Venticinque minuti di applausi, la standing ovation più lunga nella storia della Mostra. Premio speciale della giuria. Poi proiezioni, dibattiti, giornali, televisioni e social network che moltiplicano il messaggio di NAZA, il documentario degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor.
Il film raccoglie le testimonianze anonime di 24 militari e ufficiali dell'intelligence israeliana. La tesi è che a Gaza le morti civili non siano state errori, ma un costo calcolato e accettato in anticipo: a ogni obiettivo veniva attribuito un numero previsto di vittime civili, il «NAZA», da Nezek Agavi, danno collaterale. Fino a una ventina di civili, sostengono i testimoni, non serviva un'autorizzazione speciale. Gli obiettivi venivano generati in grandi quantità da sistemi di intelligenza artificiale, alimentati dai dati di migliaia di telefoni intercettati, e approvati in pochi secondi.
Abraham non è un nome nuovo. È il giornalista che tra il 2023 e il 2024 rivelò i sistemi «Lavender» e «The Gospel», inchieste in parte confermate da altre grandi testate internazionali. E la tragedia che il film racconta è reale: secondo il ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, i morti sono oltre 73.000. Quel conteggio però non distingue tra civili e combattenti. Secondo le stime israeliane, tra un quarto e un terzo delle vittime erano miliziani di Hamas e degli altri gruppi armati.
Le accuse sono gravissime. In Italia sono state accolte quasi come una verità giudiziaria. Ma siamo sicuri che il film dimostri quello che il suo successo lascia intendere?
Ci sono due questioni sulle quali la narrazione di NAZA merita di essere discussa.
La prima: calcolare le vittime civili significa volerle?
Stimare in anticipo quanti civili moriranno in un attacco non è di per sé un crimine. È ciò che il diritto internazionale umanitario richiede: valutare se il danno civile previsto sia eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto. Un esercito che non facesse questo calcolo sarebbe peggiore, non migliore.
Se Israele avesse voluto uccidere il maggior numero possibile di civili, non avrebbe avuto bisogno né di algoritmi né di stime. Sarebbe bastato bombardare a tappeto, come nella Seconda guerra mondiale, senza identificare obiettivi militari e senza avvisare la popolazione. Un sistema che calcola, obiettivo per obiettivo, quanti civili rischiano di morire è l'opposto del bombardamento indiscriminato. Si può discutere se le soglie fossero troppo alte. Non si può sostenere che l'obiettivo fosse lo sterminio.
Lo sanno bene anche gli eserciti occidentali, compreso il nostro. Nella guerra contro l'ISIS l'Italia faceva parte della coalizione internazionale, con aerei da ricognizione, addestratori e i militari a protezione della diga di Mosul. Nella sola battaglia di Mosul, secondo un'inchiesta dell'Associated Press, morirono tra 9.000 e 11.000 civili, circa un terzo sotto i bombardamenti della coalizione e delle forze irachene. La coalizione ne riconobbe appena 326. A Raqqa Amnesty International parlò di una «guerra di annientamento». Eppure nessuno, in Italia, ha accusato la coalizione di aver progettato lo sterminio dei civili. E lì le vittime, dopo, quasi nessuno si prese la briga di contarle.
A Gaza la situazione era resa ancora più drammatica dalla strategia di Hamas, che aveva costruito un'estesa rete di tunnel sotto aree densamente popolate. E Hamas aveva un interesse politico nell'aumento delle vittime: nel giugno 2024 il Wall Street Journal pubblicò messaggi attribuiti a Yahya Sinwar, nei quali il leader di Hamas definiva le morti civili «sacrifici necessari».
Il vero punto, allora, non è se le vittime civili venissero calcolate, ma quali soglie fossero considerate accettabili. Venti civili per un miliziano di basso livello sono proporzionati? E per un comandante? Su questo le versioni divergono radicalmente. Il primo ottobre l'esercito israeliano ha definito il film una rappresentazione «manipolatoria» della realtà e ha negato i rapporti tra vittime civili e obiettivi citati nel documentario, affermando di non aver mai pianificato né approvato attacchi con centinaia di vittime civili previste.
Sarit Zehavi, tenente colonnello della riserva con quindici anni nell'intelligence militare e oggi alla guida del centro studi Alma, ha spiegato in un'intervista ad Adnkronos del 6 ottobre che il suo lavoro consisteva nel ridurre i danni collaterali, anche attraverso avvertimenti ed evacuazioni, e contesta che il film rappresenti correttamente le procedure militari.
Né la smentita dell'esercito né la testimonianza di Zehavi chiudono la questione. Ma nemmeno 24 testimonianze anonime possono chiuderla nel senso opposto.
