Welfare Italia, l’allarme di De Molli sulla tenuta del welfare tra debito, denatalità e divari

di

Pierpaolo Carmine Beccarisi

Al Forum di Unipol e TEHA Group presentati i dati del Rapporto 2026: spesa verso il trilione, crollo demografico che rischia di costare fino al 10% del Pil e un vuoto di 3,1 milioni di lavoratori, mentre la fuga di 300 mila giovani laureati sottrae al Paese quasi 44 miliardi

Welfare Italia, l’allarme di De Molli sulla tenuta del welfare tra debito, denatalità e divari

Costruire un sistema a prova di futuro, capace di resistere all’inverno demografico e di superare una visione contabile per farsi motore di sviluppo, equità e innovazione. È il filo conduttore dell’intervento di Valerio De Molli, Managing Partner e CEO di The European House – Ambrosetti e TEHA Group, intervenuto alle Corsie Sistine di Santo Spirito in Sassia a Roma per illustrare i risultati del Rapporto 2026 del Think Tank Welfare, Italia, promosso in collaborazione con Unipol. L’iniziativa, nata con l’intento non soltanto di fornire analisi di scenario ma di avanzare proposte operative fondate sulla stretta collaborazione tra pubblico e privato, mette al centro la tenuta sociale come pre-condizione irrinunciabile per qualsiasi prospettiva di crescita economica e civile.

Il quadro finanziario illustrato da De Molli restituisce la vastità e la complessità della sfida. Nel 2025 l’Italia ha destinato al welfare 692,8 miliardi di euro, pari a circa il 60% dell’intera spesa pubblica nazionale, con una stima che sale a 715 miliardi per il 2026. Se le dinamiche dell’ultimo decennio dovessero proseguire inalterate, la spesa sfonderà la soglia del trilione di euro nel 2037 (raggiungendo 1.028,6 miliardi) per poi toccare quasi 1.592 miliardi nel 2050. Tuttavia, il nodo critico non è soltanto il volume complessivo, ma la composizione qualitativa delle risorse. Circa il 50% della spesa è infatti concentrato nella previdenza: un’incidenza sul Pil del 16,3%, che colloca l’Italia al primo posto in Europa rispetto a una media Eurozona del 12,5%, a fronte di investimenti in istruzione e politiche sociali che invece relegano il Paese nelle retrovie delle graduatorie continentali.

È in questo divario che si evidenzia la debolezza del modello attuale: “Il nostro welfare guarda e premia il passato e meno il futuro”, ha ammonito De Molli, spiegando come, rispetto a partner europei quali Francia e Germania, l’Italia spenda nettamente meno su quelle voci essenziali per costruire le generazioni future, a partire da scuola, asili nido, politiche abitative per l'housing sociale e prevenzione. Una parziale eccezione riguarda il comparto sanitario: pur mantenendo un livello di spesa in rapporto al Pil inferiore alla media dell'Eurozona (6,6% contro 7,4%), il sistema sanitario italiano si conferma un presidio di eccellenza qualitativa, forte di un incremento del 32% del valore assoluto della spesa rispetto all’ultimo decennio.

A rendere urgente una revisione delle priorità è la trappola demografica. Dopo aver toccato il picco di popolazione nel 2014, il 2025 ha fatto segnare il peggior saldo naturale tra nati e decessi, con le nascite precipitate al minimo storico di 355 mila a fronte di 652 mila morti. Nello scenario previsionale più pessimistico, la popolazione italiana rischia una contrazione fino a 20 milioni di residenti, con un impatto devastante sul sistema economico: la perdita di popolazione attiva è stimata comprimere il Pil tra il 6% e il 10% a parità di altre condizioni.

Questa crisi demografica si traduce direttamente nel mondo del lavoro, dove il Paese dovrà fare i conti con un vuoto di 3,1 milioni di lavoratori che usciranno dal circuito produttivo, complice l'uscita delle generazioni senior dei baby boomer non bilanciata da un adeguato ingresso di giovani. A questa carenza quantitativa si aggiunge un'emorragia qualitativa di talenti: negli ultimi anni l'Italia ha perso oltre 300 mila giovani laureati trasferitisi all'estero, un drenaggio di competenze che corrisponde a una perdita economica stimata in 43,7 miliardi di euro. Per De Molli, invertire la rotta significa investire massicciamente sul capitale umano: rafforzare la spesa per studente, promuovere l'alfabetizzazione di base, potenziare le discipline STEM e colmare il ritardo sulle competenze digitali, elevando una formazione continua che oggi riguarda appena il 10,8% degli adulti.

L’equilibrio complessivo è reso ancora più fragile dai vincoli macroeconomici, a partire da un debito pubblico che supera i tre trilioni di euro e da un costo per interessi sul debito in costante ascesa, che sottrae margini di manovra alle politiche pubbliche e ripropone interrogativi ineludibili sulla sostenibilità di lungo termine. In questo scenario si inseriscono le disuguaglianze interne: in Italia un cittadino su cinque resta a rischio di povertà o esclusione sociale, con una concentrazione marcata nel Mezzogiorno, sebbene nell'ultimo quadriennio si sia registrata una riduzione di 3 punti percentuali. Permangono differenze strutturali profonde, come nel caso dei posti negli asili nido, dimezzati al Sud (19,3 posti ogni cento bambini) rispetto al Centro e al Nord (attorno al 40%), e una mobilità sociale che rimane gravemente bloccata. Una nota di fiducia arriva però dal Welfare Italia Index 2026, l’indicatore di TEHA calcolato su 22 parametri regionali: pur confermando in vetta la Provincia autonoma di Trento e in coda Campania, Calabria e Basilicata, la distanza tra la prima e l’ultima regione si è ridotta del 3,4%, segnalando una convergenza che deve essere accompagnata da interventi strutturali.

Eppure, il welfare non è un mero centro di costo, ma una straordinaria filiera economica e occupazionale: con oltre 458 mila soggetti tra pubblico, privato e non profit, 5,1 milioni di lavoratori e 374 miliardi di euro di valore della produzione, il comparto è a tutti gli effetti un generatore di ricchezza e occupazione. All'interno di questa filiera spiccano due grandi direttrici: la Longevity Economy, forte di 130,7 miliardi di euro di ricavi e di recente capace di creare 22 mila nuovi posti di lavoro, e la Youth Economy, che vale 114,9 miliardi di ricavi legati all’autonomia e alla valorizzazione delle nuove generazioni.

Proprio su questi due pilastri, secondo De Molli, si gioca la partita del futuro. L’Italia sconta ancora la mancanza di una strategia nazionale integrata per la longevità e per le nuove generazioni, un vuoto che va colmato superando la logica degli interventi frammentati. La sfida dell'invecchiamento attivo e della cura non può ridursi a un problema assistenziale: “La sfida è aggiungere vita agli anni, non solo dare anni alla vita”, ha ribadito il vertice di TEHA Group, ricordando come il welfare rappresenti la condizione necessaria e la pre-condizione per il presente e il futuro del Paese, chiamando istituzioni e settore privato a un patto per la sostenibilità e la crescita comune.

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