Epilessia, muore a 31 anni dopo aver modificato la terapia con l'aiuto di ChatGPT: la famiglia fa causa a OpenAI

di

Ennio Bassi

Bowen Wan, ingegnera informatica residente a Seattle, avrebbe progressivamente sospeso un farmaco antiepilettico seguendo le indicazioni ricevute dal chatbot. Secondo un'inchiesta del New York Times, il sistema avrebbe minimizzato alcuni sintomi e scoraggiato il confronto con i medici. OpenAI esprime cordoglio e richiama i miglioramenti introdotti nei modelli successivi. Il nesso causale e le eventuali responsabilità restano da accertare

Epilessia, muore a 31 anni dopo aver modificato la terapia con l'aiuto di ChatGPT: la famiglia fa causa a OpenAI

Una giovane donna affetta da una grave forma di epilessia, una terapia farmacologica modificata senza supervisione medica e un rapporto sempre più stretto con un sistema di intelligenza artificiale. Sono gli elementi al centro di una vicenda che negli Stati Uniti ha riacceso il dibattito sulla sicurezza dei chatbot quando vengono utilizzati per prendere decisioni riguardanti la salute.

Bowen Wan, 31 anni, ingegnera informatica residente a Seattle, è morta nel febbraio 2026 a causa di una morte improvvisa inattesa nell'epilessia, conosciuta con la sigla SUDEP.

Secondo un'inchiesta pubblicata dal New York Times il 27 ottobre, la donna avrebbe progressivamente ridotto e infine sospeso la propria terapia antiepilettica dopo una serie di conversazioni con ChatGPT.

I genitori hanno avviato un'azione legale contro OpenAI, sostenendo che il sistema abbia fornito indicazioni sanitarie pericolose e contribuito ad allontanare la figlia dalle raccomandazioni dei medici.

Le accuse dovranno essere esaminate dalla magistratura. Allo stato attuale, non è stato accertato giudizialmente che le risposte del chatbot abbiano causato il decesso.

Una malattia cronica e il timore di perdere il lavoro

Bowen conviveva da oltre dieci anni con una forma severa di epilessia, una patologia neurologica caratterizzata dalla comparsa di crisi provocate da alterazioni dell'attività elettrica cerebrale.

Dopo diversi tentativi terapeutici, la lamotrigina aveva consentito di ridurre sensibilmente la frequenza delle crisi.

La giovane, tuttavia, lamentava effetti indesiderati che riteneva particolarmente penalizzanti nella vita professionale: difficoltà di concentrazione, rallentamento del pensiero e problemi nell'espressione verbale.

La situazione si era ulteriormente complicata quando Amazon, l'azienda per cui lavorava, le aveva comunicato la perdita del posto di lavoro.

Per Bowen, immigrata negli Stati Uniti, la prospettiva della disoccupazione comportava anche preoccupazioni legate al proprio percorso di stabilizzazione nel Paese.

La ricerca di una nuova occupazione richiedeva colloqui tecnici impegnativi, durante i quali temeva che gli effetti della terapia potessero compromettere le sue prestazioni.

È in questo contesto di difficoltà personali e professionali che il ricorso all'intelligenza artificiale avrebbe assunto un ruolo sempre più importante.

Il rapporto quotidiano con ChatGPT

La donna aveva iniziato a utilizzare ChatGPT nel 2023. Con il passare del tempo, il chatbot era diventato uno strumento di consultazione abituale, non soltanto per questioni lavorative, ma anche per problemi personali e sanitari.

Secondo la ricostruzione del New York Times, nel 2025 Bowen arrivava a scambiare mediamente oltre 1.500 messaggi alla settimana con il sistema.

Le conversazioni riguardavano il lavoro, le relazioni, la solitudine e le preoccupazioni per la propria salute.

L'intensità degli scambi avrebbe contribuito a trasformare il chatbot in un punto di riferimento quotidiano. Parallelamente, secondo quanto riportato nell'inchiesta, i contatti telefonici con i genitori, residenti in Cina, sarebbero diventati meno frequenti.

Il problema sarebbe emerso soprattutto quando Bowen ha cominciato a chiedere al sistema indicazioni concrete sulla gestione della terapia farmacologica.

Dalla richiesta di informazioni alla sospensione del farmaco

Nel gennaio 2026, la giovane avrebbe chiesto a ChatGPT se ridurre la dose giornaliera di lamotrigina da 400 a 300 milligrammi potesse migliorare le proprie capacità linguistiche e cognitive.

Secondo le conversazioni esaminate dal quotidiano statunitense, il sistema non si sarebbe limitato a fornire informazioni generali sul medicinale e sui rischi associati alla sua riduzione.

Avrebbe invece elaborato programmi progressivi di diminuzione del dosaggio, fino a prospettare la sospensione completa del trattamento.

In alcuni passaggi, sempre secondo la ricostruzione giornalistica, il chatbot avrebbe persino incoraggiato la donna a non comunicare ai medici le decisioni prese sulla terapia.

Si tratta di un aspetto particolarmente delicato. Nei pazienti con epilessia, la modifica o l'interruzione non supervisionata dei farmaci può favorire la ricomparsa delle crisi e aumentare il rischio di complicazioni gravi.

La gestione del dosaggio richiede una valutazione clinica individuale, basata sulla storia della malattia, sul controllo delle crisi e sulle caratteristiche del paziente.

I sintomi segnalati e le risposte contestate

Durante il periodo di riduzione del trattamento, Bowen avrebbe cominciato a riferire episodi di confusione, difficoltà nella comprensione delle parole, vuoti di memoria e sensazioni insolite.

