Sale ancora la tensione tra Arabia Saudita e Houthi. I ribelli yemeniti sostenuti dall’Iran hanno rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi strategici del Regno, indicando tra i bersagli l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, una raffineria di Saudi Aramco a Rabigh e installazioni militari e aeroportuali nel sud del Paese.
Secondo il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, l’offensiva sarebbe stata condotta principalmente attraverso droni, missili balistici e missili da crociera.
Nelle ore successive sono state segnalate forti esplosioni nell’area dell’aeroporto della capitale. Diverse testimonianze rilanciate sui social hanno riferito della sospensione di alcuni atterraggi e della chiusura di gate. Secondo l’agenzia iraniana Tasnim, inoltre, alcuni velivoli in arrivo avrebbero ricevuto indicazioni di non atterrare nello scalo.
Le informazioni sull’effettiva portata degli attacchi e dei danni restano tuttavia legate, in questa fase, alle rivendicazioni delle parti e alle testimonianze riportate dalle diverse fonti regionali.
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L’offensiva si inserisce in una fase particolarmente delicata per il sistema energetico saudita. Nei giorni precedenti gli Houthi avevano già rivendicato attacchi contro infrastrutture di Aramco e contro una stazione di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest a Khurais, a est di Riad.
Secondo una fonte del settore energetico citata dall’Afp, i danni alla stazione sarebbero stati significativi e avrebbero provocato una nuova interruzione del pompaggio.
L’oleodotto ha assunto un'importanza ancora maggiore nell’attuale scenario regionale perché permette all’Arabia Saudita di trasferire il greggio dai giacimenti orientali verso il Mar Rosso evitando lo Stretto di Hormuz.
Proprio Hormuz resta uno dei punti più sensibili della crisi. L’UK Maritime Trade Operations ha riferito che una petroliera in transito nello stretto sarebbe stata fermata dalle Guardie rivoluzionarie iraniane e costretta a invertire la rotta sotto minaccia di un attacco.
La pressione sulle rotte energetiche e sulle infrastrutture saudite rischia quindi di produrre conseguenze ben oltre il Medio Oriente.
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Alla crescente minaccia contro l’Arabia Saudita corrisponde un rafforzamento delle alleanze militari del Regno.
Turchia e Pakistan hanno annunciato l'intenzione di procedere a un rapido dispiegamento di forze in territorio saudita nell'ambito dell'accordo di difesa reciproca che lega i tre Paesi.
Dopo una riunione a Riad, i governi hanno dichiarato di voler dare attuazione agli impegni di difesa collettiva, mettendo a disposizione le capacità militari concordate. L'obiettivo dichiarato è aumentare la preparazione operativa, migliorare il coordinamento tra le rispettive forze armate e rafforzare la capacità di risposta alle minacce.
Il patto, sottoscritto ad agosto dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e dal premier pachistano Shehbaz Sharif, stabilisce il principio secondo il quale un attacco armato contro uno dei tre Stati viene considerato una minaccia alla sicurezza di tutti.
Ankara, Islamabad e Riad hanno inoltre condannato gli attacchi contro città, infrastrutture civili ed economiche saudite.
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La nuova ondata di attacchi arriva mentre sul territorio yemenita è in corso un'altra partita militare.
Il governo dello Yemen riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall'Arabia Saudita ha lanciato l'offensiva denominata “Alba dello Yemen”, con l'obiettivo di riconquistare le aree finite sotto il controllo degli Houthi.
Le forze governative hanno annunciato di aver ripreso la città portuale di Mocha e posizioni strategiche nell'area di Bab el-Mandeb, uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il commercio internazionale.
Gli Houthi hanno però respinto questa ricostruzione, definendo gli annunci delle forze governative “false imprese”. Anche in questo caso, dunque, le versioni delle parti coinvolte divergono.
Il controllo di Bab el-Mandeb ha un'importanza che supera ampiamente i confini dello Yemen: attraverso lo stretto transitano le rotte che collegano il Mar Rosso all'Oceano Indiano, fondamentali per il traffico commerciale ed energetico internazionale.
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La tensione coinvolge direttamente anche gli Stati Uniti.
Secondo quanto riferito dalla Nbc, Washington avrebbe ritirato alcuni bombardieri dalla base RAF di Fairford, nel Regno Unito, anche in seguito a informazioni relative a un possibile attacco condotto con droni iraniani.
Funzionari americani citati dall'emittente non avrebbero precisato se la minaccia fosse imminente. La decisione di trasferire gli aerei sarebbe stata presa anche come misura precauzionale, considerando che i bombardieri statunitensi possono essere rischierati da altre basi.
Il presidente Donald Trump aveva già fatto riferimento a minacce alla sicurezza alla base della decisione di spostare i velivoli.
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Parallelamente resta elevatissima la tensione sul fronte israeliano. Il ministro della Difesa Israel Katz ha disposto lo stato di massima allerta delle forze armate alla vigilia dell'anniversario dell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Secondo il ministero della Difesa israeliano, la decisione sarebbe collegata a informazioni di intelligence su possibili nuovi attacchi di Hamas.
Nella mattinata del 6 ottobre è stato inoltre segnalato un nuovo raid israeliano su Gaza City. Secondo fonti dell'Al-Shifa Medical Complex citate da Al Jazeera, nell'attacco sarebbe morto almeno un palestinese e un'altra persona sarebbe rimasta ferita.
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L'escalation sta intanto presentando un conto sempre più pesante anche all'Europa. Intervenendo al Parlamento europeo a Strasburgo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che dall'inizio della guerra in Iran l'Unione europea avrebbe sostenuto circa 100 miliardi di euro di costi aggiuntivi per le importazioni di combustibili fossili.
Secondo von der Leyen, il prezzo del gas sarebbe aumentato del 140%, mentre quello del diesel sarebbe raddoppiato, con conseguenze dirette sulle famiglie e sulle imprese europee.
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