Medio Oriente: la guerra che nessuno può permettersi di vincere. La reazione di un imprenditore italiano di Abu Dhabi

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Medio Oriente: la guerra che nessuno può permettersi di vincere. La reazione di un imprenditore italiano di Abu Dhabi

Medio Oriente: la guerra che nessuno può permettersi di vincere. La reazione di un imprenditore italiano di Abu Dhabi

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di Matteo Colombo

Chi scrive vive e lavora nel Golfo da oltre vent'anni, in un contesto industriale che attraversa ogni giorno le tensioni di quest'area. Non da osservatore distante, ma da chi conosce il territorio, le sue fragilità e il peso che ogni scelta geopolitica produce sull'economia reale. Bastano ventiquattr'ore per far precipitare il greggio da 120 a 88 dollari al barile. Bastano le parole di un presidente per far rimbalzare Piazza Affari di quasi tre punti percentuali. Donald Trump annuncia che il conflitto è prossimo alla fine, ma Teheran risponde senza esitazione: dopo quanto accaduto, nessuna trattativa è più possibile con Washington. Due narrazioni inconciliabili che si scontrano in tempo reale, mentre i mercati — più onesti di qualsiasi dichiarazione ufficiale — continuano a elaborare segnali che pochi sanno davvero leggere.

Come imprenditore, con oltre vent'anni di esperienza nel tessuto economico mediorientale, propongo una chiave di lettura che parte proprio dai numeri. Se gli operatori finanziari più informati stessero davvero prezzando una guerra lunga e sistemica non assisteremmo a correzioni nell'ordine di pochi punti percentuali. Vedremmo crolli del cinquanta per cento e petrolio ben oltre quota 150. Il fatto che questo non stia accadendo lascia intendere che, nei corridoi che contano, qualcuno stia già lavorando a una exit strategy americana, silenziosa e non ufficializzabile.

Sul terreno, i vincoli sono concreti. Le scorte di munizioni degli Stati Uniti, già alleggerite dall'impegno in Ucraina, non reggerebbero un conflitto prolungato: secondo stime indipendenti, alcune settimane di operazioni intensive potrebbero portare gli arsenali a livelli critici. E Washington non può permettersi di esaurire le proprie capacità militari mentre l'Indo-Pacifico resta il vero epicentro della rivalità strategica globale. Sacrificare le relazioni con Riyadh e Abu Dhabi sull'altare di un'avventura mediorientale dai contorni incerti ha tutta l'aria di un errore che si pagherà a lungo.

La diplomazia, nel frattempo, racconta la propria storia attraverso gesti che valgono più delle parole. È Trump a telefonare a Putin, non il contrario. È Trump a volare a Pechino per incontrare Xi Jinping, non certamente quest’ultimo a fare il percorso inverso. In politica internazionale, chi si muove ha generalmente più bisogno di chi lo riceve. Un presidente che aveva fatto dell'America First il proprio manifesto si ritrova oggi a bussare alle porte dei suoi rivali storici in cerca di una via d'uscita praticabile.

Le pressioni non arrivano soltanto dai palazzi del potere. La Cina ha scelto lo strumento finanziario come forma di segnalazione politica, congelando linee di credito e cedendo titoli di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Saudi Aramco. Nel Golfo, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita meditano sul prosieguo di alcuni contratti miliardari recentemente sottoscritti con Washington, voluti e cercati proprio dall'amministrazione Trump. E dall'interno del sistema finanziario occidentale, BlackRock e Blackstone hanno introdotto limitazioni sui riscatti nei fondi di private credit, un indicatore sottile ma significativo di tensione strutturale. Quando i grandi gestori patrimoniali iniziano a muoversi in questa direzione, il messaggio che arriva alla Casa Bianca è inequivocabile: il costo economico di una guerra che si prolunga supera rapidamente qualsiasi calcolo politico di breve termine. La guerra deve finire, punto.

Il nodo israeliano rimane il più difficile da sciogliere. Netanyahu ha costruito decenni di potere attorno alla logica del conflitto permanente, e un accordo che metta fine alle ostilità lo esporrebbe a una resa dei conti interna che ha fin qui saputo rimandare. Eppure, senza il supporto americano, Israele non dispone della capacità autonoma di confrontarsi con un paese grande quattro volte l'Italia e dotato di novantadue milioni di abitanti. L'ipotesi atomica che circola nei ragionamenti degli analisti, va considerata più un deterrente che un'opzione reale: anche Teheran, in fondo, ha tutto l'interesse a negoziare garanzie durature piuttosto che spingere verso uno scenario di mutua distruzione.

Le settimane che separano dall'incontro di Pechino diranno molto sulla direzione che il mondo ha scelto di prendere. I mercati, come sempre, avranno già risposto prima che qualcuno lo annunci ufficialmente.

Eppure, mentre diplomatici e analisti scrutano i segnali, chi ha esperienza diretta di quest'area sa che il Golfo non si ferma. Si trasforma. Le tensioni geopolitiche hanno sempre ridisegnato le priorità industriali della regione senza mai spegnerle, spostando capitali, accelerando alcuni progetti e aprendo spazi dove altri si ritraggono. In ogni fase di instabilità, accanto a chi subisce gli eventi c'è invariabilmente chi li legge in anticipo e si muove di conseguenza. In momenti di crisi, c'è chi piange e chi fabbrica fazzoletti. Non è cinismo, è la logica di chi ha scelto di costruire qualcosa di duraturo in un'area che il mondo intero considera troppo complicata per capirla davvero.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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