Attacco a Lipsia, uno dei presunti agenti di Mosca entrò in Europa con un visto italiano. Tajani: «Faremo accertamenti»

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Mario Tosetti

Svolta nell’inchiesta sull’attacco con droni esplosivi a Lipsia: uno dei sospetti legati a Mosca sarebbe entrato nello spazio Schengen grazie a un visto turistico rilasciato dall’Italia. Tajani annuncia verifiche, mentre il Copasir chiede un’informativa

Attacco a Lipsia, uno dei presunti agenti di Mosca entrò in Europa con un visto italiano. Tajani: «Faremo accertamenti»

L'inchiesta sul tentato attacco con droni esplosivi all'aeroporto di Lipsia/Halle arriva direttamente in Italia. Uno dei presunti componenti del gruppo ritenuto dagli investigatori tedeschi responsabile dell'operazione sarebbe infatti entrato nello spazio Schengen grazie a un visto turistico rilasciato dalle autorità italiane.

Si tratta di un cittadino bielorusso, in possesso anche di passaporto russo, identificato dagli investigatori tedeschi nell'ambito delle indagini sul fallito attentato dello scorso agosto.

Il documento che gli avrebbe consentito l'ingresso in Europa sarebbe stato rilasciato alla fine di aprile dall'ambasciata italiana a Minsk. Una circostanza che ha immediatamente fatto scattare verifiche da parte delle autorità italiane e che potrebbe riaprire a Bruxelles il confronto sulle regole per il rilascio dei visti turistici a cittadini russi e bielorussi.

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C'è però una distinzione fondamentale. Avere ottenuto un visto italiano non significa necessariamente essere entrati fisicamente in Europa attraverso l'Italia.

Le prime verifiche condotte dagli apparati di sicurezza italiani avrebbero infatti dato esito negativo sul transito dell'uomo nel nostro Paese.

Secondo fonti qualificate, il bielorusso non risulta essere mai passato dall'Italia. Gli approfondimenti sono comunque ancora in corso per ricostruire esattamente il suo percorso all'interno dell'area Schengen.

Il punto delicato è quindi un altro: capire come un uomo successivamente individuato come possibile componente di una rete legata a Mosca abbia potuto ottenere un visto turistico italiano e se, al momento della richiesta, esistessero elementi che avrebbero potuto far scattare un allarme.

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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato immediatamente verifiche sulla procedura seguita.

«Controlleremo», ha spiegato il vicepremier, ricordando che per il rilascio di un visto devono essere rispettati determinati requisiti. Se il richiedente li possiede e nelle banche dati non compare alcun alert a suo carico, ha sottolineato Tajani, il documento viene normalmente concesso.

Il ministro vuole quindi verificare quali informazioni fossero disponibili sull'uomo al momento della richiesta e perché non siano emersi eventuali elementi ostativi.

La questione assume un peso particolare perché, secondo le informazioni provenienti dalla Germania, il sospettato avrebbe avuto precedenti nei Paesi baltici. Gli investigatori tedeschi sarebbero riusciti a identificarlo anche attraverso il confronto delle tracce di Dna con quelle presenti nelle banche dati europee.

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Il bielorusso non sarebbe un personaggio marginale nell'inchiesta.

Il suo Dna sarebbe stato individuato all'interno di uno dei droni, sul contenitore utilizzato per il materiale esplosivo e su un'antenna installata nei pressi dell'aeroporto, che avrebbe avuto la funzione di potenziare il segnale utilizzato per guidare gli apparecchi.

È proprio attraverso questi elementi che gli investigatori tedeschi sarebbero riusciti a risalire alla sua identità.

Il sospettato avrebbe avuto precedenti in Finlandia e Lituania. Resta adesso da stabilire se queste informazioni fossero già presenti e accessibili nelle banche dati consultate dalle autorità italiane quando venne presentata la domanda di visto.

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L'inchiesta tedesca ha portato all'identificazione anche di un secondo uomo, di origine russa e in possesso di passaporto lettone.

La sua posizione appare ancora più delicata. Secondo le informazioni raccolte dalla televisione pubblica tedesca ARD, l'uomo avrebbe collegamenti con un servizio di intelligence russo e avrebbe svolto un ruolo di coordinamento e supporto logistico nell'operazione.

Gli investigatori ne avrebbero ricostruito anche gli spostamenti: sarebbe arrivato in Germania attraverso l'aeroporto di Berlino-Brandenburg alla fine di luglio, avrebbe noleggiato un'auto per raggiungere la Sassonia e sarebbe ripartito in aereo dalla capitale tedesca due giorni prima dell'attacco.

Le indagini, tuttavia, potrebbero essere più ampie. Secondo alcune ricostruzioni della stampa tedesca, le persone sulle quali si stanno concentrando gli investigatori sarebbero complessivamente quattro.

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Il caso del visto italiano arriva mentre la Germania ha già compiuto un passaggio politico molto pesante, attribuendo alla Russia la responsabilità dell'operazione.

Per Berlino, l'attacco all'aeroporto di Lipsia rappresenterebbe un episodio della guerra ibrida condotta da Mosca contro l'Europa, attraverso soggetti reclutati per compiere sabotaggi e operazioni clandestine senza un coinvolgimento ufficiale delle strutture russe.

Mosca respinge invece le accuse e parla di una provocazione.

Il caso resta quindi sul terreno delle indagini giudiziarie e dell'intelligence: il coinvolgimento dei due uomini è ancora oggetto di accertamento e le responsabilità penali dovranno essere stabilite dalle autorità competenti.

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La vicenda ha immediatamente aperto anche un fronte politico italiano.

Il Copasir ha deciso di chiedere un'informativa per approfondire il rilascio del visto e ricostruire le informazioni che erano a disposizione delle autorità italiane.

Anche le opposizioni si stanno muovendo in Parlamento. Sono stati annunciati atti per chiedere al governo chiarimenti sulle procedure seguite dall'ambasciata italiana a Minsk e sull'eventuale presenza di precedenti del sospettato nelle banche dati europee.

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La vicenda di Lipsia rischia però di produrre conseguenze che vanno ben oltre l'Italia.

L'Alta rappresentante dell'Unione europea Kaja Kallas ha già rilanciato la necessità di limitare il rilascio dei visti turistici ai cittadini russi e bielorussi.

Il ragionamento europeo è semplice: se venisse confermato che uno dei sospetti dell'attacco è riuscito a entrare legalmente nello spazio Schengen utilizzando un normale visto turistico, diventerebbe necessario riesaminare i sistemi di controllo utilizzati prima di concedere l'ingresso.

Ed è proprio qui che l'Italia entra nella storia di Lipsia.

Il sospettato, secondo le verifiche disponibili, non sarebbe passato materialmente dal territorio italiano. Ma il documento che gli avrebbe aperto le porte dello spazio Schengen era italiano.

Ora Farnesina, servizi di sicurezza e Copasir dovranno capire quali informazioni fossero disponibili quando il visto venne concesso e se il sistema di controlli abbia funzionato correttamente. Un dettaglio apparentemente burocratico che, dopo l'attacco di Lipsia, è diventato una questione di sicurezza europea.

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