La scomparsa di Pietro Rescigno, tra i più autorevoli civilisti italiani e accademico dei Lincei, lascia un segno che va oltre gli studi strettamente giuridici. A ricordarne il profilo è Alberto Gambino in un articolo pubblicato su Avvenire, che mette in luce soprattutto un aspetto della sua lunga attività: la capacità di interrogare il diritto partendo dalla persona e dalla sua dignità.
Rescigno ha dedicato una parte importante della propria riflessione ai rapporti umani e sociali, contribuendo all'elaborazione giuridica sui corpi intermedi e sull'abuso del diritto. Ma è nell'incontro con la bioetica che questa attenzione alla persona emerge con particolare evidenza.
Negli anni Novanta il giurista partecipò infatti ai lavori del Comitato Nazionale per la Bioetica, attraversandone quattro diverse presidenze: quelle di Adriano Bompiani, Adriano Ossicini, Francesco D'Agostino e Giovanni Berlinguer. Un'esperienza che lo portò a confrontarsi con medici, filosofi e scienziati su questioni nelle quali diritto, medicina, innovazione tecnologica e concezioni differenti della persona inevitabilmente si incontrano.
Nel ricordo proposto da Gambino emerge così il valore di un metodo fondato sulla riflessione e sulla misura. Di fronte alle possibilità aperte dalla scienza e dalla tecnica, il compito del giurista non consiste semplicemente nel tradurre ogni novità in una nuova regola. Prima ancora occorre interrogarsi sui beni coinvolti, sui limiti e sulle conseguenze per la persona.
È questo uno degli aspetti che rendono ancora attuale l'eredità culturale di Rescigno. Questioni come il consenso del paziente, la tutela del corpo, la generazione e la vulnerabilità mostrano infatti quanto sia necessario evitare che la dimensione umana venga oscurata dalla sola efficienza tecnica o procedurale.
Nel ritratto pubblicato da Avvenire, il civilista e il bioeticista finiscono dunque per essere due espressioni della stessa concezione del diritto: una cultura giuridica nella quale la libertà incontra la responsabilità e nella quale il limite non rappresenta necessariamente un ostacolo al progresso, ma può diventare una forma di tutela della dignità.
La morte di Pietro Rescigno consegna quindi alla cultura giuridica italiana un'eredità che continua a interrogare il presente: mantenere la persona al centro anche quando l'evoluzione scientifica e tecnologica rende più complesso stabilire il confine tra ciò che è possibile fare e ciò che è giusto fare.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati