di Carlo Longo
Non la liquidazione di Monte dei Paschi di Siena, ma la sua trasformazione nella capofila di un grande polo bancario nazionale. È questa la prospettiva tracciata da Carlo Cimbri, presidente di Unipol (foto in alto) che con un'intervista al direttore del Sole24Ore, Fabio Tamburini, rompe il silenzio sul futuro della banca senese e presenta un progetto industriale destinato a cambiare profondamente gli equilibri del sistema finanziario italiano.
Il piano nasce nell’ambito dell’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. In caso di successo dell’operazione, Ca’ de Sass manterrebbe una parte delle attività del Monte, mentre Unipol acquisirebbe una banca autonoma comprendente circa 635 filiali, il marchio Mps, la sede storica di Rocca Salimbeni, quasi due milioni di clienti e gran parte del personale.

Questa prima fase sarebbe però soltanto l’inizio. Dopo l’acquisizione, Unipol proporrebbe al consiglio di amministrazione di Bper l’aggregazione con Mps, con l’obiettivo di costruire il secondo gruppo bancario italiano per raccolta, finanziamenti alla clientela e presenza territoriale. La nuova realtà conserverebbe il nome Banca Monte dei Paschi di Siena e avrebbe proprio la banca più antica del mondo come capofila.
È questo uno degli aspetti che conferiscono maggiore solidità al progetto. Mps non verrebbe ridotta a un insieme di sportelli da distribuire tra altri operatori, ma conserverebbe identità, marchio e centralità strategica. «Non compriamo quanto rimarrà di uno spezzatino, ma una banca con tutta la sua dignità e solidità», chiarisce Cimbri. La sede centrale resterebbe a Siena, non soltanto per il valore simbolico di Rocca Salimbeni, ma perché il marchio Mps possiede una notorietà nazionale e internazionale superiore a quella di Bper.
La validità del piano Unipol risiede innanzitutto nella sua coerenza industriale. Non si tratta di una risposta costruita nelle ultime settimane per interferire nel risiko bancario, ma dello sviluppo di una strategia avviata da oltre dieci anni. Dal primo investimento in Bper nel 2016, Unipol ha progressivamente consolidato la propria presenza nel settore bancario, accompagnando l’integrazione di Ubi, Carige, Banca Popolare di Sondrio e di altri istituti caratterizzati da un forte rapporto con i territori.
Mps rappresenterebbe quindi il completamento di un percorso, non una deviazione improvvisa. La combinazione con Bper metterebbe insieme due banche commerciali accomunate dalla prossimità a famiglie e imprese, senza sovrapporre modelli radicalmente differenti e senza imporre contemporaneamente l’integrazione di attività bancarie, finanziarie e patrimoniali troppo eterogenee.
Anche le dimensioni previste confermano la portata dell’operazione. Secondo le stime illustrate da Cimbri, il nuovo gruppo avrebbe attivi superiori a 250 miliardi di euro, quasi tremila filiali, 230 miliardi di depositi e circa 200 miliardi di finanziamenti a famiglie e aziende. I dipendenti sarebbero più di 30 mila e i clienti circa otto milioni, dei quali oltre un milione e mezzo rappresentati da imprese.
La quota del mercato bancario italiano raggiungerebbe il 14-15%, con una distribuzione geografica particolarmente equilibrata: circa metà degli sportelli si troverebbe al Nord, mentre il resto sarebbe ripartito tra Centro e Mezzogiorno. Il gruppo avrebbe posizioni significative nelle regioni economicamente più forti, dalla Lombardia all’Emilia-Romagna, dal Veneto alla Toscana, senza rinunciare a una presenza capillare nelle aree nelle quali l’accesso al credito resta più difficile.
La grande Mps potrebbe così assumere una funzione che oggi manca nel panorama nazionale: essere una banca di prossimità dotata però delle dimensioni necessarie per accompagnare le imprese nei mercati internazionali. Le piccole e medie aziende italiane hanno bisogno di capitale, competenze, assistenza nelle acquisizioni, sostegno durante i passaggi generazionali e strumenti per affrontare le trasformazioni digitale ed energetica. Una banca troppo piccola può conoscere bene il territorio, ma non sempre dispone delle risorse sufficienti per sostenere questi percorsi. Un grande gruppo eccessivamente centralizzato, al contrario, rischia di perdere la conoscenza diretta delle imprese.

Il progetto Unipol prova a unire i due elementi: dimensione nazionale e relazione locale. L’obiettivo dichiarato da Cimbri è fare della nuova Mps «la prima banca per le imprese», costruendo rapporti di lungo periodo e non relazioni determinate soltanto dalla redditività immediata. Sarebbe questa la vera specificità del secondo polo: non una copia in scala ridotta di Intesa Sanpaolo o UniCredit, ma un operatore con una forte vocazione commerciale e territoriale.
Un secondo elemento di forza è l’integrazione tra banca e assicurazione. Unipol è il secondo gruppo assicurativo italiano e dispone già di un’esperienza consolidata nella bancassicurazione. Mps, che da circa vent’anni distribuisce prodotti della francese Axa, potrebbe entrare in una filiera interamente italiana, collocando attraverso la propria rete i prodotti di Unipol.
