OpenAI, arrestato un dipendente per intercettazioni

di

Pierpaolo Carmine Beccarisi

Avrebbe nascosto un registratore in una sala riunioni per captare conversazioni riservate, ma l'azienda esclude furto di dati personali dei clienti

OpenAI, arrestato un dipendente per intercettazioni

Un dispositivo elettronico nascosto in una sala riunioni per registrare conversazioni riservate. È questa l'accusa che ha portato all'arresto di Abdulrahman Alfozan, 35 anni, cittadino saudita ed ex dipendente di OpenAI, la società che ha sviluppato ChatGPT.

Secondo gli atti dell'incriminazione, l'uomo avrebbe collocato il 28 settembre un apparecchio per la registrazione di comunicazioni criptate all'interno di un televisore, occultandolo con della carta igienica. La stanza veniva utilizzata per incontri aziendali durante i quali si discutevano anche informazioni riservate.

Il dispositivo è stato scoperto il 30 settembre durante un controllo di sicurezza di routine. L'analisi delle immagini delle telecamere di sorveglianza avrebbe poi permesso di identificare il presunto responsabile. Secondo la ricostruzione, l'apparecchio sarebbe stato progettato per eludere i controlli e Alfozan avrebbe pianificato l'installazione di ulteriori dispositivi in aree sensibili.

Nell'incriminazione vengono citate anche ricerche effettuate attraverso chatbot di intelligenza artificiale per ottenere informazioni interne all'azienda, tra cui indirizzi degli uffici, sale riunioni, calendari e organigramma. Gli atti menzionerebbero inoltre prompt inseriti dalla moglie dell'uomo su come costruire e installare dispositivi di registrazione e accedervi da remoto.

Alfozan, assunto nel luglio 2025, sarebbe stato licenziato il 9 ottobre, giorno del suo arresto, dopo una precedente segnalazione all'FBI. Il caso ha richiamato l'attenzione delle autorità statunitensi sui rischi per la sicurezza legati alla protezione delle tecnologie avanzate.

OpenAI ha precisato che, allo stato attuale, non risultano elementi che indichino un accesso improprio ai pesi dei modelli, al codice sorgente o ai dati dei clienti. Se condannato per le accuse contestate, l'ex dipendente rischia fino a cinque anni di carcere.

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