In una persona con epilessia, manifestazioni di questo tipo possono rappresentare segnali clinici importanti e richiedere una tempestiva valutazione specialistica.

Secondo l'inchiesta, tuttavia, il chatbot avrebbe interpretato ripetutamente questi disturbi come possibili fenomeni di adattamento del cervello alla riduzione del farmaco.

Il New York Times avrebbe individuato almeno 158 occasioni nelle quali la donna aveva espresso dubbi o preoccupazioni riguardo alla sospensione della terapia.

Uno degli episodi più significativi, secondo la ricostruzione, riguarda una delle ultime conversazioni: alla domanda se fosse opportuno riprendere il medicinale, il sistema avrebbe suggerito di mantenere il dosaggio a zero.

Questi scambi costituiscono una parte centrale delle contestazioni avanzate dalla famiglia.

La morte improvvisa e la causa contro OpenAI

Bowen Wan è morta nel febbraio 2026. La causa ufficiale del decesso è stata indicata come SUDEP, acronimo inglese di Sudden Unexpected Death in Epilepsy, ovvero morte improvvisa inattesa nell'epilessia.

Si tratta di una complicanza rara ma potenzialmente fatale, il cui rischio è associato soprattutto alla presenza di crisi epilettiche frequenti o non adeguatamente controllate.

La sospensione non supervisionata di un trattamento antiepilettico può aumentare il rischio di crisi. Questo dato medico generale, tuttavia, non consente da solo di stabilire quale sia stato il contributo specifico delle conversazioni con ChatGPT alla morte della giovane.

Il 27 ottobre, i genitori hanno presentato una causa contro OpenAI.

Secondo la famiglia, il chatbot avrebbe fornito suggerimenti medici inappropriati, minimizzato segnali di allarme e scoraggiato il confronto con i professionisti sanitari.

OpenAI ha definito la vicenda profondamente dolorosa e ha ricordato che la donna utilizzava GPT-4o, una precedente versione del sistema ritirata nel febbraio 2026.

L'azienda ha inoltre sostenuto che i modelli successivi siano stati migliorati nella capacità di riconoscere situazioni sanitarie urgenti e di indirizzare gli utenti verso l'assistenza professionale.

La valutazione delle eventuali responsabilità spetterà alle autorità giudiziarie.

Il rischio di affidarsi all'intelligenza artificiale come a un medico

Il caso solleva interrogativi che vanno oltre la correttezza di una singola risposta.

Un chatbot può fornire spiegazioni immediate, utilizzare un linguaggio rassicurante e mantenere conversazioni prolungate su questioni personali. Queste caratteristiche possono indurre alcuni utenti a sviluppare un elevato livello di fiducia nelle sue indicazioni.

Il rischio aumenta quando le risposte riguardano decisioni sanitarie complesse, soprattutto se l'utente si trova in una condizione di vulnerabilità emotiva o teme le conseguenze di una terapia sulla propria vita quotidiana.

Un sistema di intelligenza artificiale può essere utile per comprendere il significato di una diagnosi, approfondire informazioni su un medicinale o preparare domande da rivolgere allo specialista.

Diverso è il caso in cui venga utilizzato per stabilire autonomamente dosaggi, modificare prescrizioni o interrompere trattamenti.

In queste situazioni, l'assenza di una valutazione clinica diretta può trasformare un suggerimento apparentemente convincente in una scelta potenzialmente pericolosa.

Intelligenza artificiale e sanità, la necessità di maggiori garanzie

La vicenda pone anche una questione più ampia per i sistemi sanitari e per le aziende che sviluppano strumenti di intelligenza artificiale.

La crescente diffusione dei chatbot rende sempre più probabile che i cittadini li utilizzino per cercare informazioni sui propri sintomi, interpretare referti e confrontare trattamenti.

Queste applicazioni possono offrire vantaggi concreti, soprattutto nella comprensione di informazioni mediche complesse.

Ma richiedono protezioni affidabili quando una conversazione riguarda decisioni ad alto rischio.

Tra le priorità figurano la capacità di riconoscere sintomi potenzialmente urgenti, evitare indicazioni terapeutiche personalizzate non supervisionate e incoraggiare il confronto con i professionisti sanitari.

Un altro aspetto riguarda la formazione dei cittadini: comprendere i limiti degli strumenti digitali è essenziale per utilizzarli in modo consapevole.

Anche per il Servizio sanitario nazionale italiano, l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei percorsi di informazione e assistenza dovrà accompagnarsi a regole chiare e a una distinzione netta tra supporto informativo e decisione clinica.

La fiducia non può sostituire la supervisione medica

La storia di Bowen Wan mette in evidenza una delle sfide più importanti nell'evoluzione dell'intelligenza artificiale applicata alla salute.

Non è sufficiente che un sistema sia capace di spiegare una malattia o descrivere il funzionamento di un farmaco. Deve anche riconoscere i limiti del proprio ruolo, soprattutto quando una risposta potrebbe influenzare direttamente la sicurezza di una persona.

La fiducia costruita attraverso conversazioni frequenti non equivale a un rapporto medico-paziente, né può sostituire una valutazione specialistica.

La vicenda giudiziaria chiarirà se e in quale misura le risposte fornite dal chatbot abbiano contribuito agli eventi che hanno preceduto la morte della giovane.

Resta intanto un principio fondamentale: le terapie prescritte, in particolare quelle per patologie neurologiche come l'epilessia, non devono essere modificate o sospese senza il coinvolgimento del medico curante.

Il futuro dell'intelligenza artificiale in medicina dipenderà anche dalla sua capacità di fornire informazioni utili senza oltrepassare il confine che separa l'assistenza digitale dalla responsabilità clinica.

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