Come può il Paese che possiede le maggiori riserve petrolifere del pianeta essere precipitato in una crisi economica e sociale tanto profonda? È il paradosso al centro di Missione impossibile, il libro scritto da Sergio Luciano e Baldo Sansò, protagonista di un’intervista video pubblicata da Rai Cultura. Un racconto che attraversa l’ascesa di Hugo Chávez, il progressivo impoverimento del Venezuela e gli anni del potere di Nicolás Maduro, ma che soprattutto prova a spiegare perché una ricchezza naturale straordinaria non sia bastata a garantire prosperità alla popolazione.
A ricostruire questa parabola è una voce particolare: quella di Baldo Sansò, consulente internazionale italo-venezuelano che lavorò al fianco del governo Chávez come superconsulente economico. Un osservatore che non ha conosciuto il Venezuela soltanto attraverso le statistiche, ma ha partecipato direttamente al tentativo di ridefinire i rapporti tra lo Stato e l’industria petrolifera. Nell’intervista a Rai Cultura, insieme al giornalista e coautore Sergio Luciano, Sansò ripercorre le scelte compiute in quegli anni e le contraddizioni di un modello economico che avrebbe dovuto restituire al Paese il controllo delle proprie risorse.
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«Quando ho avuto voglia di scrivere questo libro, l’ho fatto per rispondere alla domanda che mi facevano tutti in Italia», racconta Sansò, ricordando le proprie radici familiari divise tra Italia e Venezuela. La domanda era sempre la stessa: come aveva potuto un Paese tanto ricco diventare tanto povero? Una risposta che, secondo l’ex consulente, non può fermarsi alla corruzione o alla cattiva amministrazione, pur riconoscendone il peso.
«Il petrolio è così profittevole che praticamente crea degli incentivi in una società per farla diventare dipendente da se stesso», spiega Sansò. Il meccanismo è quello di un’economia che, invece di sviluppare nuove attività produttive, concentra le proprie energie sulla distribuzione della rendita petrolifera. «Invece di creare valore, la società tutta gira intorno a cercare di ottenere un pezzo di quella torta che porta il petrolio tutti i giorni».
È il fenomeno conosciuto dagli economisti come malattia olandese: l’abbondanza di una risorsa naturale può indebolire gli altri settori dell’economia, ridurre la diversificazione produttiva e rendere un intero Paese vulnerabile alle oscillazioni del mercato energetico. Secondo Sansò, questa dinamica attraversa almeno mezzo secolo di storia venezuelana e non nasce con il chavismo, anche se le scelte dei governi successivi hanno contribuito a determinarne gli esiti.
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La vicenda personale di Sansò si intreccia con quella del Venezuela alla fine degli anni Novanta. Professionista attivo tra Stati Uniti e Italia, viene chiamato a collaborare con il governo di Hugo Chávez nell’ambito della politica economica e petrolifera. L’obiettivo dichiarato era recuperare per lo Stato una quota maggiore dei proventi dell’estrazione, modificando gli equilibri con le grandi compagnie internazionali.
«Chávez ha cercato, e noi abbiamo cercato di aiutarlo, a riprendersi la sovranità petrolifera», afferma Sansò nell’intervista. E porta un dato che considera decisivo: alla fine degli anni Novanta, secondo la sua ricostruzione, allo Stato venezuelano arrivavano circa 12-13 centesimi per ogni dollaro generato dal petrolio. Alla morte di Chávez, nel 2013, quella quota sarebbe salita fino a sfiorare i 90 centesimi.
«È stato veramente un riscatto dello Stato nei confronti dei grossi interessi petroliferi mondiali», sostiene il consulente. Ma è proprio qui che il racconto cambia direzione. Perché recuperare il controllo della rendita non significa necessariamente saperla trasformare in sviluppo. «Ma che cosa si sia fatto di questi soldi? È lì che c’è poi il dettaglio e il problema», osserva Sansò, individuando nella gestione delle risorse il nodo centrale del fallimento venezuelano.
Il libro, sottolinea Sergio Luciano, nasce anche dalla volontà di raccontare una contraddizione che va oltre i confini nazionali. La vicenda venezuelana diventa così una riflessione sulle difficoltà dei modelli economici fondati su un forte intervento dello Stato e sul rapporto, spesso conflittuale, tra potere politico, imprese e grandi interessi internazionali.
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Nella conversazione pubblicata da Rai Cultura, Luciano e Sansò affrontano anche la fase più recente della storia venezuelana, segnata dalla fine del potere di Nicolás Maduro dopo l’intervento delle forze speciali statunitensi all’inizio del 2026. Luciano descrive il sollievo di una parte della popolazione per l’uscita di scena di un governo accusato di repressione e violazioni dei diritti umani, ma invita a distinguere le aspettative democratiche dei venezuelani dagli interessi strategici di Washington.
Secondo la lettura proposta dal giornalista, l’operazione americana risponde soprattutto alla volontà di rafforzare l’accesso degli Stati Uniti alle immense riserve energetiche venezuelane. Un’interpretazione politica che, nell’intervista, si intreccia con l’analisi di Sansò sul ruolo del petrolio negli equilibri internazionali.
«Il tesoro energetico del pianeta si trova nella faja petrolifera dell’Orinoco, che è in Venezuela», osserva Sansò, insistendo sul valore strategico delle riserve del Paese. Per l’ex consulente, l’interesse americano si spiega anche con la necessità di assicurarsi risorse a lungo termine. Le sue valutazioni sulla durata delle riserve statunitensi e sulla portata dei nuovi accordi petroliferi rappresentano una chiave di lettura espressa nell’intervista, non una stima indipendentemente verificata.
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Al di là della competizione tra potenze, Sansò individua un elemento di novità nel clima interno al Venezuela: la speranza di un miglioramento economico dopo anni di crisi, sanzioni e produzione petrolifera ridotta. «Adesso, uscito Maduro, la sensazione che si ha è che il Venezuela rientrerà nel concerto internazionale», afferma, riferendo le aspettative di una ripresa degli investimenti e delle attività produttive.
Ma il passaggio decisivo, nella sua analisi, resta quello politico. Sansò considera indispensabile il ritorno alle urne, non soltanto per consentire ai cittadini di scegliere chi debba governare, ma anche per dare al futuro presidente una legittimazione costituzionale più solida nei negoziati con le compagnie petrolifere internazionali.
Il risultato elettorale, osserva, non dovrebbe essere dato per scontato: potrebbero prevalere esponenti dell’area chavista, come Delcy Rodríguez, oppure figure dell’opposizione, tra cui María Corina Machado. Ciò che conta è che il governo incaricato di gestire la nuova fase possa farlo sulla base di un mandato democratico riconosciuto.
«È importante che ci siano elezioni», insiste Sansò, perché il presidente eletto «avrà una forza costituzionale diversa per poter trattare con le grosse società petrolifere che oggi hanno gli occhi puntati sugli interessi del petrolio in Venezuela».
È qui che Missione impossibile ritrova il senso del proprio titolo. La sfida non è soltanto estrarre petrolio, venderlo o assicurare allo Stato una percentuale maggiore dei ricavi. È riuscire a trasformare una ricchezza eccezionale in benessere diffuso, istituzioni solide e un’economia capace di sopravvivere anche al di fuori del settore energetico. Una missione che il Venezuela, secondo la testimonianza di Baldo Sansò raccolta da Rai Cultura, non è ancora riuscito a compiere.

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