L’Unione europea accelera sul fronte dei rimpatri e apre alla possibilità di trasferire fuori dai propri confini alcune delle procedure legate all’espulsione dei migranti. I ministri dell’Interno dei Ventisette, riuniti a Lussemburgo, sono chiamati a dare il via libera definitivo al nuovo regolamento europeo, frutto del compromesso raggiunto a giugno con il Parlamento europeo.
Una delle principali novità è la possibilità per gli Stati membri di creare, attraverso accordi con Paesi terzi, centri di rimpatrio esterni al territorio dell’Unione. I cosiddetti “return hub” potrebbero quindi accogliere persone destinatarie di un provvedimento di espulsione.
Il testo arriva al voto senza ulteriori possibilità di modifica. Una volta completato questo passaggio, il regolamento potrà entrare in vigore, anche se per alcune disposizioni è previsto un periodo più lungo di adeguamento. Tra queste figura la creazione di un decreto europeo di espulsione.
Le nuove norme intervengono anche sulla durata della detenzione delle persone che non collaborano con le autorità nelle procedure di rimpatrio. Il limite potrà arrivare fino a 30 mesi e, in determinate circostanze, riguardare anche minori non accompagnati.
Vengono inoltre ampliati i poteri a disposizione delle autorità, con la possibilità di effettuare perquisizioni nelle abitazioni e sequestrare effetti personali e dispositivi elettronici. Per le persone considerate pericolose potranno essere introdotti anche divieti d’ingresso di durata molto lunga o permanente.
Il capitolo politicamente più delicato resta però quello degli hub esterni. Secondo quanto riportato dalla fonte, sono già in corso interlocuzioni con alcuni Paesi africani e dell’Asia centrale. Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Grecia starebbero inoltre lavorando alla possibilità di realizzare strutture comuni.
Atene vorrebbe arrivare all’apertura di un centro in Africa nella seconda metà del 2027, periodo nel quale la Grecia assumerà la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. La destinazione non è stata ancora definita, ma Uganda e Ruanda figurerebbero tra i Paesi presi in considerazione.
Proprio in questi due Stati si sono recate le eurodeputate dei Verdi Tineke Strik e Anna Strolenberg. Secondo quanto riferito dalle parlamentari, i colloqui sarebbero ancora in una fase preliminare, anche se entrambi i governi avrebbero manifestato interesse verso possibili accordi con l’Europa.
Il progetto suscita tuttavia forti preoccupazioni sul rispetto dei diritti fondamentali e sulle conseguenze per i Paesi chiamati eventualmente a ospitare i centri. Le due eurodeputate hanno richiamato in particolare la situazione dell’Uganda, che già accoglie circa 2,7 milioni di rifugiati, sottolineando il rischio di esercitare ulteriore pressione su un sistema caratterizzato da risorse limitate.
Resta inoltre da chiarire chi dovrà finanziare le strutture. Diversi governi sarebbero favorevoli all’utilizzo di risorse provenienti dal bilancio comune dell’Unione, ma Bruxelles non ha ancora assunto una posizione definitiva.
Parallelamente, nell’Ue si apre un nuovo confronto sulle regole per la protezione internazionale, a pochi mesi dall’avvio dell’applicazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
Il commissario europeo agli Affari interni Magnus Brunner ha recentemente sottolineato il calo delle domande di asilo, indicando riduzioni dell’80% in Germania e del 60% in Italia e sostenendo che le riforme adottate stanno producendo risultati.
Il recente afflusso di oltre 70 mila persone nell’exclave spagnola di Ceuta dal vicino Marocco ha però riportato al centro della discussione la gestione delle situazioni eccezionali alle frontiere.
Tra le ipotesi allo studio figura un “meccanismo di emergenza” che potrebbe essere attivato in presenza di arrivi particolarmente consistenti o di quella che alcuni governi definiscono una «strumentalizzazione della migrazione». Secondo i sostenitori della proposta, tra cui il Partito popolare europeo, lo strumento dovrebbe permettere anche una sospensione temporanea dell’esame delle richieste di asilo.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva già fatto riferimento a una possibile misura di questo tipo nel suo recente discorso programmatico. Non esiste ancora una proposta dettagliata, ma il dossier entra ora nel confronto tra i ministri su richiesta della Grecia, il cui governo ha sollecitato un nuovo strumento comunitario per affrontare l’utilizzo dei flussi migratori nell’ambito di possibili azioni ibride.
L’Europa si prepara così ad aggiungere un nuovo tassello alla propria politica migratoria: dopo la riforma del sistema di asilo, l’attenzione si concentra sui rimpatri, sulla cooperazione con i Paesi terzi e sugli strumenti da utilizzare quando la pressione alle frontiere aumenta rapidamente.
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