Il piano presentato da Unipol stima, a regime, due miliardi di euro di premi aggiuntivi nel ramo Vita e 150 milioni nel Danni. Le sinergie complessive di costo e ricavo con Bper sarebbero pari ad almeno 800 milioni prima delle imposte. La combinazione consentirebbe inoltre di diversificare le fonti di reddito, bilanciando l’andamento del settore bancario con attività assicurative caratterizzate da cicli differenti.
Per le imprese, una maggiore integrazione tra credito e coperture assicurative può produrre vantaggi concreti. Un’azienda meglio protetta dai rischi industriali, climatici, informatici o legati alle persone presenta un profilo più solido anche per la banca. La crescita della penetrazione assicurativa, storicamente bassa in Italia, può quindi migliorare la qualità del credito e rafforzare la capacità di investimento del sistema produttivo.
Il piano appare credibile anche sotto il profilo finanziario. La nuova Mps che passerebbe a Unipol avrebbe circa 55 miliardi di raccolta diretta, 42 miliardi di impieghi netti, un patrimonio contabile di circa quattro miliardi e un coefficiente Cet1 stimato al 16%. Sarebbe inoltre liberata dai crediti deteriorati, dal contenzioso ereditato dal passato e dagli accordi assicurativi precedenti.
Per acquisirla, Unipol prevede un esborso massimo di 3,5 miliardi, finanziato attraverso risorse disponibili e un aumento di capitale da 2,5 miliardi. I principali azionisti cooperativi hanno già manifestato la disponibilità a sottoscrivere la propria quota, pari complessivamente a circa la metà dell’operazione. Dopo l’aggregazione, il coefficiente patrimoniale bancario dovrebbe mantenersi superiore al 15% e il Solvency ratio assicurativo oltre il 280%, livelli che indicano una struttura finanziaria robusta, pur trattandosi ancora di proiezioni subordinate alla definizione del perimetro finale e alle autorizzazioni.
A rafforzare la credibilità del progetto - si legge nell'articolo del Sole24Ore - è anche la storia recente del gruppo. Quando Unipol realizzò il primo investimento in Bper, la banca capitalizzava circa 1,6 miliardi di euro; oggi il suo valore è vicino ai 30 miliardi. Nello stesso periodo la capitalizzazione di Unipol è passata da circa tre a venti miliardi. Le partecipazioni bancarie del gruppo valgono attualmente oltre quattro miliardi in più rispetto al capitale investito.
Non si tratta di una garanzia automatica sul futuro, ma di una prova della capacità di realizzare aggregazioni complesse e di accompagnare la crescita delle banche partecipate. Anche la reazione della Borsa all’annuncio dell’operazione Mps e del relativo aumento di capitale è stata significativa: invece di penalizzare il titolo Unipol, come spesso accade in presenza di una ricapitalizzazione, il mercato ne ha premiato la strategia.
Il progetto risponde inoltre al problema che ha accompagnato Mps per gran parte degli ultimi venticinque anni: l’instabilità. La banca senese ha attraversato crisi, ricapitalizzazioni, interventi pubblici e continui cambiamenti negli assetti proprietari. Anche dopo il risanamento, le recenti tensioni nel consiglio di amministrazione hanno mostrato quanto la governance resti esposta a equilibri mutevoli.
L’ingresso in un gruppo controllato da azionisti italiani stabili e orientati al lungo periodo potrebbe chiudere definitivamente questa stagione. Unipol e Bper offrirebbero a Mps un azionariato riconoscibile, una strategia pluriennale e risorse sufficienti per tornare a crescere. La stabilità non è un valore meramente difensivo: è la condizione necessaria per programmare investimenti, trattenere le professionalità migliori e costruire valore senza inseguire continuamente emergenze societarie.
Anche sul piano occupazionale, Cimbri esclude licenziamenti, pur riconoscendo che un’integrazione di questa portata richiederà razionalizzazioni da concordare con le organizzazioni sindacali. Al termine del percorso, la nuova Mps sarebbe una volta e mezzo più grande dell’attuale Monte e Siena potrebbe diventare il centro di coordinamento delle attività del gruppo per il Centro e il Sud, compresa Roma.
Il percorso resta naturalmente subordinato a numerose condizioni. Ma, rispetto alle alternative emerse nelle ultime settimane, quella di Unipol presenta una linearità evidente. Prima l’acquisizione di una Mps autonoma e patrimonialmente solida; poi lo sviluppo delle sinergie bancassicurative; infine l’aggregazione con Bper. Un percorso per fasi, fondato su un’esperienza decennale e su soggetti che hanno già dimostrato di saper integrare reti commerciali e culture territoriali.
Mps avrebbe così la possibilità di conservare ciò che conta davvero della propria storia - il nome, Siena, il rapporto con i territori e le competenze dei dipendenti - liberandosi però dai limiti che negli ultimi decenni ne hanno frenato lo sviluppo. Non più una banca da proteggere per ragioni simboliche, ma il fulcro di un gruppo nazionale abbastanza grande da competere in Europa.
È questa, in definitiva, la forza del progetto Unipol: non limitarsi a salvaguardare l’identità del Monte, ma trasformarla in un fattore di crescita. Il futuro di Mps non sarebbe quello di sopravvivere come residuo del passato, bensì di guidare la costruzione della seconda grande banca italiana. Una prospettiva industriale credibile, profondamente radicata nel Paese e capace di restituire a Siena un ruolo centrale nel sistema finanziario nazionale.
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