Messi saluta l’Argentina: l’ultima notte del Diez tra lacrime, gol e 85 mila «gracias»

di

Carlo Longo

Dal viaggio verso il Monumental all’omaggio di Rosario, fino al rigore segnato contro il Benin: Lionel Messi chiude la sua storia con l’Albiceleste davanti a un Paese intero

Messi saluta l’Argentina: l’ultima notte del Diez tra lacrime, gol e 85 mila «gracias»

Lionel Messi si asciuga le lacrime prima ancora di arrivare al Monumental. Seduto sul pullman della nazionale durante il tragitto da Ezeiza allo stadio, guarda attraverso il finestrino le persone raccolte lungo la strada, tra bandiere, telefoni alzati, applausi e cori. Il capitano risponde salutando con una mano, mentre prova a contenere l’emozione di una giornata diversa da tutte le altre. L’ultima partita con l’Argentina deve ancora cominciare, ma il lungo congedo dal suo pubblico è già iniziato.

Alle sue spalle resta il centro sportivo della nazionale che oggi porta il suo nome, mentre davanti lo attende uno stadio riempito da oltre 85 mila persone. Sono arrivate non soltanto per assistere a una partita, ma soprattutto per salutare il calciatore che ha riportato l’Argentina sul tetto del mondo dopo l’epoca di Diego Maradona.

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Buenos Aires prepara l’addio come una grande festa popolare. Secondo La Nación, già due ore prima del calcio d’inizio circa l’80% dei posti del Monumental era occupato. Cumbia e cuarteto accompagnano l’attesa, mentre sulle tribune compaiono le bandiere dei quartieri, le maglie numero 10 e i cori diventati la colonna sonora della nazionale negli ultimi anni.

Quando comincia la partita, il risultato passa inevitabilmente in secondo piano, anche se Messi riesce a lasciare il segno fino all’ultimo. Argentina-Benin termina 3-0: il capitano serve gli assist per Nicolás Otamendi e Nico Paz, quindi trasforma un calcio di rigore, regalando al pubblico un’ultima rete con la maglia albiceleste.

Anche i protagonisti che lo accompagnano nel tabellino assumono un significato particolare. Otamendi è a sua volta all’ultima presenza con la nazionale, mentre Paz appartiene alla generazione chiamata a raccogliere l’eredità dei campioni del mondo. Al decimo minuto il gioco viene inoltre interrotto da un’ovazione che dura quasi due minuti, con tutto il Monumental in piedi per rendere omaggio al suo numero 10.

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Per l’ultima apparizione del capitano, Adidas prepara una divisa speciale. Il tradizionale logo dell’azienda lascia spazio alla “M” stilizzata che identifica Messi e il simbolo viene indossato dall’intera squadra, accanto allo stemma della nazionale. Il disegno richiama la bandiera argentina, con il Sol de Mayo e alcuni dettagli dorati a completare una maglia pensata appositamente per la serata.

Nelle ore precedenti alla partita era stato diffuso anche un video dedicato al congedo. Messi spiegava di lasciare la nazionale in pace con se stesso e con la consapevolezza di aver dato tutto, prima di appendere la maglia a una gruccia e allontanarsi dall’inquadratura. Un’immagine costruita intorno all’idea della conclusione di un percorso che, nella realtà, è stato molto più tormentato di quanto suggerisca l’affetto incondizionato mostrato oggi dagli argentini.

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Il rapporto tra Messi e il suo Paese non è sempre stato quello celebrato nell’ultima notte del Monumental. Per molti anni il fuoriclasse cresciuto calcisticamente a Barcellona è stato confrontato continuamente con Maradona, incarnazione quasi irripetibile dell’eroe popolare argentino, e proprio quella comparazione ha contribuito ad alimentare critiche e incomprensioni.

A Messi veniva rimproverato di essere troppo silenzioso, poco trascinante e incapace di mostrare con la nazionale la stessa personalità esibita con il Barcellona. L’espressione pecho frío, “petto freddo”, diventò uno degli attacchi più frequenti, trasformando il suo carattere riservato in un difetto. Le vittorie accumulate con il club catalano rendevano ancora più pesanti le sconfitte con l’Albiceleste e, soprattutto, le finali perse.

