Trump ricorda l’11 settembre: «Non dimenticheremo mai». Poi avverte l’Iran: «Non avrà mai l’arma nucleare»

di

Mario Tosetti

Donald Trump al Pentagono per i 25 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001. Il presidente ricorda le vittime e lega la lotta al terrorismo alla guerra contro l’Iran: «Non avrà mai un’arma nucleare»

Trump ricorda l’11 settembre: «Non dimenticheremo mai». Poi avverte l’Iran: «Non avrà mai l’arma nucleare»

«Non dimenticheremo mai». Venticinque anni dopo gli attentati che cambiarono gli Stati Uniti e il mondo, Donald Trump sceglie il Pentagono per commemorare le vittime dell’11 settembre 2001 e trasforma il ricordo di quella giornata anche in un messaggio sulla politica estera americana di oggi.

Accanto alla first lady Melania Trump e ai vertici militari, il presidente ha partecipato alla cerimonia nel luogo in cui, alle 9.37 di quella mattina di 25 anni fa, il volo American Airlines 77 si schiantò contro l'edificio del Dipartimento della Difesa.

Al Pentagono morirono 184 persone. I loro nomi sono stati letti uno dopo l'altro durante la commemorazione, accompagnati dal suono di una campana.

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Trump ha ricordato alcune delle storie personali delle vittime, ma nel suo intervento ha costruito anche un collegamento diretto tra l'America dell'11 settembre 2001 e quella impegnata oggi in un nuovo conflitto in Medio Oriente.

«Non dimenticheremo mai», ha assicurato il presidente. E poi il passaggio che dà al discorso un significato fortemente politico: «È per questo che combattiamo oggi. Non abbiamo scelta».

Il riferimento è alla lotta contro il terrorismo, ma anche alla guerra contro l'Iran, entrata esplicitamente nella commemorazione del venticinquesimo anniversario.

Trump ha rivolto un saluto ai militari americani attualmente impegnati nelle operazioni e ha ribadito uno degli obiettivi fondamentali della sua amministrazione: impedire alla Repubblica islamica di dotarsi dell'arma atomica.

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È stato questo uno dei passaggi più significativi dell'intervento.

Trump ha definito nuovamente l'Iran il principale Stato sponsor del terrorismo e ha assicurato che gli Stati Uniti impediranno a Teheran di raggiungere la capacità nucleare militare.

Il presidente ha reso omaggio ai militari che, proprio in queste ore, stanno combattendo per assicurare che la Repubblica islamica «non abbia mai, mai un'arma nucleare».

Il riferimento alla guerra ha inevitabilmente spostato una parte dell'attenzione dalla commemorazione del 2001 all'attuale strategia americana in Medio Oriente.

Trump presenta infatti il conflitto contro Teheran come parte di una battaglia più ampia contro il terrorismo e le minacce alla sicurezza degli Stati Uniti.

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Il collegamento è politicamente delicato.

Gli attentati dell'11 settembre furono organizzati da al-Qaeda, guidata da Osama bin Laden, e non dall'Iran. Trump non ha attribuito a Teheran la responsabilità degli attacchi del 2001, ma ha utilizzato la ricorrenza per inserire l'attuale guerra nella più ampia promessa americana di combattere il terrorismo e proteggere il Paese dalle minacce esterne.

È una distinzione fondamentale.

Il presidente ha costruito il proprio discorso sul concetto di continuità della difesa nazionale: l'America colpita nel 2001 avrebbe reagito allora e continuerebbe oggi a utilizzare la propria forza per impedire che nuove minacce possano raggiungere il territorio statunitense.

La guerra con l'Iran entra così anche nella narrazione politica dell'11 settembre.

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Una parte importante del discorso è stata però dedicata all'unità nazionale che seguì gli attentati.

Trump ha ricordato come nei giorni successivi agli attacchi gli americani riuscirono a mettere da parte molte delle proprie divisioni.

«In quei giorni strazianti dopo gli attacchi, vedemmo l'autentico spirito della nostra nazione», ha detto il presidente.

È uno dei temi tradizionalmente centrali nelle commemorazioni dell'11 settembre: non soltanto la tragedia e le vittime, ma anche la reazione di vigili del fuoco, poliziotti, soccorritori e semplici cittadini.

Trump ha insistito proprio sulla capacità degli Stati Uniti di reagire anche nei momenti più drammatici.

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Nella conclusione del suo intervento, il presidente ha contrapposto la violenza degli attentatori alla capacità di resistenza degli Stati Uniti.

L'11 settembre, ha affermato, mostrò il «terribile potere dell'odio», mentre i venticinque anni trascorsi da allora avrebbero dimostrato una forza ancora maggiore: quella dello spirito americano di resistere e prevalere.

Trump ha quindi assicurato che gli Stati Uniti sono oggi più forti e continueranno a difendere il Paese e le sue libertà per le generazioni future.

Un messaggio costruito contemporaneamente sul ricordo e sulla forza militare, con il quale il presidente ha cercato di collegare la memoria del più grave attentato terroristico nella storia americana alle sfide geopolitiche del presente.

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L'11 settembre 2001 morirono 2.977 persone, oltre ai 19 dirottatori.

Due aerei colpirono le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, un terzo si schiantò contro il Pentagono e un quarto, il volo United 93, precipitò nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania, dopo la ribellione dei passeggeri.

Gli attentati modificarono radicalmente la politica estera e di sicurezza degli Stati Uniti, aprendo una stagione di guerre, operazioni antiterrorismo e nuove misure di sicurezza interna le cui conseguenze continuano a essere discusse ancora oggi.

A venticinque anni di distanza, il bilancio umano continua inoltre a crescere a causa delle malattie associate all'esposizione alle sostanze tossiche sprigionate dal crollo delle Torri.

Proprio per questo, durante la commemorazione di New York è stato osservato per la prima volta un settimo momento di silenzio, dedicato alle migliaia di persone morte negli anni successivi per patologie legate all'11 settembre.

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Trump non ha partecipato alla grande commemorazione di Ground Zero.

A rappresentare l'amministrazione a New York è stato il vicepresidente JD Vance, insieme alle famiglie delle vittime. Alla cerimonia hanno partecipato anche i quattro ex presidenti americani viventi: Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden.

La scelta del presidente di commemorare l'anniversario al Pentagono era stata definita già nelle settimane precedenti.

Al Memorial di New York dal 2012 i politici non tengono discorsi: la cerimonia è volutamente costruita intorno alle vittime e ai loro familiari. Secondo quanto riportato nelle scorse settimane, Trump avrebbe invece voluto intervenire pubblicamente e ha quindi optato per il Pentagono, dove ha potuto pronunciare il proprio discorso.

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A New York la commemorazione ha seguito il rituale che accompagna da anni l'anniversario.

Alle 8.46, l'ora in cui il primo aereo colpì la Torre Nord, la città si è fermata per il primo momento di silenzio. Sono stati poi letti per circa quattro ore i nomi delle 2.977 vittime degli attentati del 2001 e delle sei persone uccise nell'attentato al World Trade Center del 1993.

A leggere i nomi sono stati soprattutto familiari delle vittime.

A venticinque anni dalla strage, alcuni di loro appartengono ormai a una generazione che non ha conosciuto direttamente le persone che sta commemorando: figli e nipoti nati dopo il 2001.

È uno dei segni più evidenti del tempo trascorso e, allo stesso tempo, della permanenza dell'11 settembre nella memoria collettiva americana.

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Il discorso del presidente al Pentagono ha quindi avuto due registri.

Il primo è quello della commemorazione: le 184 vittime del Pentagono, i quasi 3mila morti complessivi, il coraggio dei soccorritori e l'unità nazionale che seguì gli attentati.

Il secondo è apertamente politico e guarda al presente.

Trump ha utilizzato il venticinquesimo anniversario per ribadire che la promessa americana di combattere il terrorismo non appartiene soltanto al passato. E ha inserito in questa cornice anche l'attuale guerra contro l'Iran e l'obiettivo di impedire a Teheran di possedere un'arma nucleare.

Una scelta destinata a far discutere, proprio perché introduce uno dei dossier più divisivi dell'attuale politica estera americana all'interno di una giornata tradizionalmente dedicata alla memoria delle vittime.

Il messaggio finale di Trump, però, è rimasto quello che accompagna gli Stati Uniti da venticinque anni: l'11 settembre non sarà dimenticato.

E per il presidente quella memoria significa anche una promessa rivolta al presente: l'America continuerà a combattere ciò che considera una minaccia alla propria sicurezza.

 

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