La tenuta del sistema sociale ed economico non può prescindere da una profonda revisione dell'allocazione delle risorse, capace di combinare la disciplina di bilancio con la mobilitazione del risparmio privato e il protagonismo della società civile. È il tema al centro del panel “Le risorse del welfare: finanza pubblica, iniziativa privata e Terzo Settore”, andato in scena alle Corsie Sistine di Santo Spirito in Sassia a Roma durante la presentazione del Rapporto 2026 del Think Tank Welfare, Italia, promosso da Unipol in collaborazione con TEHA Group. In un confronto moderato da Antonio Polito e dedicato a delineare un welfare a prova di futuro, il dialogo tra Veronica De Romanis, Mario Pepe e Giorgio Righetti ha tracciato una rotta chiara: superare la frammentazione degli incentivi a debito, trasformare il ciclo di vita in una leva di accumulazione previdenziale e difendere il Terzo settore dalle derive burocratiche e di mercato.
Ad aprire l’analisi sulla finanza pubblica è stata Veronica De Romanis, professoressa di Politica Economica Europea alla LUISS Guido Carli e membro dell’Advisory Board di Welfare, Italia. Il punto di partenza è netto: le risorse ci sono, ma sono state distribuite in modo inefficiente anziché essere investite strategicamente. L’Italia, ha ricordato la docente, si trova ancora una volta in una posizione di estrema vulnerabilità, collocandosi al primo posto per rapporto debito/Pil nelle recenti rilevazioni del Fondo Monetario Internazionale, con una montagna di debito pubblico salita ad agosto 2026 a circa 3.200 miliardi di euro. Una zavorra scaricata per intero sulle spalle delle nuove generazioni e gravata da un conto per soli interessi che ammonterà a 117 miliardi nei prossimi due anni. Per De Romanis, la storia economica dimostra che la spesa a debito non ha generato crescita: occorre agire in maniera strutturale sul numeratore del rapporto debito/Pil attraverso una seria “bonus review”. Misure come l’assegno unico universale — che assorbe circa 20 miliardi l’anno con impatti limitati sulla natalità delle famiglie medie e un incremento dell’occupazione femminile concentrato solo dove era già solida — e il bonus per gli asili nido finiscono troppo spesso per avvantaggiare chi gode già di condizioni agiate. Due le direttrici indicate: investire in modo programmatico sul capitale umano dei giovani per sostenere il Paese in un’epoca di declino demografico e intervenire sul lato delle entrate, alleggerendo la pressione sul lavoro per spostarla sulle rendite finanziarie mediante aliquote uniformi, all'interno di un quadro fiscale certo e prevedibile. La stabilità, ha ammonito De Romanis, deve essere considerata uno strumento al servizio di una visione di lungo periodo, non un fine in sé.
Sul versante della previdenza complementare e del risparmio a lungo termine, Mario Pepe, presidente della COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione), ha proposto un autentico cambio di paradigma: legare strutturalmente la previdenza all’intero arco dell’esistenza fin dal primo giorno di vita. L’idea formulata dal vertice dell’autorità di vigilanza è quella di assegnare a ogni nuovo nato una vera e propria “identità previdenziale”, inaugurando una posizione pensionistica individuale alla nascita. Sfruttando la leva del tempo, un orizzonte di accumulazione e rendimento lungo settant’anni consentirebbe anche a piccoli versamenti iniziali di trasformarsi in capitali considerevoli, capaci di sostenere tanto il futuro del singolo quanto lo sviluppo dell'economia reale del Paese. Un salvadanaio previdenziale da alimentare con il contributo congiunto della rete familiare — genitori e nonni — affiancato da un intervento pubblico calibrato in base alla condizione economica del nucleo familiare, superando le logiche di corto respiro per trasformare la finanza previdenziale in uno strumento strutturale di equità intergenerazionale.
A completare il quadro, portando la voce dei corpi intermedi e delle fondazioni, è stato Giorgio Righetti, direttore generale di ACRI (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio). Il Terzo settore, ha argomentato Righetti, rappresenta un generatore insostituibile di benessere e coesione sociale, nonché un pilastro della tenuta democratica, ma si trova oggi stretto tra due pressioni contrastanti. Da una parte, un attacco esplicito e consapevole che vede i corpi intermedi penalizzati sul piano politico e culturale, fenomeno particolarmente evidente nei contesti autocratici; dall’altra, un’insidia meno visibile ma ugualmente corrosiva: la tendenza a valutare il non profit esclusivamente con le metriche del mercato, rincorrendo una concezione riduttiva di efficienza ed efficacia. Ragionare in questi termini rischia di cancellare la distinzione tra l'azione commerciale e quella sociale: il valore del Terzo settore non risiede soltanto nel “cosa” si realizza, ma soprattutto nel “perché” e nel “come”, ossia nella ricerca del bene comune attraverso percorsi partecipativi e democratici che alimentano il senso civico delle comunità. Per rilanciare questo patrimonio, Righetti ha sollecitato la piena e coraggiosa applicazione dell’articolo 55 del Codice del Terzo settore, promuovendo la co-programmazione e la co-progettazione tra enti locali, amministrazioni centrali e realtà solidali, e incentivando forme innovative di partenariato pubblico-privato capaci di irrobustire il welfare territoriale e salvaguardare la democrazia.
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