di Guido Talarico
C'è una regola non scritta della politica italiana: quando arriva l'estate, insieme al caldo sbocciano anche le ipotesi sul Quirinale. Mancano ancora quasi tre anni all'elezione del successore di Sergio Mattarella, eppure nei palazzi romani questo esercizio è già iniziato. Del resto, il Quirinale non è soltanto una destinazione: è il punto di arrivo di un percorso politico che si costruisce molto prima dell'apertura delle urne.
Vale allora la pena concedersi un esercizio di analisi, dichiaratamente ipotetico, senza scambiarlo per una previsione o, peggio, per una notizia. Perché se una certezza esiste, è che nella politica italiana cinque anni equivalgono a un'era geologica. Fatta questa premessa, non possiamo non evidenziare come una serie di dati oggi raccontano una storia piuttosto chiara.
La figura che domina il panorama nazionale, piaccia o meno, è Giorgia Meloni. Non soltanto all'interno del centrodestra, dove la sua leadership appare consolidata, ma anche nel confronto con il centrosinistra, che continua a cercare un profilo capace di competere sul piano della leadership personale, della comunicazione e della capacità di dettare l'agenda politica.
Non significa che manchino personalità di valore negli altri schieramenti. Significa semplicemente che, nell'attuale fase storica, nessun altro leader sembra possedere lo stesso peso politico che Meloni ha sia in Italia che all’estero.
Se poi si osservano i sondaggi, il quadro resta favorevole alla coalizione di centrodestra. Anche l'eventuale crescita elettorale di Roberto Vannacci, qualora dovesse tradursi in una maggiore forza politica personale, appare destinata soprattutto a redistribuire voti all'interno dello stesso campo politico, senza modificare significativamente gli equilibri complessivi tra maggioranza e opposizione.
In altre parole, salvo eventi oggi imprevedibili, il centrodestra arriverebbe alle elezioni politiche del 2027 ancora nelle condizioni di giocarsi la vittoria. Ed è qui che il ragionamento diventa interessante. Se Meloni dovesse completare quasi un'intera legislatura a Palazzo Chigi e confermare una posizione dominante nel proprio schieramento, il suo nome per il Quirinale nel 2029 entrerebbe inevitabilmente nel novero delle ipotesi politicamente plausibili se non naturali.
L'elezione del Presidente della Repubblica richiede equilibri complessi. Nei primi tre scrutini – come è noto - serve una maggioranza qualificata, mentre dal quarto è sufficiente la maggioranza assoluta dei grandi elettori. È proprio in quella fase che, tradizionalmente, la politica italiana trova il suo punto di caduta.
Naturalmente è impossibile sapere oggi quali saranno i numeri parlamentari del 2029. Ma se il centrodestra dovesse mantenere una solida rappresentanza e presentarsi compatto, la candidatura di Meloni potrebbe diventare uno scenario da prendere come ineludibile. Sarebbe, tra l'altro, una pagina storica: l'Italia avrebbe per la prima volta una donna al Quirinale.
Fin qui il ragionamento riguarda il centrodestra. Ma il vero paradosso potrebbe riguardare il centrosinistra. Perché l'eventuale salita di Meloni al Colle aprirebbe automaticamente una gigantesca e complicata partita sulla leadership del centrodestra. Palazzo Chigi resterebbe da assegnare, gli equilibri interni andrebbero riscritti e la figura capace di tenere insieme anime diverse della coalizione dovrebbe ancora emergere. Le leadership, soprattutto quelle molto forti, sono difficili da sostituire. La storia politica italiana lo insegna da decenni.
Il centrosinistra, nel frattempo, avrebbe davanti alcuni anni per fare ciò che oggi appare ancora incompiuto: ridefinire identità, classe dirigente e proposta politica. E, soprattutto, trovare leadership più efficaci e definite delle attuali. Insomma, un'eventuale sconfitta nel 2027 potrebbe trasformarsi, paradossalmente, nell'occasione per una rifondazione profonda, facendo emergere una nuova generazione di leader.
Così le elezioni del 2032 potrebbero presentarsi con uno scenario completamente diverso da quello attuale: da una parte un centrodestra chiamato a reinventare il proprio equilibrio senza la sua leader storica, dall'altra un centrosinistra che, almeno nelle intenzioni, avrebbe avuto il tempo di ricostruire una proposta più competitiva.
Fantapolitica? Certamente sì. O, almeno, ancora sì. La politica italiana ha però un curioso vizio: molte delle ipotesi considerate improbabili finiscono, qualche anno dopo, per essere raccontate come inevitabili. Chi avrebbe previsto, dieci anni fa, gli assetti di oggi? La fine di Grillo, la caduta di Renzi, il crollo di Salvini? Sono fenomeni in larga parte figli della fine delle ideologie e frutto della politica da social e felpette.
Naturalmente esistono infinite variabili capaci di cambiare completamente il quadro: crisi economiche, nuovi leader, alleanze impreviste, mutamenti internazionali, riforme istituzionali o semplicemente l'imprevedibilità dell'elettorato italiano, che resta una delle poche certezze dell'incertezza.
Per questo sarebbe sbagliato trasformare un esercizio di analisi in una previsione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare una dinamica che, osservando il panorama politico attuale, appare coerente con gli equilibri oggi visibili. Aldo Moro parlando di politica una volta disse che “si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con le sue difficoltà.” Viviamo tempi di politica volubile dove a decidere gli esiti di una maggioranza o dell’altra spesso sono quelle cospicue fasce di elettori populisti, qualunquisti e assai poco informati. E’ per questo che vediamo accorciarsi di molto le stagioni politiche di certi leader che sulle felpe e sugli slogan hanno costruito le loro fortune. Ma è anche per questo che la leadership di Giorgia Meloni in questo momento storico svetta su tutte le altre.
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