L’eredità dimenticata di Berlusconi, il giallo della quadreria di Arcore

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Fabrizia Carabelli
Fabrizia Carabelli

Mentre le ruspe si preparano a cancellare l’hangar del Cavaliere ad Arcore, resta nell’ombra il destino della quadreria: 25 mila opere e nessuna traccia pubblica

L’eredità dimenticata di Berlusconi, il giallo della quadreria di Arcore

Dell’hangar si è parlato, della collezione molto meno. Da giorni rimbalza la notizia della vendita del grande capannone del Cavaliere, di fronte a Villa San Martino ad Arcore. Al suo posto arriverà un Eurospin. Fine di una storia immobiliare ma anche di un pezzo di mitologia berlusconiana. Perché dentro quel capannone non c’erano soltanto 25 mila dipinti e sculture. C’era un pezzo del carattere del suo proprietario: l’ossessione per l’affare, il gusto dell’accumulo, la convinzione che comprare fosse quasi più divertente che possedere. C’è una sottile ironia nel destino di quell’hangar. Al posto della quadreria sorgerà un supermercato, cancellando anche il ricordo di quella che, tra le tante passioni e le ben più note vicende del Cavaliere, era probabilmente una delle più innocue.

E qui nasce il vero giallo. Del supermercato sappiamo già tutto, della quadreria, invece, quasi niente. Nessuna comunicazione ufficiale, nessuna grande vendita annunciata, nessuna donazione pubblica. Le opere sono state divise tra gli eredi? Cedute? Regalate? Oppure semplicemente trasferite altrove? Venticinquemila opere non svaniscono nel nulla.

Ma per capire perché il destino di quella quadreria continui a suscitare curiosità bisogna fare un passo indietro. Perché quella di Arcore non era una collezione come le altre, né seguiva i canoni del collezionismo tradizionale. Era, piuttosto, il riflesso del modo in cui Silvio Berlusconi concepiva l’arte e il piacere dell’acquisto. Vittorio Sgarbi riassunse questo approccio con un’espressione destinata a restare: il Cavaliere applicava «il principio della quantità». Più che costruire una raccolta di pochi capolavori, sembrava voler dare vita a una quadreria sempre più grande. Lo stesso critico ricordava come nelle proprietà di Berlusconi non mancassero opere di assoluto rilievo – attribuzioni a Tiziano, Tintoretto e Procaccini, un Nomellini, un disegno di Francesco Coghetti, un ritratto di Pietro Annigoni – salvo poi osservare che, a un certo punto, «è cominciato il delirio». Come hanno raccontato diverse ricostruzioni giornalistiche, gran parte della quadreria fu costruita infatti attraverso gli acquisti effettuati nelle televendite, ai quali si affiancarono quelli conclusi con mercanti d’arte di discussa serietà. Proprio una televendita fu all’origine anche del rapporto con Lucas Vianini. Come ha raccontato lo stesso curatore al Guardian, tutto iniziò nel dicembre 2018, quando Berlusconi telefonò durante una trasmissione notturna di vendita di opere d’arte e acquistò in una sola serata tutti i dipinti previsti dal programma, costringendo gli organizzatori a recuperare altri lavori dal magazzino per proseguire la diretta. Da quella chiamata nacque il rapporto che avrebbe portato Vianini a diventare uno dei curatori della quadreria di Arcore. L’ex curatore Lucas Vianini ha raccontato sul Corriere della Sera che, durante le visite alla quadreria, Berlusconi era solito chiedere agli ospiti quanto avrebbero pagato un determinato dipinto; dopo aver ascoltato la risposta, osservava soddisfatto di averlo acquistato per una cifra molto inferiore: «Visto che affare che ho fatto?».

