Sette giorni per provare a uscire da una guerra che da mesi tiene sotto pressione il Golfo Persico e l’economia mondiale.
L’Iran ha consegnato agli Stati Uniti, attraverso intermediari, una proposta che mette al centro il punto sul quale in questi mesi si è concentrata buona parte della crisi: lo Stretto di Hormuz.
Il piano è stato illustrato dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a New York, dove le delegazioni sono riunite per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
L’idea di Teheran è scandita da una sequenza precisa: cessazione delle ostilità, rimozione di alcune delle misure americane contro l’Iran e, al termine del settimo giorno, riapertura dello Stretto di Hormuz. Subito dopo dovrebbero cominciare negoziati più ampi sul programma nucleare iraniano.
«Abbiamo presentato agli Stati Uniti, tramite intermediari, un piano secondo cui, al verificarsi di determinate condizioni, lo Stretto di Hormuz verrebbe riaperto al termine del settimo giorno e i colloqui riprenderebbero», ha spiegato Araghchi.
Non è ancora un accordo.
Ma è uno dei tentativi diplomatici più concreti delle ultime settimane per interrompere il conflitto e riaprire una delle arterie energetiche più importanti del pianeta.
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Il punto decisivo è che l’Iran non offre la riapertura immediata e incondizionata di Hormuz.
Chiede agli Stati Uniti di muoversi contemporaneamente.
Secondo quanto illustrato da Araghchi, nell’arco dei sette giorni dovrebbero cessare le ostilità, comprese quelle che coinvolgono il Libano. Washington dovrebbe inoltre revocare il blocco navale imposto all’Iran e le sanzioni sulle esportazioni petrolifere iraniane.
Un altro capitolo riguarda i beni iraniani congelati all’estero, che Teheran vuole nuovamente disponibili. Le cifre circolate nelle ultime ore indicano almeno 12 miliardi di dollari, anche se termini e meccanismi dell’eventuale sblocco dovrebbero essere definiti nell’intesa.
Solo alla fine di questo percorso arriverebbe la mossa che interessa direttamente l’intera economia mondiale.
L’Iran riaprirebbe Hormuz.
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Basta guardare una carta geografica per capire perché un tratto di mare relativamente piccolo sia diventato uno dei punti più delicati della crisi.
Lo Stretto separa l’Iran dalla penisola arabica e collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e quindi all’Oceano Indiano.
È la porta attraverso la quale deve passare una parte rilevantissima delle esportazioni energetiche di Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar.
Prima della crisi, attraverso Hormuz transitava all’incirca un quinto del petrolio consumato nel mondo.
Per questo ogni attacco a una nave, ogni minaccia di chiusura e ogni difficoltà nella navigazione si riflettono quasi immediatamente sul prezzo del greggio, sui costi assicurativi e sulle rotte delle compagnie.
E la crisi degli ultimi mesi ha dimostrato quanto velocemente un conflitto regionale possa trasformarsi in un problema globale.
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È sufficiente persino la prospettiva di un accordo per muovere il petrolio.
Oggi i prezzi del greggio sono scesi di circa il 2%, mentre gli operatori valutano la possibilità che Washington e Teheran riescano finalmente a costruire una via d’uscita dalla guerra e a normalizzare il traffico attraverso Hormuz.
Non significa che i mercati considerino l’accordo già fatto.
Al contrario, il rischio di nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche rimane elevato e le distanze tra Stati Uniti e Iran sono ancora significative.
Ma Hormuz è diventato il termometro economico della guerra.
Ogni passo verso la riapertura riduce il timore di una nuova stretta sull’offerta di petrolio. Ogni nuova escalation produce l’effetto opposto.
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Il vero tavolo diplomatico di queste ore è New York.
Funzionari americani e iraniani stanno esplorando attraverso mediatori la possibilità di costruire un percorso graduale che permetta contemporaneamente di ridurre la pressione statunitense sull’Iran e di riaprire Hormuz.
Il Qatar continua ad avere un ruolo centrale nella mediazione.
Un incontro di circa tre ore tra funzionari americani e iraniani, mediato proprio da Doha, non avrebbe prodotto finora una svolta definitiva. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, nei prossimi giorni potrebbero tuttavia esserci altri contatti attraverso intermediari.
Da parte americana filtra prudenza.
Washington considera i colloqui positivi e costruttivi, ma non vuole essere costretta ad accettare un'intesa semplicemente per accelerare la riapertura dello Stretto.
Teheran, dall’altra parte, vuole evitare di compiere per prima una mossa che riduca la propria capacità negoziale.
Ed è precisamente questo il nodo.
Entrambi hanno interesse a uscire dalla crisi, ma nessuno vuole farlo apparendo come la parte che ha ceduto.
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Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, presente a New York, ha scelto un’intervista a Fox News per mandare il proprio messaggio direttamente all’opinione pubblica americana.
«Noi non abbiamo scelto la guerra, siamo stati attaccati e abbiamo dovuto difenderci», ha detto.
Poi ha aggiunto: «Quando possiamo risolvere le questioni attraverso il dialogo, non dovremmo ricorrere a ucciderci a vicenda».
