Israele si prepara a tornare alle urne il prossimo 27 ottobre, in un appuntamento elettorale destinato a segnare una fase importante della storia politica del Paese. Per la prima volta dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, gli israeliani saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti alla Knesset, il Parlamento nazionale, e a pronunciarsi indirettamente sulla permanenza al governo di Benjamin Netanyahu.
Il voto arriva dopo tre anni nei quali la sicurezza è tornata a occupare ogni spazio del dibattito pubblico. La guerra nella Striscia di Gaza, gli scontri con Hezbollah in Libano, il confronto militare con l'Iran e il deterioramento dei rapporti con una parte della comunità internazionale hanno modificato profondamente il contesto nel quale si svolge la campagna elettorale.
Ma accanto alle questioni militari pesano le divisioni interne, il costo della vita, il rapporto tra Stato e religione e la responsabilità politica per le falle nella sicurezza emerse il 7 ottobre.
Netanyahu, il primo ministro più longevo della storia israeliana, punta a ottenere un nuovo mandato. A contendergli il controllo del prossimo Parlamento non c'è però un'unica coalizione compatta, bensì un insieme di forze politiche differenti, tra le quali ha acquisito particolare visibilità il partito Yashar dell'ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot.
Le rilevazioni disponibili descrivono una competizione aperta e frammentata, nella quale la possibilità di formare una maggioranza parlamentare dipenderà dagli equilibri tra i partiti più che dal risultato di un singolo leader.
Il 27 ottobre le prime elezioni dopo il 7 ottobre 2023
Le elezioni israeliane si terranno martedì 27 ottobre, data confermata dopo lo scioglimento della Knesset, avvenuto il 17 luglio.
Il Parlamento uscente ha completato sostanzialmente l'intera legislatura, un evento poco frequente nella storia politica israeliana, caratterizzata da governi di coalizione spesso esposti a crisi anticipate.
Il sistema elettorale prevede l'assegnazione proporzionale dei 120 seggi della Knesset. Per entrare in Parlamento, una lista deve superare la soglia nazionale del 3,25% dei voti validi.
Non esiste un'elezione diretta del primo ministro: dopo il voto, il presidente dello Stato consulta i partiti rappresentati in Parlamento e affida a un esponente politico l'incarico di formare un governo.
Per ottenere la fiducia è necessario costruire una coalizione capace di contare su almeno 61 deputati.
È questo il dato centrale della competizione. Anche il partito che dovesse conquistare il maggior numero di seggi potrebbe non essere in grado di guidare il Paese senza accordi con altre formazioni.
Netanyahu cerca un nuovo mandato dopo le guerre a Gaza e in Iran
Benjamin Netanyahu affronta la campagna elettorale rivendicando i risultati militari conseguiti durante il suo governo e la capacità di Israele di contrastare le minacce provenienti dai gruppi armati e dagli Stati ostili nella regione.
Il leader del Likud insiste sulla necessità di garantire la sicurezza nazionale e di impedire che Hamas, Hezbollah e l'Iran possano ricostituire capacità militari considerate pericolose per Israele.
La sua posizione è però contestata dalle opposizioni, che gli attribuiscono responsabilità politiche per le carenze emerse prima degli attacchi del 7 ottobre e criticano la gestione delle successive operazioni militari.
Anche il rapporto con le famiglie degli ostaggi e con i movimenti che hanno chiesto un accordo per la loro liberazione ha rappresentato uno dei principali terreni di scontro.
Per una parte dell'elettorato, le operazioni militari degli ultimi anni costituiscono un elemento da valutare positivamente nella strategia di sicurezza del Paese. Per altri, il bilancio deve comprendere anche i costi umani, economici e diplomatici delle guerre.
Le elezioni offriranno dunque agli israeliani la prima occasione per esprimere un giudizio politico complessivo sull'operato del governo durante questo periodo.
Gadi Eisenkot, l'ex generale che sfida il Likud
Tra i protagonisti della campagna elettorale emerge Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e leader del partito Yashar.
La sua candidatura si rivolge soprattutto a quegli elettori che considerano prioritaria la sicurezza, ma chiedono un cambiamento nella guida politica del Paese.
Eisenkot ha costruito la propria immagine pubblica attorno all'esperienza militare e alla richiesta di una gestione più responsabile delle istituzioni.
La sua posizione non coincide con quella della sinistra israeliana tradizionale. Anche l'ex generale sostiene una linea rigorosa sulla sicurezza nazionale e sulla necessità di contrastare le minacce militari.
