Mettere in ordine i bilanci pubblici sarà inevitabile. Ma pensare di farlo soltanto aumentando le tasse o riducendo la spesa rischia di produrre l’effetto opposto: indebolire ulteriormente un’Europa che già cresce troppo poco. È il nuovo monito di Mario Draghi, che da Zurigo torna a indicare nella crescita, nell’integrazione e negli investimenti la strada per evitare che il continente perda ancora terreno rispetto a Stati Uniti e Cina.
Intervenendo al Politecnico federale di Zurigo, l’ex presidente della Bce ed ex presidente del Consiglio ha ricostruito le fragilità dell’architettura economica europea partendo da una questione apparentemente tecnica: il rapporto tra crescita, debito pubblico e tassi di interesse.
Il messaggio rivolto ai governi è però molto concreto. La stabilità dei conti rimane indispensabile, ma la disciplina fiscale da sola non è sufficiente. Se l’economia non cresce abbastanza, ridurre il debito diventa sempre più difficile e aumenta il rischio che il peso degli interessi finisca per comprimere investimenti e sviluppo.
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Per anni l’Europa ha potuto contare su condizioni finanziarie particolarmente favorevoli. Durante la crisi del debito sovrano, e successivamente negli anni della bassa inflazione, la Banca centrale europea ha assunto un ruolo determinante nel sostenere l’economia.
Draghi ha ricordato che le misure adottate dalla Bce, compresi i tassi negativi e gli acquisti di titoli, contribuirono ad abbassare sensibilmente i rendimenti a lungo termine e a sostenere occupazione e crescita.
Quella stagione, però, è finita.
I tassi di interesse a lungo termine sono oggi condizionati molto più di allora da fenomeni globali sui quali Francoforte ha un controllo limitato: dalla politica fiscale americana alla gigantesca quantità di capitali destinati agli investimenti tecnologici e all’intelligenza artificiale.
Per Draghi questo significa che non si può più chiedere alla politica monetaria di compensare ciò che l’economia europea non riesce a produrre.
La Bce può garantire la stabilità dei prezzi. Non può sostituire le riforme, gli investimenti e le decisioni politiche necessarie per aumentare la produttività.
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Ed è proprio la produttività uno dei punti più delicati.
Dal 2019 quella statunitense è cresciuta mediamente dell’1,8% l’anno, mentre nell’area euro l’incremento si è fermato intorno allo 0,3%.
Una distanza che non riguarda soltanto i numeri della crescita, ma la capacità delle imprese europee di competere nei settori tecnologici destinati a determinare gli equilibri economici dei prossimi anni.
Anche il valore delle aziende racconta quanto si sia ampliato il divario. Tra il 2008 e il 2023 la differenza di capitalizzazione tra le società statunitensi e quelle europee è passata da circa 3mila a 34mila miliardi di dollari.
Per Draghi la frammentazione del mercato europeo è una delle ragioni di questa debolezza.
Ventisette mercati nazionali, regole differenti, mercati finanziari ancora incompleti e investimenti dispersi impediscono alle imprese europee di raggiungere la stessa scala dei concorrenti americani e cinesi.
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È qui che il discorso di Zurigo diventa soprattutto politico.
Le riforme nazionali rimangono necessarie, ma non sono più sufficienti per affrontare investimenti che richiedono dimensioni continentali. Tecnologia, energia, infrastrutture digitali e difesa hanno costi e necessità di scala che difficilmente possono essere sostenuti dai singoli Stati.
Per questo Draghi torna a chiedere una maggiore integrazione europea.
Il mercato unico dei servizi deve essere completato, così come l’Unione dei mercati dei capitali, in modo da utilizzare meglio il risparmio europeo e indirizzarlo verso gli investimenti produttivi.
L’alternativa sarebbe continuare con una risposta frammentata, nella quale ciascun governo tenta di proteggere le proprie imprese e finanziare autonomamente le proprie priorità, mentre Stati Uniti e Cina possono contare su mercati molto più grandi e politiche industriali di dimensione continentale.