La seconda: chi decide di uccidere, l'uomo o l'algoritmo?
L'intelligenza artificiale può raccogliere informazioni, individuare possibili obiettivi, stimare il numero di civili presenti in un edificio. Ma la responsabilità di autorizzare un attacco deve restare umana.
Il film sostiene che proprio qui il sistema si sia inceppato: con centinaia di obiettivi generati ogni giorno, l'approvazione umana sarebbe diventata una formalità di pochi secondi. L'esercito replica che gli obiettivi sono approvati solo da persone e che gli intervistati non partecipavano alle decisioni finali; altre ricostruzioni sostengono che tra i 24 ci fossero anche ufficiali coinvolti nelle autorizzazioni.
È un'accusa seria, e merita una risposta seria. Perché la decisione non è mai semplice. Immaginiamo di poter eliminare un importante comandante di Hamas, direttamente responsabile delle atrocità del 7 ottobre, sapendo che nell'operazione potrebbero morire anche civili innocenti. Quante vittime sarebbero accettabili? Dieci? Venti? Nessuna?
Non esiste un numero prestabilito. È una decisione che richiede responsabilità morale, militare e giuridica, e tempo per esercitarla. Se quel tempo è stato davvero ridotto a pochi secondi, è un problema grave, da accertare.
Naturalmente possono esserci stati errori, negligenze, violazioni delle regole. Non si può escludere neppure che qualche soldato, traumatizzato dai massacri del 7 ottobre, abbia agito per vendetta. Sono comportamenti da indagare e punire.
Ma altra cosa è dimostrare che l'intero sistema militare israeliano fosse costruito per uccidere civili. Le testimonianze anonime sono una scelta comprensibile per proteggere le fonti, ma rendono ancora più necessario verificarne la rappresentatività, il contesto e i riscontri indipendenti. Le accuse meritano indagini serie. Proprio per questo non possono diventare automaticamente una sentenza.
E veniamo a Venezia. Il problema non è soltanto il film. È il premio.
Un festival cinematografico premia la qualità artistica: regia, linguaggio, montaggio, capacità narrativa, originalità. Non certifica la verità storica o giudiziaria delle tesi sostenute dagli autori.
NAZA può essere un documentario cinematograficamente eccellente, e la critica internazionale lo ha giudicato tale. Ma il Premio speciale della giuria non dimostra che le sue accuse siano fondate. Eppure è proprio questa la confusione che accompagna il suo successo in Italia, dove il premio è stato raccontato da molti come una conferma dei fatti.
Non è nemmeno la prima volta. Nel 2025 La voce di Hind Rajab, dedicato alla tragica morte di una bambina palestinese, ottenne il Leone d'Argento, Gran Premio della Giuria, dopo oltre venti minuti di standing ovation accompagnati da slogan politici. Nel 2026 NAZA riceve il Premio speciale della giuria dopo venticinque minuti di applausi.
Per il secondo anno consecutivo Venezia diventa non soltanto un festival cinematografico, ma anche un palcoscenico della mobilitazione contro Israele. La domanda è inevitabile: il pubblico ha applaudito la qualità cinematografica delle opere o il verdetto politico che esse suggerivano?
Critica legittima e nuovo antisemitismo
Denunciare le sofferenze dei palestinesi non è antisemitismo. E nemmeno criticare duramente il governo israeliano o il suo esercito.
Ma quando la denuncia di responsabilità specifiche diventa la rappresentazione degli israeliani come un popolo che organizza scientificamente lo sterminio dei civili, il rischio di alimentare il nuovo antisemitismo è concreto. Lo ha notato anche Gal Beckerman sull'Atlantic: il film presenta come specificamente israeliano un modo di fare la guerra che appartiene, purtroppo, a tutti gli eserciti moderni. È un rischio particolarmente grave in Italia, dove l'antisionismo radicale tende sempre più spesso a confondersi con l'ostilità verso gli ebrei.
I registi israeliani hanno tutto il diritto di denunciare il proprio Paese. La reazione di una parte del governo israeliano, che ha evocato la revoca della loro cittadinanza, è inaccettabile; ma la petizione di oltre mille cineasti israeliani in loro difesa dimostra che la libertà di critica in Israele resiste. Quella stessa libertà deve valere per chi contesta il loro documentario.
Il cinema può denunciare, emozionare, provocare, indignare. Non può sostituirsi alla verifica dei fatti, alle indagini e alla giustizia.
Venezia avrebbe dovuto premiare un'opera cinematografica. Il rischio è che una parte del pubblico italiano abbia applaudito soprattutto un verdetto di colpevolezza contro Israele.
E questa è una differenza enorme.
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