Il momento più difficile arrivò nel giugno del 2016, quando l’Argentina venne battuta dal Cile nella finale della Copa América. Messi, profondamente deluso, annunciò l’intenzione di lasciare la nazionale. Fu proprio davanti alla prospettiva concreta di perderlo che una parte del Paese mostrò apertamente un affetto rimasto fino a quel momento nascosto dietro le critiche.

A Buenos Aires comparve ovunque l’appello «No te vayas, Lio», ripreso sui social, nelle strade e persino sui pannelli informativi della metropolitana. Circolarono immagini di bambini in lacrime che gli chiedevano di cambiare idea e il messaggio arrivò fino al capitano, che decise successivamente di tornare a vestire la maglia argentina.

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Anche il Monumental conserva una parte fondamentale della riconciliazione tra Messi e l’Argentina. Nel settembre 2021 il capitano segnò una tripletta contro la Bolivia e poté finalmente mostrare davanti al proprio pubblico la Copa América conquistata pochi mesi prima in Brasile, il suo primo grande trofeo con la nazionale maggiore.

L’emozione fu particolarmente intensa perché, dieci anni prima, nello stesso impianto e proprio contro la Bolivia, l’Argentina era uscita dal campo tra i fischi dopo un pareggio. Tornare in quello stadio da campione significava quindi chiudere simbolicamente una delle ferite più profonde del suo percorso in nazionale.

La definitiva consacrazione arrivò poi con il Mondiale del Qatar del 2022. La conquista della Coppa del Mondo cambiò per sempre la percezione della sua storia con l’Albiceleste e permise di rileggere sotto un’altra luce le finali perse, le critiche, l’addio annunciato nel 2016 e la successiva decisione di tornare.

Messi conclude la sua esperienza con l’Argentina con 208 presenze e 126 gol, oltre a un Mondiale e due Coppe América. Sono numeri sufficienti a descrivere la dimensione sportiva della sua carriera, ma non spiegano completamente il significato di un addio arrivato dopo anni nei quali il rapporto con il proprio Paese è passato dalla diffidenza alla venerazione.

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Nelle stesse ore dell’addio di Messi è tornato protagonista anche Cristiano Ronaldo, l’altro fuoriclasse con il quale l’argentino ha condiviso per circa vent’anni il centro della scena calcistica mondiale. Il portoghese sta però attraversando un momento completamente diverso e, in un lungo comunicato, ha affrontato pubblicamente il conflitto con il commissario tecnico Jorge Jesus, contestando la gestione del proprio impiego e ribadendo la disponibilità a tornare in nazionale.

La coincidenza restituisce un’immagine significativa delle due carriere. Messi accetta la conclusione del proprio percorso con l’Argentina dopo aver conquistato tutti i principali trofei disponibili, mentre Ronaldo continua a rivendicare uno spazio nel Portogallo. Due giocatori legati per un’intera epoca dallo stesso confronto arrivano così a una fase decisiva delle rispettive storie percorrendo strade differenti.

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Anche Rosario partecipa al saluto. Nella città natale di Messi viene esposta una gigantesca maglia numero 10 accompagnata dalla scritta «Gracias», mentre a Buenos Aires alcuni monumenti si illuminano di bianco e celeste. Dopo la partita, sopra il Monumental compaiono i droni e Soledad Pastorutti interpreta Brindis, completando una cerimonia costruita per celebrare il capitano.

Quando arriva il momento di parlare al pubblico, Messi dedica un pensiero anche al padre recentemente scomparso, facendo entrare nel grande omaggio collettivo un dolore strettamente personale. È uno dei momenti più intensi di una serata nella quale la celebrazione sportiva si mescola continuamente ai ricordi familiari e a quelli di una carriera durata due decenni.

È passata la mezzanotte quando Messi lascia il Monumental. Nel parcheggio saluta la madre Celia, i fratelli e le persone rimaste ad aspettarlo, concede fotografie e firma alcuni autografi. Davanti ai giornalisti passa sorridendo senza aggiungere altre dichiarazioni, prima di salire su un’auto bianca e lasciare lo stadio.

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