La differenza con Netanyahu riguarda soprattutto la fiducia nella leadership, il funzionamento delle istituzioni e la capacità di ricostruire un consenso interno dopo anni di forti divisioni.
La presenza di Eisenkot modifica gli equilibri dell'opposizione, perché intercetta una parte dell'elettorato moderato e conservatore che non si riconosce più nell'attuale primo ministro.
Ma la sua crescita pone anche un problema agli altri partiti contrari a Netanyahu: la competizione per gli stessi elettori rischia di rendere più difficile la costruzione di un fronte parlamentare comune.
Sondaggi, il Paese è diviso e nessun blocco ha una maggioranza certa
Le rilevazioni pubblicate negli ultimi giorni mostrano quanto sia difficile tradurre il consenso elettorale in una maggioranza parlamentare.
Un sondaggio dell'emittente pubblica Kan, diffuso il 12 ottobre, attribuisce 22 seggi a Yashar e 20 al Likud. Nella stessa indagine Eisenkot ottiene il 43% delle preferenze alla domanda su chi sia più adatto a ricoprire l'incarico di primo ministro, contro il 38% di Netanyahu.
La distribuzione dei seggi tra le coalizioni presenta però un quadro differente: il blocco legato al premier viene accreditato di 53 deputati, quello delle forze di opposizione considerate nella rilevazione di 50, mentre i restanti seggi sono attribuiti a partiti esterni ai due schieramenti.
Un'altra indagine, pubblicata da Channel 12, indica invece 67 seggi complessivi per le forze contrarie a Netanyahu, includendo anche i partiti arabi, contro 49 per il blocco governativo. Ma non tutte queste formazioni hanno dichiarato di essere disponibili a sostenere lo stesso esecutivo.
Le differenze tra i sondaggi dipendono anche dalle modalità con cui vengono classificati i partiti e dalla presenza di liste vicine alla soglia di sbarramento.
Il dato comune è che la formazione del prossimo governo potrebbe richiedere trattative complesse, anche qualora una delle principali formazioni dovesse ottenere un risultato superiore alle aspettative.
La questione ultraortodossa e il servizio militare
Uno dei temi più controversi della legislatura riguarda il servizio militare obbligatorio per gli ebrei ultraortodossi.
Per decenni una parte degli studenti delle scuole religiose ha beneficiato di esenzioni dalla leva. La questione è diventata particolarmente delicata dopo l'inizio della guerra a Gaza, quando l'esercito ha aumentato il ricorso ai riservisti e la richiesta di una distribuzione più equa degli obblighi militari.
I partiti religiosi che hanno sostenuto Netanyahu chiedono di tutelare lo studio della Torah e le specificità delle proprie comunità.
Le forze laiche e diversi esponenti dell'opposizione contestano invece un sistema nel quale una parte della popolazione può evitare il servizio militare mentre altri cittadini sono chiamati a periodi prolungati sotto le armi.
Prima dello scioglimento della Knesset, il Parlamento ha approvato provvedimenti riguardanti la durata della leva e lo status dello studio religioso.
La questione rimane comunque centrale nella campagna elettorale, perché incide direttamente sulla possibilità di costruire alleanze tra partiti laici e religiosi.
Gaza e Cisgiordania, quanto cambierebbe con un nuovo governo?
Il futuro dei territori palestinesi costituisce uno degli interrogativi più importanti legati alle elezioni.
Le opposizioni hanno criticato la gestione del conflitto a Gaza, il deterioramento dei rapporti diplomatici e le politiche dei ministri ultranazionalisti della coalizione.
Alcune forze promettono di limitare le iniziative dei coloni più radicali, contrastare gli avamposti illegali e ripristinare forme di cooperazione con l'Autorità nazionale palestinese.
Questo non significa, tuttavia, che esista una posizione condivisa sull'istituzione di uno Stato palestinese.
Anche tra i principali avversari di Netanyahu prevalgono orientamenti che attribuiscono priorità alla sicurezza israeliana e mantengono forti riserve rispetto a un processo di riconoscimento della sovranità palestinese.
Le differenze riguardano soprattutto la gestione dei territori occupati, il rapporto con gli alleati occidentali e il ruolo da attribuire alle istituzioni palestinesi.
Per la popolazione di Gaza e della Cisgiordania, dunque, un eventuale cambiamento della maggioranza israeliana non comporterebbe automaticamente una trasformazione della politica territoriale e militare.
Iran, Netanyahu esclude un attacco preventivo prima del voto
La sicurezza regionale è tornata al centro della campagna elettorale anche il 14 ottobre, quando Netanyahu ha affrontato pubblicamente le ipotesi di una nuova operazione militare contro l'Iran.