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Tra i settori sui quali Draghi chiede di accelerare c’è soprattutto l’intelligenza artificiale.
L’ex presidente della Bce propone un programma europeo da 100 miliardi di euro per favorire l’adozione dell’IA da parte delle imprese e ridurre il ritardo accumulato rispetto agli Stati Uniti.
Secondo le stime richiamate da Draghi, una diffusione più rapida dell’intelligenza artificiale potrebbe aggiungere fino a 0,4 punti percentuali alla crescita della produttività europea.
Il problema non è soltanto sviluppare nuovi modelli, ma disporre delle infrastrutture necessarie per utilizzarli: capacità di calcolo, energia, data center, reti e capitali.
Gli investimenti necessari per costruire una capacità europea competitiva nel settore potrebbero raggiungere 1.300 miliardi di euro entro il 2030.
Sono cifre che spiegano perché, nella visione di Draghi, continuare a ragionare esclusivamente su scala nazionale non sia più sufficiente.
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Il messaggio non riguarda soltanto governi e istituzioni europee.
Draghi rivolge implicitamente un avvertimento anche alla Bce: la stabilizzazione dell’inflazione non dovrebbe avvenire mantenendo i tassi di interesse a livelli tali da indebolire eccessivamente un’economia già caratterizzata da una crescita modesta.
Il problema diventa particolarmente rilevante quando si guarda al debito.
All’inizio del prossimo decennio il costo medio sostenuto dagli Stati europei per finanziarsi potrebbe superare il ritmo della crescita nominale delle loro economie. Se accadesse, stabilizzare il rapporto tra debito e Pil diventerebbe molto più difficile.
La risposta tradizionale sarebbe aumentare le tasse o ridurre la spesa.
È precisamente la strada che Draghi considera insufficiente se non viene accompagnata da una strategia capace di aumentare il potenziale di crescita.
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Il richiamo arriva mentre diversi governi europei devono contemporaneamente affrontare debiti elevati, maggiori spese per la difesa, investimenti nella transizione energetica e tecnologica e nuovi shock sui prezzi dell’energia.
In questo contesto il risanamento dei bilanci non può essere rinviato indefinitamente.
Ma per Draghi la sostenibilità del debito non può trasformarsi in un obiettivo separato dalla crescita. Un consolidamento basato esclusivamente su tagli e nuove entrate rischierebbe di comprimere l’economia, rendendo ancora più difficile ridurre il peso del debito.
È una lezione che l’ex presidente della Bce riconduce anche alla crisi europea dello scorso decennio, quando l’austerità adottata da diversi Paesi contribuì a deprimere la domanda e costrinse la politica monetaria a sostenere più direttamente l’economia.
Oggi quello spazio è molto più ridotto.
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Il punto di arrivo del ragionamento è quindi più ampio della politica monetaria.
Per Draghi l’Europa deve assumere la crescita come una responsabilità comune, allo stesso livello della stabilità finanziaria e della disciplina dei conti.
Significa completare l’integrazione dei mercati, mobilitare il risparmio privato, finanziare investimenti comuni e costruire una dimensione europea nei settori nei quali la scala nazionale non è più sufficiente.
Il monito di Zurigo riprende così il filo del rapporto sulla competitività europea presentato da Draghi nel 2024, ma lo porta un passo più avanti.
Allora l’allarme riguardava soprattutto la perdita di competitività del continente. Oggi la questione investe direttamente la sostenibilità del modello economico europeo.
Perché, se i tassi restano più alti e la crescita rimane debole, tenere sotto controllo i debiti diventa progressivamente più difficile. E affidarsi ancora una volta alla Banca centrale per compensare l’assenza di crescita non è più una soluzione disponibile.
Il messaggio ai governi europei è quindi semplice: il rigore resta necessario, ma senza crescita rischia di non bastare più.
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