Donald Trump ammette di essersi forse spinto troppo oltre nella guerra contro l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti, intervenendo in Arizona, ha pronunciato parole destinate a far discutere, riconoscendo che l'eliminazione dei vertici della leadership iraniana ha creato un problema anche per Washington: l'assenza di interlocutori con cui avviare eventuali negoziati.
«I loro leader sono morti. Questo è uno dei problemi. Forse mi sono spinto troppo oltre. Non so con chi diavolo trattare. Probabilmente sono andato troppo oltre. Mi dispiace», ha dichiarato Trump, tornando sulle conseguenze dell'offensiva americana contro Teheran.
Un'affermazione insolita per il presidente statunitense, che sembra riconoscere almeno una delle difficoltà prodotte dalla strategia militare adottata nei confronti della Repubblica islamica. Le sue parole, tuttavia, non rappresentano necessariamente un ripensamento complessivo della politica americana né annunciano un cambiamento immediato delle operazioni militari.
Il nodo sollevato da Trump è soprattutto diplomatico. La scomparsa di figure centrali del potere iraniano, secondo quanto sostenuto dallo stesso presidente, avrebbe reso più complicato individuare interlocutori in grado di condurre una trattativa e assumere impegni credibili per conto di Teheran.
Il paradosso evocato dal presidente americano è quello di una campagna militare che, pur avendo colpito duramente la leadership avversaria, rischia di complicare la ricerca di una soluzione negoziata.
Le dichiarazioni arrivano mentre l'Iran continua a respingere le pressioni statunitensi. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha ribadito che Teheran non intende impegnarsi in una guerra senza fine, ma nemmeno accettare negoziati interminabili privi di risultati concreti.
Secondo Ghalibaf, la Repubblica islamica continuerà a combattere finché le proprie richieste non saranno soddisfatte. L'obiettivo dichiarato è arrivare a un accordo capace di garantire una «deterrenza sostenibile». Il dirigente iraniano ha inoltre sostenuto che le scadenze e le pressioni economiche imposte dagli Stati Uniti non hanno raggiunto gli obiettivi previsti.
Nel frattempo, il quadro regionale resta estremamente instabile. Gli Houthi dello Yemen hanno rivendicato attacchi contro infrastrutture strategiche dell'Arabia Saudita, tra cui l'impianto Aramco di Dhahran, l'aeroporto Re Khalid e la raffineria Aramco di Riad, annunciando ulteriori operazioni nei prossimi giorni.
Trump ha reagito duramente anche su questo fronte, accusando gli Houthi di essere tornati all'offensiva probabilmente su richiesta dell'Iran. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il presidente ha ricordato i precedenti bombardamenti americani contro il movimento yemenita, sostenendo di aver creduto che quelle operazioni fossero state sufficienti a fermarlo.
La crisi continua inoltre a pesare sulla sicurezza delle rotte marittime e sui mercati energetici, soprattutto nell'area dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più importanti per il commercio mondiale di petrolio.
Le parole pronunciate in Arizona introducono dunque un elemento nuovo nel dibattito sulla strategia americana. Trump non ha annunciato concessioni a Teheran, ma ha riconosciuto pubblicamente una difficoltà che potrebbe condizionare qualsiasi futuro tentativo diplomatico.
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