Intervistato dalla radio dell'esercito israeliano, il primo ministro ha dichiarato di non essere favorevole a un attacco preventivo prima delle elezioni del 27 ottobre.
La precisazione arriva dopo le accuse di alcuni avversari politici, secondo i quali una nuova escalation militare potrebbe condizionare il clima della campagna elettorale.
Netanyahu ha respinto questa interpretazione, ribadendo al tempo stesso che Israele reagirebbe con forza a eventuali attacchi iraniani o delle organizzazioni alleate di Teheran.
Il confronto militare tra Israele e Iran, intensificatosi nel corso del 2026, continua infatti a rappresentare una delle principali preoccupazioni per la sicurezza regionale.
Nello stesso giorno, il ministro della Difesa Israel Katz ha rivolto nuove minacce a Hezbollah, avvertendo che eventuali attacchi contro Israele potrebbero provocare ulteriori operazioni militari nel Libano meridionale.
Le dichiarazioni mostrano come il confine tra politica interna e sicurezza nazionale rimanga particolarmente sottile nelle ultime settimane di campagna elettorale.
Il ruolo dei partiti arabi e la difficile aritmetica delle coalizioni
Un altro elemento decisivo sarà il risultato delle formazioni che rappresentano una parte significativa dell'elettorato arabo israeliano.
Le liste arabe, tra cui Ra'am e la Lista Unita, vengono accreditate complessivamente di un numero di seggi potenzialmente rilevante per gli equilibri parlamentari.
La loro presenza, tuttavia, non può essere automaticamente sommata a quella delle forze contrarie a Netanyahu per ipotizzare una coalizione di governo.
Alcuni partiti dell'opposizione escludono infatti accordi con determinate formazioni arabe, mentre altri mantengono una posizione più aperta alla collaborazione parlamentare.
Il tema è particolarmente delicato in una campagna elettorale nella quale la sicurezza nazionale e il rapporto tra maggioranza e minoranza araba occupano uno spazio centrale.
La partecipazione al voto degli elettori arabi potrebbe influenzare la distribuzione dei seggi, ma la sua traduzione in un'alleanza di governo dipenderà dalle decisioni dei singoli partiti.
Il costo della vita e la frattura sociale dopo tre anni di guerra
Accanto alla sicurezza, gli elettori israeliani dovranno confrontarsi con le conseguenze economiche degli ultimi anni.
Le spese militari, la mobilitazione dei riservisti e le difficoltà di numerose attività produttive hanno inciso sull'economia e sulla vita quotidiana.
Il costo degli alloggi, l'aumento dei prezzi e le disuguaglianze sociali rappresentano questioni particolarmente sentite, soprattutto dalle famiglie più giovani.
La campagna elettorale si svolge inoltre in un Paese attraversato da profonde divisioni sul rapporto tra politica e magistratura, sul ruolo della religione e sul funzionamento delle istituzioni.
La controversa riforma giudiziaria promossa dal governo Netanyahu aveva già provocato grandi manifestazioni prima degli attacchi del 7 ottobre 2023.
Le guerre successive hanno modificato le priorità del dibattito pubblico, ma non hanno cancellato le tensioni precedenti.
Il prossimo Parlamento dovrà quindi affrontare non soltanto le questioni legate alla sicurezza, ma anche la ricostruzione di un equilibrio istituzionale e sociale.
Il voto del 27 ottobre e il futuro politico di Israele
Le elezioni arrivano in un momento nel quale Israele deve ridefinire i propri rapporti con i vicini regionali, con gli Stati Uniti e con gli alleati europei.
Netanyahu chiede agli elettori di confermare una linea fondata sulla deterrenza militare e sulla continuità della leadership.
Eisenkot e le altre forze di opposizione propongono un cambiamento nella gestione del governo, pur mantenendo, su diversi temi di sicurezza, posizioni non sempre lontane da quelle dell'attuale maggioranza.
I sondaggi restituiscono un quadro frammentato, nel quale le preferenze per i singoli leader non coincidono necessariamente con la possibilità di formare una coalizione parlamentare.
Il 27 ottobre gli israeliani eleggeranno 120 deputati, ma la composizione del nuovo governo potrebbe richiedere negoziati anche lunghi.
Sarà soprattutto il primo voto nazionale dopo il 7 ottobre 2023, un evento che ha trasformato profondamente la società israeliana e la politica del Medio Oriente.
Una consultazione nella quale gli elettori saranno chiamati a valutare non soltanto chi debba guidare il Paese, ma anche quale direzione debba prendere Israele dopo tre anni di guerre, tensioni interne e isolamento diplomatico crescente.
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