A trent'anni dall'omicidio di Tupac Shakur, uno dei casi più celebri e discussi della storia della musica americana arriva a una svolta giudiziaria. Duane “Keffe D” Davis, riconosciuto colpevole di aver orchestrato l'assassinio del rapper, è stato condannato in Nevada a una pena da 40 anni di carcere fino all'ergastolo.
Davis, 63 anni, era stato dichiarato colpevole lo scorso agosto di omicidio di primo grado con l'uso di un'arma da fuoco.
A pronunciare la sentenza è stata la giudice della Corte distrettuale Carli Kierny, che si è rivolta direttamente all'imputato.
«Non si può strappare un uomo alla sua famiglia, privarlo della sua vita, di tutto il suo futuro, e pensare di farla franca. Soprattutto quando quell'uomo è Tupac Shakur», ha dichiarato la giudice.
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Durante l'udienza è intervenuta anche Sekyiwa Shakur, sorella minore del rapper, chiedendo alla corte di infliggere a Davis la pena più severa.
«Mio fratello era nato per diventare un'icona», ha detto, ricordando Tupac non soltanto come artista, ma come un giovane cresciuto con l'ideale della difesa dei diritti umani e della protezione delle persone a lui più vicine.
La sentenza arriva al termine di un procedimento che ha riaperto una vicenda rimasta senza una soluzione giudiziaria per quasi tre decenni.
Il processo, durato due settimane, si è basato in larga parte anche sulle dichiarazioni rilasciate negli anni dallo stesso Davis attraverso interviste e un libro di memorie.
La difesa aveva contestato questa ricostruzione, sostenendo che quanto raccontato nel memoir pubblicato nel 2018 fosse «fiction». Gli avvocati avevano inoltre mosso accuse nei confronti degli investigatori e di un rappresentante dell'accusa, contestazioni che non hanno però impedito alla giuria di arrivare al verdetto di colpevolezza.
Link to L'omicidio a Las Vegas nel 1996L'omicidio a Las Vegas nel 1996
Tupac Shakur aveva appena 25 anni quando venne raggiunto dai colpi d'arma da fuoco a Las Vegas nel settembre del 1996.
Il rapper si trovava in automobile insieme a Marion “Suge” Knight, allora alla guida della Death Row Records. Mentre la vettura era ferma a un semaforo nei pressi della Strip, un'altra auto si affiancò e da quella vettura partirono diversi colpi.
Shakur rimase gravemente ferito e morì alcuni giorni più tardi.
La sua morte alimentò per anni teorie e interrogativi, diventando uno dei grandi misteri irrisolti della cultura hip-hop americana.
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Per molto tempo l'omicidio è stato collegato alla rivalità tra gang di Los Angeles e allo scontro che in quegli anni divideva la scena rap della West Coast da quella della East Coast.
Dal processo a Davis è però emersa una ricostruzione più circoscritta.
Secondo l'accusa accolta dalla giuria, Davis, indicato come ex leader dei Compton Crips, avrebbe organizzato l'agguato come rappresaglia per una violenta lite avvenuta poche ore prima in un casinò di Las Vegas.
In quell'occasione alcuni membri dell'entourage di Shakur avevano aggredito Orlando Anderson, nipote di Davis.
Secondo la ricostruzione presentata durante il procedimento, sarebbe stato proprio Anderson a esplodere i colpi mortali contro il rapper circa due ore dopo la rissa. Anderson non venne mai processato per l'omicidio di Shakur e morì nel 1998 in un'altra sparatoria.
La condanna riguarda dunque Davis per il ruolo attribuitogli nell'organizzazione dell'agguato, non come autore materiale degli spari.
A trent'anni da quella notte di Las Vegas, la sentenza rappresenta il più importante punto di svolta giudiziario in un caso che ha attraversato generazioni e contribuito ad alimentare il mito di Tupac Shakur, diventato dopo la morte una delle figure più influenti della storia dell'hip-hop.
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