Forte diminuzione degli sbarchi di migranti sulle coste italiane nel 2026. Secondo i dati riportati, dall’inizio dell’anno gli arrivi via mare sono stati 19.148, contro i 42.136 registrati nello stesso periodo del 2025: una flessione superiore al 50% che conferma il calo osservato negli ultimi anni.
Il dato segna una netta inversione rispetto all’inizio dell’attuale legislatura. Nel primo anno del governo guidato da Giorgia Meloni erano infatti arrivati in Italia via mare 157.651 migranti. Nel 2024 gli sbarchi erano poi diminuiti, attestandosi intorno alle 66 mila unità, un livello sostanzialmente confermato anche nel 2025.
La riduzione viene collegata nell’articolo a una serie di iniziative adottate dal governo italiano, a partire dal rafforzamento della cooperazione con i principali Paesi nordafricani di partenza e transito delle rotte del Mediterraneo centrale.
Particolare importanza viene attribuita ai rapporti con Libia e Tunisia, dove Roma ha puntato su accordi e interlocuzioni con le autorità locali per contrastare le partenze irregolari e le reti dei trafficanti. In questa strategia si inserisce anche il coinvolgimento dell’Unione europea, chiamata negli ultimi anni a rafforzare la dimensione esterna delle proprie politiche migratorie.
Secondo la ricostruzione proposta, un ruolo sarebbe stato svolto anche dalle attività dell’intelligence italiana in Libia, sia in Tripolitania sia in Cirenaica.
Parallelamente sono aumentati i rimpatri. Fino ad agosto ne vengono indicati 5.649, considerando le diverse forme di ritorno. Il numero resta limitato rispetto alle dimensioni complessive del fenomeno migratorio, ma rappresenta un altro elemento sul quale il governo punta per rafforzare la gestione degli ingressi irregolari.
Un ulteriore tassello della strategia italiana è rappresentato dalle norme che disciplinano le attività delle organizzazioni non governative impegnate nei soccorsi nel Mediterraneo. Le disposizioni introdotte durante l’attuale governo hanno stabilito nuovi obblighi per le navi delle Ong, compresa la necessità di dirigersi verso il porto assegnato dalle autorità italiane dopo le operazioni di salvataggio previste dalle norme. Le misure sono state fortemente contestate da diverse organizzazioni umanitarie.
Al di là della diminuzione degli sbarchi, il cambiamento più rilevante sul piano politico riguarda però l’evoluzione del dibattito europeo sull’immigrazione.
Negli ultimi anni Bruxelles ha progressivamente spostato l’attenzione verso un maggiore controllo delle frontiere esterne, procedure più rapide per l’esame delle richieste di protezione internazionale e una maggiore efficacia dei rimpatri delle persone che non hanno diritto a rimanere nell’Unione.
In questo quadro rientrano il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e il confronto sulla definizione dei cosiddetti “Paesi sicuri”, destinato ad avere conseguenze sulle procedure applicate alle domande di protezione presentate da cittadini provenienti da determinati Stati.
Si è aperto inoltre un dibattito sui cosiddetti “return hub”, strutture collocate al di fuori del territorio dell’Unione nelle quali potrebbero essere trasferite, a determinate condizioni e nel rispetto delle garanzie previste dal diritto europeo e internazionale, persone destinatarie di un provvedimento di rimpatrio.
L’Italia ha sostenuto con forza negli ultimi anni un approccio che affianchi al controllo delle frontiere una più stretta collaborazione con i Paesi di origine e transito. Alcuni elementi di questa impostazione hanno trovato progressivamente maggiore spazio anche nell’agenda europea.
Il calo registrato nel 2026 rappresenta quindi un risultato significativo sul piano numerico. Resta da verificare se la tendenza potrà consolidarsi nel tempo, considerando che l’andamento delle rotte migratorie dipende da numerosi fattori: dalle condizioni politiche ed economiche dei Paesi di origine alla stabilità del Nord Africa, fino alle attività delle reti criminali e alle condizioni meteorologiche nel Mediterraneo.
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