Nidal Shoukeir, Emirati Arabi Uniti… Terra della speranza e soglia del futuro  

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Redazione

In un momento in cui la regione e il mondo vivono le conseguenze di conflitti e crisi successive, gli Emirati, pur trovandosi nel cuore di una regione attraversata da profonde turbolenze, sembrano mantenere un ritmo di vita diverso. Chi visita gli Emirati può vedere e percepire un livello di attività straordinario e un’energia evidente

Nidal Shoukeir, Emirati Arabi Uniti… Terra della speranza e soglia del futuro  

 di  Nidal Shoukeir, Professore di Comunicazioni Strategiche e Relazioni Governative 

In un mondo in cui le crisi si susseguono a una velocità superiore a quella con cui le mappe delle previsioni riescono a seguirle, la stabilità degli Stati non si misura più soltanto dalla loro capacità di superare la tempesta. Si misura anche dalla capacità di mantenere la vita in movimento durante la tempesta, di preservare il ritmo della quotidianità e di mantenere nelle persone la capacità di guardare al domani con fiducia.  In questo contesto, gli Emirati Arabi Uniti rappresentano un’esperienza che merita di essere osservata e approfondita. In un momento in cui la regione e il mondo vivono le conseguenze di conflitti e crisi successive, gli Emirati, pur trovandosi nel cuore di una regione attraversata da profonde turbolenze, sembrano mantenere un ritmo di vita diverso.  Chi visita gli Emirati può vedere e percepire un livello di attività straordinario e un’energia evidente, che lo porta, in larga misura, lontano dall’atmosfera delle crisi che hanno gettato una pesante ombra sulla vita in molte parti della regione.  Sono stato negli Emirati nelle ultime due settimane e ciò che ho vissuto direttamente è stato significativo: città vive e dinamiche, eventi che si susseguono, progetti che avanzano, istituzioni al lavoro e attività culturali, mediatiche ed economiche che non si concentrano soltanto sul presente, ma lasciano uno spazio ben definito al futuro nella riflessione e nella pianificazione.  In sole due settimane ho partecipato personalmente a più di dieci eventi tra Abu Dhabi e Dubai. Ho iniziato ad Abu Dhabi con l’Hili Strategic Forum, seguito dalla Fiera Internazionale del Libro di Abu Dhabi. Mi sono poi trasferito a Dubai, dove ho vissuto da vicino l’atmosfera dell’Arab Media Summit, ricca di eventi e iniziative. Sono quindi tornato ad Abu Dhabi per concludere la mia visita partecipando a un appuntamento culturale e strategico: il Congresso delle Industrie Creative e della Lingua Araba.  Devo dire che ciò che mi ha colpito di questa esperienza non è stato soltanto il numero o la varietà degli eventi, né la dimensione del pubblico o il profilo dei relatori. Ciò che mi ha colpito maggiormente è stato ciò che accadeva dietro le quinte: una chiara determinazione a mantenere la vita in movimento e a fare in modo che il futuro resti presente nel pensiero e nell’azione, anche nelle circostanze più difficili.  E, a dire il vero, la stessa sensazione e la stessa passione mi hanno accompagnato tra Abu Dhabi, Dubai e gli altri Emirati della federazione. Di fronte a me sono emerse tre realtà fondamentali:  

Link to Primo: la determinazione a proteggere uno stile di vita  Primo: la determinazione a proteggere uno stile di vita  

La prima cosa che colpisce è la determinazione a preservare lo stile di vita che il Paese ha costruito per sé e a proseguire lungo un percorso che possiamo definire il «sogno emiratino».  Non sembra trattarsi semplicemente di una risposta contingente, ma di una cultura del lavoro e della vita che si manifesta nei dettagli quotidiani, nel modo in cui operano le istituzioni e nella capacità dei team di continuare a realizzare quanto pianificato, anche quando le circostanze intorno a loro cambiano.  Chi osserva i team che lavorano dietro i grandi eventi di Dubai e Abu Dhabi, e vede il livello di coordinamento, disciplina e impegno necessario per mantenere la vita nel suo corso, comprende che si tratta di qualcosa che va oltre l’organizzazione di un evento o di una conferenza.  In sostanza, è una cultura della vita, del lavoro e della continuità.  La crisi non significa chiudere le porte, sospendere l’ambizione o rinviare il futuro a una data indefinita. Al contrario, mantenere il normale ritmo della vita diventa, in tempi di turbolenza, un atto carico di significato.  Questo mi ricorda la visione della speranza del pensatore e presidente ceco Václav Havel, secondo il quale la speranza non è una previsione del futuro, ma «un orientamento dello spirito, un orientamento del cuore».  La speranza, in questo senso, non è la promessa che le cose andranno necessariamente come desideriamo, né la negazione della difficoltà della realtà. È la capacità di continuare a lavorare per qualcosa che riteniamo degno di essere realizzato, anche quando il risultato non è garantito.  È qui che la speranza diventa un concetto strategico, e non semplicemente un sentimento passeggero. Quando le attività, i progetti e gli eventi continuano, e quando le persone rimangono capaci di proseguire nella propria vita quotidiana e nelle proprie ambizioni, la gestione della crisi non si limita a contenerne gli effetti, ma si estende alla protezione della capacità di continuare a guardare avanti.  

