di Ennio Bassi
«Diffidate degli investimenti che producono applausi. Le grandi mosse vengono solitamente accolte dagli sbadigli». Angelo Moratti parte da questa celebre considerazione del suo amico e mentore Warren Buffett per interpretare i risultati della recente ricerca Italy Private Equity Confidence Survey di Deloitte. Un richiamo alla necessità di guardare oltre i titoli più immediati e di distinguere tra ciò che attira l’attenzione del pubblico e ciò che può realmente produrre valore nel tempo
A una prima lettura, i dati della ricerca sembrano raccontare un mercato in rallentamento. Per il secondo semestre del 2026 sono previste 251 operazioni di private equity in Italia, il 28% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Il Deloitte PE Confidence Index scende inoltre da 111 a 95 punti, riflettendo un clima di maggiore prudenza determinato dalle tensioni geopolitiche, dalle incertezze sul commercio internazionale, dall’inflazione e dal rischio di nuove interruzioni nelle catene di fornitura.
Eppure, osserva Moratti, fermarsi al dato complessivo significherebbe perdere la trasformazione più importante in corso. Il mercato italiano del private equity non si sta arrestando: sta cambiando dimensione, priorità e terreno di azione.
Il dato decisivo contenuto nella ricerca di Deloitte riguarda infatti il valore delle operazioni attese. I deal inferiori a 30 milioni di euro dovrebbero rappresentare il 64,6% del totale, una quota in aumento rispetto alla precedente rilevazione. In particolare, le operazioni comprese tra 16 e 30 milioni raccoglierebbero il 37,5% delle preferenze, mentre quelle tra 5 e 15 milioni inciderebbero per il 18,8%.
Parallelamente, il peso delle transazioni superiori a 31 milioni di euro dovrebbe scendere al 35,4%, con una contrazione di oltre 19 punti percentuali rispetto al semestre precedente. È quindi in corso uno spostamento dalle grandi acquisizioni, capaci di conquistare le prime pagine dei giornali, verso interventi più piccoli, selettivi e meno visibili.
Proprio in questa apparente perdita di spettacolarità Moratti individua una delle opportunità più interessanti per gli investitori. Le operazioni di minori dimensioni riguardano spesso imprese familiari, aziende manifatturiere specializzate, realtà territoriali e società che possiedono tecnologie, competenze o prodotti di eccellenza, ma non dispongono ancora del capitale, della struttura manageriale o delle reti internazionali necessarie per compiere un salto dimensionale.
Sono imprese che raramente producono clamore. Non hanno la notorietà delle grandi società quotate e le loro acquisizioni difficilmente modificano, da sole, gli equilibri di un settore. Ma costituiscono una parte fondamentale del tessuto produttivo italiano e possono offrire agli investitori la possibilità di creare valore attraverso un lavoro paziente: rafforzamento della governance, digitalizzazione, sviluppo commerciale, internazionalizzazione e acquisizioni successive.
È qui che la citazione di Buffett acquista il suo significato più concreto. Le opportunità migliori non sono necessariamente quelle che suscitano il maggiore entusiasmo iniziale. Talvolta si trovano nei segmenti meno affollati e meno celebrati, nei quali la qualità dell’impresa conta più delle dimensioni dell’operazione e la capacità di accompagnare la crescita prevale sulla ricerca di un ritorno immediato.

La prudenza registrata da Deloitte non deve dunque essere confusa con una paralisi. Nel primo semestre del 2026 sono state concluse 299 operazioni, tra investimenti e disinvestimenti, per un valore comunicato complessivo di 1,6 miliardi di euro. Pur essendo inferiori al massimo raggiunto nella seconda metà del 2025, i volumi restano tra i più elevati degli ultimi anni. Inoltre, il 66,7% degli operatori si attende per il prossimo semestre un numero di deal sostanzialmente stabile e il 20,8% prevede addirittura una crescita. Soltanto il 12,5% ipotizza una contrazione.
Il mercato, quindi, non abbandona l’Italia. Diventa più disciplinato. Gli investitori esaminano con maggiore attenzione la sostenibilità dei modelli di business, la capacità delle aziende di proteggere i margini e la qualità delle squadre manageriali. La selettività aumenta, ma proprio questa fase può ridurre la distanza tra le aspettative di chi vende e quelle di chi compra, rendendo accessibili opportunità che due anni fa risultavano più costose o più difficili da intercettare.
Anche i settori preferiti confermano il legame con l’economia reale. La manifattura raccoglie il 28,7% delle indicazioni degli investitori, seguita dal Food & Beverage con il 13,9%, dai beni di consumo con il 12% e dal farmaceutico con il 9,3%. Non si tratta soltanto di comparti tradizionali: sono gli ambiti nei quali il patrimonio industriale italiano può essere integrato con tecnologia, nuovi mercati e competenze manageriali.
Un altro elemento centrale è il passaggio generazionale. La ricerca rileva una crescente attenzione degli operatori verso le imprese chiamate ad affrontare la successione familiare. Per migliaia di aziende italiane, l’ingresso di un fondo può rappresentare non semplicemente una vendita, ma uno strumento per assicurare continuità, introdurre competenze esterne e trasformare un’impresa familiare in un’organizzazione capace di competere a livello internazionale.
Cresce contemporaneamente il ruolo dell’intelligenza artificiale nella selezione dei potenziali investimenti: l’87,5% degli operatori considera la presenza di tecnologie AI un elemento rilevante nel processo decisionale, 12,5 punti percentuali in più rispetto alla precedente indagine. Per il 37,5% costituisce già un vero fattore strategico, mentre il 50% la valuta come una componente importante, sebbene ancora subordinata ai criteri finanziari e industriali tradizionali.
La lettura proposta da Moratti ribalta quindi la narrazione più superficiale. Le 251 operazioni previste non descrivono semplicemente una frenata. Segnalano un ritorno alla selezione, alla prossimità con le imprese e alla costruzione paziente del valore. Dopo una stagione caratterizzata da liquidità abbondante, valutazioni elevate e forte competizione sui grandi asset, il private equity italiano riscopre il segmento nel quale può esercitare una funzione industriale più profonda.
Per chi è disposto a lavorare su questa scala, con pazienza, competenza e capacità di scegliere, lo scenario può offrire opportunità che due anni fa erano meno visibili. Le piccole operazioni non producono necessariamente applausi e spesso non conquistano le cronache finanziarie. Ma è proprio tra quelle imprese, lontano dai riflettori, che si costruisce una parte rilevante della crescita italiana.
Il messaggio di Angelo Moratti è dunque chiaro: non bisogna confondere la minore dimensione dei deal con una minore qualità delle occasioni. Il private equity non sta rinunciando a investire. Sta tornando a guardare dentro il cuore produttivo del Paese, dove il capitale può ancora accompagnare aziende eccellenti verso una maggiore solidità, una governance più evoluta e una presenza internazionale. Ed è spesso qui, nel silenzio che circonda le operazioni meno appariscenti, che maturano le scelte destinate a produrre i risultati più importanti.
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