Pensioni, ipotesi uscita a 64 anni. La Cgil boccia il piano: «Assegni più bassi per tutta la vita»

di

Ennio Bassi

La Cgil contesta il ricalcolo interamente contributivo: secondo le simulazioni del sindacato, il taglio potrebbe superare i 180 euro al mese con una retribuzione annua di 35mila euro e crescere con gli stipendi più elevati

Andare in pensione a 64 anni, ma accettando un assegno più basso. È attorno a questo possibile scambio tra maggiore flessibilità in uscita e riduzione della pensione che si accende il confronto in vista della Legge di Bilancio 2027.

La proposta sostenuta dalla Lega punta ad allargare la possibilità del pensionamento anticipato a 64 anni anche a chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996 e rientra quindi nel sistema misto. L’ipotesi prevederebbe però il ricalcolo dell’intera pensione con il metodo contributivo.

Ed è proprio su questo punto che arriva la netta opposizione della Cgil, secondo cui il costo dell’anticipo finirebbe per essere sostenuto direttamente dai lavoratori attraverso una riduzione permanente dell’assegno.

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L’Osservatorio previdenza della Cgil ha provato a quantificare l’impatto attraverso alcune simulazioni.

Per un lavoratore con 40 anni di contributi e una retribuzione annua di 35mila euro, l’assegno calcolato con il sistema misto sarebbe di circa 1.726 euro mensili. Applicando integralmente il contributivo scenderebbe a circa 1.543 euro, con una perdita superiore a 182 euro al mese, pari al 10,6%.

Il divario aumenterebbe al crescere della retribuzione: con 50mila euro annui la riduzione stimata arriverebbe a circa 261 euro mensili, mentre con uno stipendio di 70mila euro supererebbe i 365 euro.

L’effetto concreto non sarebbe comunque uguale per tutti, perché dipenderebbe dalla storia contributiva individuale e, in particolare, dagli anni maturati prima del 1996.

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La proposta è ancora in fase di definizione e restano aperti alcuni aspetti essenziali, a partire dall’anzianità contributiva minima e dall’importo della pensione necessario per poter lasciare il lavoro a 64 anni.

Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha sostenuto l’esigenza di garantire una maggiore libertà nella scelta del momento del pensionamento, anche alla luce dei cambiamenti che stanno interessando il mercato del lavoro e della crescente diffusione dell’intelligenza artificiale.

La Cgil mette però l’accento sulle soglie economiche già previste per l’uscita anticipata nel sistema contributivo. Secondo i dati riportati dal sindacato, nel 2022 era necessario maturare un assegno pari ad almeno 2,8 volte quello sociale, circa 1.310 euro mensili. Nel 2026 la soglia ordinaria è salita a tre volte l’assegno sociale, pari a 1.638,72 euro al mese.

Dal 2030 è previsto un ulteriore incremento a 3,2 volte l’assegno sociale. Nella simulazione della Cgil ciò corrisponderebbe a circa 1.819 euro mensili.

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Nel confronto sulla prossima Manovra è tornata anche l’ipotesi di utilizzare le somme accumulate con il Tfr per contribuire al raggiungimento dei requisiti necessari all’uscita a 64 anni.

Anche su questo fronte il sindacato esprime una posizione fortemente contraria. Per la segretaria confederale Lara Ghiglione, il Tfr è «salario differito» di proprietà dei lavoratori e non può essere considerato una risorsa pubblica con cui finanziare una riforma previdenziale.

Secondo Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale, l’aumento delle soglie economiche sta inoltre rendendo progressivamente più difficile l’accesso alla pensione anticipata.

La critica del sindacato è quindi duplice: da una parte si innalzerebbe il livello dell’assegno necessario per uscire anticipatamente, dall’altra si chiederebbe ai lavoratori di utilizzare risorse proprie per raggiungerlo.

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A pesare sulla possibilità di accedere effettivamente al pensionamento anticipato sono anche i livelli retributivi. La Cgil prende come riferimento la retribuzione media annua indicata dall’Inps per il 2024 per i dipendenti privati considerati nella simulazione: 24.486 euro lordi.

La media, inoltre, presenta una significativa differenza tra uomini e donne: 27.967 euro per i primi contro 19.833 euro per le seconde.

Secondo una simulazione del sindacato, con 30mila euro di retribuzione annua e 30 anni di contributi, a 64 anni si maturerebbe una pensione di circa 1.110 euro mensili, ben al di sotto dei 1.638,72 euro indicati come soglia per il 2026. Anche l’aggiunta del Tfr, sostiene la Cgil, non sarebbe sufficiente a colmare la distanza.

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