Cinquant’anni senza Mao, la Cina tra culto del leader e memoria scomoda

di

Carlo Longo

Mao Zedong morì il 9 settembre 1976, ma mezzo secolo dopo la sua immagine continua a essere onnipresente in Cina. Mentre tra alcuni giovani riaffiora la nostalgia per gli ideali egualitari del maoismo, il Partito comunista cerca di preservarne il ruolo simbolico senza riaprire le ferite della Rivoluzione Culturale

Cinquant’anni senza Mao, la Cina tra culto del leader e memoria scomoda

Cinquant’anni dopo la morte di Mao Zedong, avvenuta il 9 settembre 1976, la Cina continua a confrontarsi con un’eredità tanto ingombrante quanto complessa. L’immagine del “Grande Timoniere” rimane profondamente radicata nello spazio pubblico, mentre il ricordo degli aspetti più traumatici della sua leadership occupa una posizione molto più delicata nella narrazione ufficiale.

Alla vigilia dell’anniversario, secondo quanto osservato da Avvenire, sui principali organi d’informazione controllati dal Partito comunista cinese, come Xinhua e Global Times, non emergeva una particolare attenzione per la ricorrenza.

Il silenzio mediatico contrasta con la presenza ancora capillare di Mao nella vita quotidiana cinese. Il suo volto compare sulle banconote, nelle statue e nei monumenti disseminati nel Paese. A Pechino, nel mausoleo di Piazza Tienanmen, è conservato il corpo imbalsamato dell’uomo che nel 1949 proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese.

A mezzo secolo dalla sua morte, inoltre, una certa nostalgia per Mao sembra trovare spazio anche tra generazioni che non hanno vissuto direttamente la sua epoca. Secondo AFP, il fenomeno sarebbe alimentato anche dalle preoccupazioni per il rallentamento dell’economia e dall'aumento delle disuguaglianze, che spingono alcuni cinesi a guardare con interesse agli ideali egualitari associati al maoismo.

A Nanjie, nella provincia dell’Henan e spesso definito “l’ultimo villaggio maoista della Cina”, immagini e simboli del leader sono ancora particolarmente diffusi. Una studentessa universitaria di 22 anni, Xie Kaiyue, ha raccontato ad AFP di venerare ancora Mao, nonostante sia nata molti anni dopo la sua morte.

Una situazione simile si incontra a Dazhai, villaggio montano della provincia dello Shanxi, dove il passato maoista è diventato anche un elemento commerciale. Nei negozi si trovano poster, carte da gioco, stoviglie e copie del celebre “Libretto Rosso”, tutti caratterizzati dall'immagine dell'ex leader.

Dietro la persistenza del culto si nasconde però uno dei nodi più difficili della storia contemporanea cinese: il giudizio sulla Rivoluzione Culturale, iniziata nel 1966 e conclusa con la morte di Mao nel 1976. Quel periodo fu caratterizzato da violenze, persecuzioni politiche, epurazioni e profonde trasformazioni sociali.

Il Partito comunista ha progressivamente preso le distanze dagli aspetti più drammatici di quella stagione. Nel 2021, in una risoluzione sulla propria storia, definì la Rivoluzione Culturale una catastrofe, confermando il giudizio negativo già espresso dalla leadership cinese nei decenni precedenti.

La questione coinvolge direttamente anche il presidente Xi Jinping. Secondo diversi analisti, sotto la sua guida il potere politico si è nuovamente concentrato fortemente intorno alla figura del leader. Ma la storia personale della famiglia Xi è legata anche alle persecuzioni dell'epoca maoista: suo padre, Xi Zhongxun, importante rivoluzionario della prima generazione comunista, fu epurato, imprigionato e sottoposto a umiliazioni politiche.

Per la leadership cinese si pone quindi un delicato problema di equilibrio. Mettere radicalmente in discussione Mao significherebbe intervenire sulle fondamenta storiche e simboliche della Repubblica Popolare e sulla stessa legittimazione del Partito comunista. Allo stesso tempo, una celebrazione senza riserve entrerebbe in conflitto con il giudizio negativo espresso sugli errori e sulle violenze della Rivoluzione Culturale.

Ne deriva una memoria selettiva: Mao continua a essere celebrato come figura fondatrice della Cina comunista, mentre gli aspetti più controversi della sua eredità ricevono uno spazio assai più limitato nel racconto pubblico. A cinquant’anni dalla sua morte, il “Grande Timoniere” rimane così un simbolo potente, ma anche una figura storica che Pechino continua a maneggiare con estrema cautela.

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