Pezeshkian sostiene che Teheran non voglia proseguire il conflitto e attribuisce a Washington la decisione finale: «È l’America a dover scegliere se porvi fine o meno».
È naturalmente la ricostruzione politica iraniana delle responsabilità della guerra, non una lettura condivisa da Washington e dai suoi alleati.
Ma il tono scelto dal presidente iraniano è significativo perché accompagna la proposta negoziale presentata da Araghchi.
Teheran vuole mostrare di avere una porta aperta.
A condizioni precise.
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Ed è qui che la trattativa si complica.
Riaprire Hormuz potrebbe essere soltanto il primo passaggio.
Subito dopo dovrebbe cominciare il negoziato molto più difficile sul programma nucleare iraniano.
E Teheran avverte già che la proposta sullo Stretto non deve essere interpretata come una disponibilità a rinunciare alle proprie posizioni sull’arricchimento dell’uranio.
Un alto funzionario iraniano ha dichiarato oggi a Reuters che l’Iran non intende offrire concessioni sul programma nucleare in cambio dell’accettazione americana del piano per Hormuz.
Significa che le due trattative sono collegate, ma non coincidono.
La riapertura dello Stretto servirebbe a fermare l’emergenza immediata.
Il nucleare rimarrebbe invece il grande dossier politico da risolvere.
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C’è poi un dettaglio importante.
Quello presentato oggi non è un piano completamente nuovo.
La proposta iraniana riprende buona parte del memorandum d’intesa raggiunto a giugno tra Stati Uniti e Iran e successivamente naufragato.
Anche allora il percorso prevedeva cessazione delle ostilità, riapertura di Hormuz, revoca del blocco navale americano e successivo negoziato per arrivare a un accordo più stabile.
La differenza principale è il tempo.
Il vecchio schema prevedeva circa sessanta giorni prima di arrivare ai negoziati sul nucleare.
Adesso Teheran vuole comprimere la prima fase in una sola settimana.
Sette giorni per verificare se entrambe le parti sono davvero disposte a fermarsi.
Poi il negoziato vero.
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Sul tavolo si muove anche la Cina.
Xi Jinping ha comunicato a Donald Trump il proprio sostegno a un ritorno ai termini del memorandum raggiunto a giugno.
La posizione cinese non sorprende.
Pechino ha un interesse diretto alla stabilità delle rotte energetiche del Golfo e considera la riapertura di Hormuz essenziale per ridurre la pressione sui mercati internazionali dell’energia.
Anche Russia e Iran hanno ribadito nelle ultime ore che, secondo loro, la crisi deve avere una soluzione diplomatica. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il collega iraniano Araghchi ne hanno discusso durante un incontro a New York.
Il problema non è dunque trovare Paesi disposti a sostenere un negoziato.
È trovare una formula che Washington e Teheran siano disposte ad accettare contemporaneamente.
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Ed è probabilmente questo il punto politico più interessante.
Lo Stretto non è soltanto il luogo nel quale si misura la crisi.
È diventato la principale leva negoziale di Teheran.
Riaprirlo significherebbe togliere pressione ai mercati, alle compagnie di navigazione, ai Paesi produttori del Golfo e anche all'amministrazione Trump, che si avvicina alle elezioni di metà mandato con il prezzo dell'energia tra le questioni più sensibili per gli elettori americani.
Ed è proprio per questo che l'Iran non vuole cederlo gratuitamente.
Il messaggio è: Hormuz può riaprire, ma in cambio Washington deve ridurre la pressione militare ed economica.
Gli Stati Uniti ragionano esattamente al contrario.
Prima vogliono garanzie sufficienti da Teheran.
Solo dopo sono disposti a smontare progressivamente alcune delle misure utilizzate per costringere l'Iran a trattare.
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Non c'è ancora una tregua.
Non c'è ancora un accordo.
E soprattutto Hormuz non è ancora tornato alla normale navigazione commerciale.
Ma dopo mesi nei quali lo Stretto è stato soprattutto il simbolo dell'escalation, per la prima volta torna a essere anche il centro di una possibile uscita dalla crisi.
Teheran ha messo un numero sul tavolo: sette giorni.
In quella settimana vorrebbe vedere cessare le ostilità, ottenere la rimozione del blocco navale, recuperare l'accesso a fondi congelati e vedere alleggerite le restrizioni sul proprio petrolio.
Alla fine, aprirebbe Hormuz.
Poi comincerebbe la parte ancora più difficile: il nucleare.
Araghchi sostiene che sarebbe preferibile arrivare a un'intesa prima delle elezioni americane di metà mandato. Washington risponde che non vuole negoziare con l'orologio in mano.
La distanza resta.
Ma questa volta sul tavolo non c'è soltanto la richiesta generica di tornare alla diplomazia.
C'è una sequenza, ci sono condizioni e c'è una scadenza.
Sette giorni per capire se Hormuz può tornare a essere uno stretto attraversato dalle navi invece che il punto nel quale Stati Uniti e Iran misurano fino a dove sono disposti a spingersi.
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