Cina tra revisionismo e nazionalismo. La stretta sull'inglese e i pericoli della "pseudo-storia"

di

Velia Iacovino

Mentre le pressioni per ridimensionare le lingue straniere dividono il Paese sul fronte dell'uguaglianza sociale, il Partito Comunista alza la guardia contro le derive revisioniste online, avvertendo che la riscrittura ideologica del passato rischia di isolare Pechino sul piano internazionale.

Cina tra revisionismo e nazionalismo. La stretta sull'inglese e i pericoli della "pseudo-storia"

Il sistema educativo e culturale della Repubblica Popolare Cinese si trova al centro di un intenso dibattito che incrocia le polemiche sul ridimensionamento della lingua inglese nei programmi scolastici e i crescenti timori istituzionali legati alla diffusione di teorie storiografiche nazionaliste prive di fondamento scientifico.

L'asse portante dell'inglese sotto accusa

La discussione sul peso della lingua straniera, riferisce il South China Morning Post, è tornata a occupare le prime pagine dopo l'intervento pubblico di Tang Jiafeng, noto docente di matematica ed esaminatore per i corsi di specializzazione post-laurea. Attraverso i canali social, Tang ha invocato apertamente la rimozione dell'inglese dallo status di materia fondamentale – equiparata nel tradizionale test d'accesso universitario (gaokao) a cinese e matematica con un valore di 150 punti ciascuna – definendo l'attuale centralità della lingua un residuo anacronistico di "adorazione e sudditanza verso l'estero". Secondo questa linea di pensiero, sostenuta da un'ondata di crescente fiducia culturale e dal ricorso a strumenti di traduzione basati sull'intelligenza artificiale, gli studenti cinesi dovrebbero concentrarsi prioritariamente sul proprio patrimonio linguistico e storico.

Le ragioni della cautela e l'uguaglianza educativa

Una posizione fermamente respinta da diverse voci autorevoli del panorama mediatico e politico, tra cui l'ex direttore del Global Times Hu Xijin. Intervenendo nel dibattito, Hu ha bollato come "estreme" e "ideologiche" le spinte volte a delegittimare lo studio dell'inglese bollandolo come una forma di snobismo filo-occidentale. Per l'editorialista, preservare l'insegnamento della lingua nei cicli d'istruzione pubblica di base rappresenta un pilastro ineludibile per l'uguaglianza sociale ed educativa: un'eventuale stretta finirebbe infatti per penalizzare le fasce meno abbienti, impedendo loro di accedere ai mercati internazionali della conoscenza e lasciando il monopolio delle competenze linguistiche avanzate esclusivamente alle famiglie più ricche in grado di sostenere costi di formazione privata.

L'alt del Partito: i rischi della pseudo-storia

Parallelamente, Pechino ha acceso i riflettori su un fenomeno parallelo: la proliferazione online di teorie revisioniste e prive di riscontri fattuali. Un articolo pubblicato dalla rivista teorica del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, il Qiushi, ha lanciato un severo monito contro la tendenza a riscrivere il passato in chiave sensazionalistica, mettendo in discussione capisaldi della storia globale – come l'autenticità dell'antica Grecia – o attribuendo in modo arbitrario origini esclusivamente cinesi a passaggi cruciali dello sviluppo tecnologico moderno, come la Rivoluzione Industriale.

Il periodico ha ammonito che tali derive non solo compromettono la credibilità accademica e l'immagine internazionale del Paese, incrinando i rapporti diplomatici con governi partner, ma rappresentano soprattutto una seria minaccia per la "sicurezza culturale e ideologica" della nazione.

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