di Guido Talarico
Eravamo stati in gita scolastica. Quelle del liceo, dove si scherza e si ride per nulla. E lei era stata al gioco, come sempre. Usando quel suo umorismo tagliente era capace di stenderti con una battuta. Giocava a basket, anche con noi, ed era una di quelle che sapeva farsi sentire. Rita era una ragazza che notavi: alta, eterea, con una carnagione di un pallore inconsueto che unito ad un collo lunghissimo le davano eleganza e bellezza dal sapore antico. A scuola, manco a dirlo, era bravissima. Quel giorno in gita Rita era stata rilassata e divertente come al solito. Poi, saliti nell’autobus che ci doveva riportare a casa, mi accorsi che qualcosa era successo, era turbata, aveva uno sguardo infelice. Eravamo seduti vicini. Minuti di silenzio, poi con dolcezza mi prese le mani le accarezzò e con gli occhi che perdevano lacrime mi disse “guarda le nostre mani Guido, guardale bene e pensa a come saranno quando saremo vecchi. Le pieghe delle rughe, l’artrosi, le vene gonfie. Sarà terribile. Pensaci”. E prese a piangere, sommessamente. Parlava della caducità della vita. Avevamo 17 anni. Io non la capii, non compresi quel suo turbamento, né cosa volesse dirmi. Rita Marcucci, mia tenera compagna di scuola, artista e poetessa è morta qualche giorno fa a Nepi. Se ne è andata così, nel silenzio che ha accompagnato grande parte della sua vita. Donna acuta, colta, lettrice sofisticata aveva provato a dare corpo a quello che le ribolliva in animo prima con il cinema. Fece vari film. Il suo più noto forse fu “Didone ed Enea”. Roba da amatori, da cinefili con sopracciglia attento. Ad uno, insieme ad altri amici, presi parte anche io con una particina insignificante che aprì e chiuse la mia carriera di attore. Si intitolava “Rose rosso sangue”, lavoro che tra l'altro partecipò anche al Torino Film Festival. Anche su questo titolo, uscito nel 1986, lei provò a farci riflettere. Ma per il cinema ci volevano soldi. E Rita coi soldi non è mai stata brava. In quegli anni 80, dove tutti cercavano una strada, anche Rita cercò la sua. Mondi difficili, dove le porte si chiudono facilmente anche se hai l’idea migliore del mondo. Partì per New York, dove studiò cinema, poi ritornò. Trovò due grandi amori, tanto brillanti quanto diversi tra di loro: uno argentino che sarebbe diventato un miliardario e l’altro, mio carissimo amico, che sarebbe diventato un professore universitario di economia. Rita si staccò da entrambi continuando a cercare se stessa e a inseguire ossessivamente le sue ambizioni. In quel periodo la persi di vista. Ne avevo notizie ogni tanto di rimbalzo. La ricontrai a fine anni 90. Rita aveva passato guai grossi. Era stata molto male, aveva avuto un figlio che però non aveva potuto crescere proprio a causa del suo stato di salute. Un dolore di cui non parlava ma che le era dipinto sul volto. Forse fu proprio tutta quella sofferenza a permettergli di trovato un modo per tirare fuori dalla profondità dei suoi pensieri le paure, le emozioni, le sfaccettature più recondite dell’animo umano che lei a tratti vedeva prima degli altri. Il suo modo, che finalmente trovò, era la poesia. Rita dal suo eremo viterbese cominciò a scrivere. Con la sorella Ornella sempre vicina, e nonostante i danni e i dolori che la segnavano, prese a tradurre in sui pensieri in versi. Pubblicò vari lavori, uno degli ultimi si intitolava "Un mondo migliore". E con le poesie, grazie anche all'aiuto degli amici dell'Associazione culturale Antiquaviva, trovò uno scopo e una chiave per affrontare da sola la vita e per dedicare attenzione, anche se a distanza, all’amatissimo figlio che era stato affidato al fratello. La bellezza delle poesie di Rita è già qui. Con le parole messe bene in fila, Rita è riuscita a dare un senso a quei pensieri che invece si intrecciano e si confondono nel sentire comune e talvolta anche in lei stessa. Nei primi anni 2000 io stesso pubblicai un piccolo libro con le sue poesie. Quando glielo portai scorsi nei suoi occhi quel fulmine brillante e triste che aveva sempre animato il suo sguardo. Rita era una delle prime della classe e quel piglio lo ha sempre mantenuto finché la salute glielo ha consentito. Certo non ha raccolto i frutti del suo talento, né i successi che si immaginava potesse ottenere. Un peso al quale i primi della classe non sono abituati. Ma alla fine è riuscita a fare vedere le mani da vecchio anche a chi come me non le voleva immaginare. E alla fine è proprio questa la magia che rende poeti e artisti persone speciali. Fai buon viaggio amica mia e grazie per le rose che ci hai donato, belle proprio perché erano di un rosso che non avevamo saputo distinguere.
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