Link to Secondo: la fiducia nel domani comincia dalla sua pianificazione  Secondo: la fiducia nel domani comincia dalla sua pianificazione  

Il secondo elemento che mi ha colpito, e forse uno dei più significativi, è che non ho visto in questi eventi una concentrazione esclusiva sul presente. Ho visto una fiducia concreta nel domani.  Mentre passavo da un evento all’altro, il racconto non terminava con la conclusione dell’evento. Dietro le quinte si parlava delle prossime edizioni, di nuove idee in fase di sviluppo, di date da definire e di team già impegnati a pianificare ciò che sarebbe arrivato nei mesi successivi, forse persino l’anno seguente.  
È qui che emerge un significato che non è sempre immediatamente visibile al visitatore.  Quando un team comincia a preparare l’edizione dell’anno successivo mentre è ancora immerso nei dettagli dell’evento di oggi, significa che considera il domani come un appuntamento per il quale prepararsi, e non come una semplice possibilità sconosciuta.  Non si tratta soltanto di un calendario di eventi. È fiducia concreta nel futuro.  Chi pianifica una nuova edizione di una conferenza o di un forum mentre è ancora nel pieno dell’edizione attuale manda un messaggio molto concreto: la vita continuerà, le idee si rinnoveranno, il pubblico tornerà e ci sarà un nuovo spazio da riempire fin da ora.  Questo tipo di fiducia non ha bisogno di molti slogan. Si manifesta nei piccoli dettagli che il visitatore può cogliere dietro le quinte.  A questo proposito, mi tornano in mente le parole del fisico e premio Nobel Dennis Gabor:  «Il futuro non può essere previsto, ma i futuri possono essere inventati.»   La frase è tratta dal suo libro Inventing the Future, pubblicato nel 1963, nel quale Gabor sviluppava l’idea che il futuro non sia semplicemente qualcosa che prevediamo, ma uno spazio nel quale l’essere umano può contribuire a plasmare ciò che verrà.  La differenza tra aspettare il futuro e costruirlo potrebbe risiedere proprio in questi dettagli: iniziare a lavorare sul domani prima che arrivi e considerarlo uno spazio aperto che può essere sviluppato, anziché una semplice conseguenza di ciò che accade oggi.  Questo è esattamente ciò che ho visto negli Emirati: Un evento finisce, ma la preparazione per quello successivo è già iniziata; una stagione si conclude, mentre si comincia già a pensare alla prossima.  Forse questo è uno dei segnali più chiari che la fiducia nel domani non è un’idea astratta, ma una pratica quotidiana. Chi pianifica la prossima edizione mentre sta ancora vivendo i dettagli di quella attuale non si limita ad aspettare il futuro; comincia già a preparare il luogo in cui il futuro arriverà.  

Link to Terzo: quella dose di speranza che si vede senza bisogno che qualcuno te la descrivaTerzo: quella dose di speranza che si vede senza bisogno che qualcuno te la descriva

Il terzo elemento, e forse quello più forte sul piano umano, è quella dose di speranza che si riceve negli Emirati senza che nessuno ti chieda di sentirla.  Nessuno ti dice che le circostanze siano facili, e nessuno può vivere completamente al di fuori del contesto di un mondo attraversato da profonde turbolenze. Eppure ciò che hai davanti è diverso: la vita continua, le città sono vive, gli eventi sono affollati, le istituzioni lavorano, i team si preparano a ciò che verrà e le persone parlano di progetti, date, nuove edizioni e nuove idee.  Ci si rende conto allora che la speranza può essere qualcosa che si costruisce nei dettagli della vita quotidiana.  E qui torno ancora una volta alle parole di Havel: la speranza non è una previsione del futuro, ma un orientamento verso di esso.  Forse è per questo che ciò che più mi è rimasto di questa visita non è stata una conferenza particolare, né una sessione specifica, né un numero legato agli eventi ai quali ho partecipato.  Ciò che mi è rimasto è quella sensazione silenziosa che la vita continua.  Le persone lavorano.  Le istituzioni pianificano.  Gli eventi si svolgono oggi, mentre si preparano già le loro prossime edizioni.  E, in mezzo a tutto ciò che accade intorno agli Emirati, c’è ancora chi continua a guardare avanti.  Forse questo è il significato più profondo della «speranza»: non significa che il mondo sia diventato privo di crisi, ma che le crisi non sono riuscite a sottrarre all’essere umano la capacità di vivere, lavorare e sognare.  E quando ho lasciato gli Emirati, non ho pensato molto al numero degli eventi ai quali avevo partecipato. Ho pensato piuttosto a quella scena ricorrente che avevo visto in più luoghi: persone impegnate a lavorare su ciò che verrà, mentre il mondo intorno a loro è concentrato su ciò che sta accadendo adesso.  E così, forse definire gli Emirati «terra della speranza e soglia del futuro» non è soltanto un titolo poetico, ma la descrizione di una scena che ho visto con i miei occhi.  Sono una terra della speranza perché, quando ci si trova lì, si vede la vita continuare, il lavoro continuare, l’ambizione rimanere viva e le persone capaci di guardare al domani senza sentire che il presente abbia sottratto loro quel domani.  E sono una soglia del futuro perché non si vede il futuro come una data lontana. Lo si vede nelle riunioni, nei programmi degli eventi futuri, nei nuovi progetti e nelle idee alle quali si lavora prima ancora che i progetti di oggi siano conclusi.  Forse l’immagine più bella che ha sintetizzato per me tutta questa esperienza è quella che si ripete dietro ogni grande evento:  Mentre le persone sono concentrate su ciò che accade oggi sul palcoscenico, da qualche altra parte c’è già qualcuno che si prepara a ciò che accadrà domani.   E così, in un mondo in cui si parla tanto di crisi, rimangono Paesi che scelgono di parlare, attraverso i fatti e non soltanto attraverso le parole, della vita e di ciò che viene dopo.  
Negli Emirati, mi è apparso chiaro che il futuro non è qualcosa che stanno aspettando.  Stanno lavorando per costruirlo…

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