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Vianini ha spiegato che quella quadreria non era nata con l’ambizione di competere con i grandi musei, ma come una gigantesca rappresentazione delle passioni del Cavaliere. Paesaggi di Roma, Venezia, Napoli e Parigi, scene religiose, ritratti storici, Napoleone, gladiatori, battaglie, animali, pittura mitologica, scuola di Posillipo, orientalismo, vedute urbane e nature morte: una raccolta eterogenea che sorprendeva ministri, imprenditori e ospiti illustri e che Berlusconi immaginava, un giorno, di aprire al pubblico. Non mancavano elementi apertamente celebrativi, come il grande ritratto a olio di Berlusconi custodito nell’hangar: un’immagine monumentale del proprietario della raccolta, inserita tra paesaggi, scene storiche e soggetti mitologici.

Proprio la natura della raccolta ha sempre diviso gli addetti ai lavori. Sgarbi è stato il più tranchant. Secondo il critico d’arte, tra le circa 25 mila opere «ce ne saranno sei o sette interessanti», mentre gran parte del resto era composta da quelle che lui stesso definì senza mezzi termini “croste”. Lo stesso Sgarbi raccontò di aver più volte consigliato a Berlusconi di acquistare meno opere, ma di qualità superiore. Anche il mercante d’arte Cesare Lampronti descrisse il Cavaliere come un acquirente impulsivo, consapevole che molte delle opere acquistate non avessero un particolare pregio artistico o commerciale.

Eppure Berlusconi, secondo diverse ricostruzioni, investì circa 20 milioni di euro per costruire quella collezione, sostenendo anche costi di gestione molto elevati: il solo mantenimento del deposito di Arcore sarebbe arrivato a sfiorare gli 800 mila euro all’anno. Una parte dei dipinti rimaneva nella quadreria, altri prendevano invece una strada diversa. Berlusconi aveva trasformato quelle tele anche in uno strumento di relazione personale e istituzionale: a Natale o in occasione di visite ufficiali faceva recapitare ad amici, collaboratori e perfino capi di Stato quadri scelti personalmente e sul retro non mancava spesso una dedica autografa.

Forse è anche per questo che, dopo la morte del Cavaliere, sulla sorte della quadreria è calato un silenzio quasi totale. Non è difficile immaginare che gli eredi abbiano dovuto confrontarsi con una raccolta immensa, costosa da conservare e di valore artistico estremamente disomogeneo. Ma sorprende che di un patrimonio di tali dimensioni non sia stato raccontato praticamente nulla. La vendita dell’hangar chiude definitivamente un capitolo della storia di Arcore. Ma lascia aperta una domanda che, finora, è rimasta senza risposta: dove sono finite le 25 mila opere della quadreria di Berlusconi?

Non è la prima volta che Inside Art si occupa della quadreria di Arcore: qualche anno fa avevamo raccontato quella raccolta come una delle eredità più insolite lasciate dal Cavaliere. Oggi, con il capannone destinato a scomparire, quell’interrogativo torna più attuale che mai. È curioso: per giorni si è discusso delle ruspe, del supermercato, del valore dell’immobile. Quasi nessuno, invece, si è chiesto che fine abbia fatto ciò che quell’hangar custodiva. Eppure quella quadreria raccontava il Berlusca meglio di molti libri. Smisurata, contraddittoria, spesso kitsch e certamente eccentrica. Esattamente come il suo proprietario. Ma, al di là del loro valore economico o artistico, quella collezione rappresenta un pezzo della storia del collezionismo italiano contemporaneo e del modo in cui uno dei protagonisti della vita pubblica del Paese ha scelto di rapportarsi all’arte.

Per questo, al di là delle valutazioni estetiche, sarebbe auspicabile che di quella quadreria restasse almeno una traccia: un inventario, un archivio, una ricostruzione o una selezione delle opere più significative. Perché se è vero che l’hangar può lasciare spazio a un supermercato, sarebbe un peccato se insieme all’edificio scomparisse anche la memoria di una collezione che, nel bene e nel male, può aiutare a raccontare un’epoca.

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