dell’area a caldo era già stata avviata verso la sospensione, con gli impianti mantenuti in preriscaldo in attesa della decisione. Per l’azienda, spegnere gli altiforni potrebbe avere conseguenze difficilmente reversibili: essendo impianti a ciclo continuo, la loro riaccensione potrebbe richiedere interventi di ricostruzione e tempi stimati in 12-24 mesi per ciascun altoforno.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati