Virus “zombie” nei ghiacciai, cresce l’allarme degli scienziati: cosa può emergere dal permafrost che si scioglie

di

Mario Tosetti

Lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost potrebbe liberare virus e batteri rimasti inattivi per migliaia di anni. Gli esperti invitano alla prudenza: il rischio per l’uomo è basso, ma richiede monitoraggio

Virus “zombie” nei ghiacciai, cresce l’allarme degli scienziati: cosa può emergere dal permafrost che si scioglie

Il progressivo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost nelle regioni artiche non rappresenta soltanto una delle conseguenze più evidenti del cambiamento climatico. Secondo numerosi studi, il disgelo potrebbe riportare alla luce virus e batteri rimasti intrappolati nel ghiaccio per migliaia, in alcuni casi decine di migliaia di anni.

Negli ultimi mesi il tema dei cosiddetti "virus zombie" è tornato al centro dell'attenzione scientifica. Si tratta di un'espressione giornalistica utilizzata per indicare microrganismi antichi che, una volta scongelati in laboratorio, hanno dimostrato di conservare parte della propria attività biologica. Il termine, precisano gli esperti, non è una definizione scientifica, ma serve a descrivere organismi rimasti dormienti per lunghissimi periodi.

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Gli scienziati spiegano che molti virus e batteri possono sopravvivere per tempi molto lunghi se conservati a temperature estremamente basse, proprio come avviene nei laboratori di ricerca.

In alcuni esperimenti sono stati isolati virus risalenti a 30-45 mila anni fa, ancora capaci di infettare cellule di ameba dopo essere stati scongelati. Tuttavia questi microrganismi non hanno dimostrato di essere pericolosi per l'uomo e non esistono prove che possano provocare una pandemia.

Il rischio, spiegano i ricercatori, è soprattutto teorico: il disgelo potrebbe riportare alla luce agenti patogeni sconosciuti, motivo per cui viene raccomandata una sorveglianza costante nelle aree artiche.

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Tra gli episodi realmente accertati figura quello avvenuto nel 2016 nella penisola di Yamal, in Siberia. Un'ondata di caldo eccezionale provocò il disgelo del terreno, facendo riemergere le spore del batterio responsabile del carbonchio (antrace), probabilmente provenienti dalla carcassa di una renna morta decenni prima.

L'episodio causò la morte di migliaia di renne e il contagio di alcune persone, dimostrando che il disgelo può effettivamente riportare in circolazione microrganismi patogeni già conosciuti.

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Tra gli agenti biologici osservati con maggiore attenzione figura anche il virus del vaiolo. In alcune mummie rinvenute in Siberia sono stati identificati frammenti del suo materiale genetico, ma non sono mai state trovate particelle virali integre e infettive.

Diverso il caso dell'influenza "Spagnola": dai corpi conservati nel ghiaccio è stato possibile recuperare materiale genetico utile alla ricerca, senza però individuare virus ancora capaci di trasmettere la malattia.

Parallelamente, alcuni batteri antichissimi scoperti in ambienti ghiacciati hanno mostrato una notevole resistenza agli antibiotici, ma anche la capacità di produrre nuove sostanze antimicrobiche che potrebbero diventare preziose per lo sviluppo di futuri farmaci.

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Con il riscaldamento globale il permafrost si sta sciogliendo a una velocità crescente, soprattutto nelle regioni artiche. Questo fenomeno aumenta la probabilità che virus, batteri e altri microrganismi rimasti intrappolati nel ghiaccio vengano progressivamente liberati nell'ambiente.

Secondo gli esperti, ogni anno il disgelo rilascia quantità enormi di microbi. La grande maggioranza è completamente innocua, ma la comunità scientifica ritiene importante continuare a monitorare il fenomeno per individuare tempestivamente eventuali rischi emergenti.

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Gli specialisti invitano a distinguere tra il fascino mediatico dell'espressione "virus zombie" e la realtà scientifica. Al momento non esistono evidenze che facciano pensare all'imminente comparsa di una nuova pandemia provocata da virus liberati dai ghiacciai.

Il cambiamento climatico, tuttavia, sta modificando ecosistemi rimasti isolati per millenni e rende sempre più importante investire nella ricerca e nella sorveglianza sanitaria. Studiare questi microrganismi non significa prevedere una catastrofe, ma comprendere meglio i possibili effetti del disgelo e prepararsi ad affrontare eventuali rischi futuri con strumenti scientifici adeguati.

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